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I.
— Coraggio, figliuoli, coraggio.
— Ne abbiamo, signor sindaco, ma la faccenda è brutta assai;
temo l'abbia da andar male per tutti.
Chi rispondeva così alla grande autorità del paese, era il
vecchio Toni, l'anziano dei barcaiuoli, che di piene ne aveva vedute parecchie,
e crollava il testone grigio arruffato, sul quale stava in permanenza il
tradizionale berretto rosso dei paroni del Po.
— Noi facciamo il nostro dovere, Toni, e il resto alla
provvidenza.
Toni non rispose; si rimise al lavoro, insieme agli altri
barcaiuoli e operai; tutti intenti a trasportare fascine, sacchi di terra,
cocci, mattoni, ciottoli per far argine al fiume.
— Santo Iddio! — esclamò il sindaco, con un accento metà di bestemmia
e metà di preghiera — guardando il fiume che ingrossava sempre.
La notte era nera, con un cielo minaccioso, gravido di
pioggia. Era piovuto tutto il giorno — pioveva da trentaquattro giorni.
La pietra sulla quale erano segnati i gradi d'altezza delle
precedenti inondazioni, era già tutta coperta. Il fiume saliva con una lentezza
implacabile, colla calma feroce di un mostro che è sicuro della sua preda.
Aveva invaso l'argine basso; ora toccava l’orlo dell'argine superiore,
spumeggiando, con un brontolìo sordo.
Il gran pericolo era che l'acqua minasse l'argine al di
sotto.
Da quarantotto ore si lavorava senza posa, atterrando
alberi e vecchie case, le piú vicine al fiume, quelle in maggior pericolo; gli
abitanti di tali casupole, quasi tutti poveri, fuggivano trasportando le
masserizie — e non erano ancora fuori che già il piccone dei muratori risuonava
sui muri, facendo rimbalzare i calcinacci, alla luce scialba delle torce a
vento portate dai ragazzi.
Una vecchia ottuagenaria, alla quale avevano tolto il letto
per trasportarlo in posto piú sicuro, si avvicinò agli uomini che sorreggevano
quel povero mobile tarlato, e disse loro piangendo:
— Gettatelo dentro anch'esso, tanto domani io non vi potrò
piú dormire.
— Sì, gettatelo, — aggiunse il sindaco — ne farò dare un
altro a questa povera donna.
Il letto della vecchia sparve subito nelle onde ingorde che
salivano, salivano.
Il sottoprefetto e il tenente dei carabinieri giungevano
insieme dalla parte dei boschi, dove erano andati ad ispezionare la sicurezza
delle rive.
— E così? — fece il sindaco appena li vide.
— Nessun pericolo, per il momento; e qui? Hanno paura?
— Ha messo un po' di sgomento l'ordine di poco fa, di non
coricarsi per tutta la durata della notte, e star pronti al suono della
campana.
— Si capisce!
Il sotto-prefetto, un meridionale bello, elegante, colla
fronte di poeta, si cacciò — per una abitudine da salotto — la mano destra nei
capelli, ravviandoli, intanto che guardava la folla nereggiante dei cittadini,
quasi tutti raccolti sull'argine, ansiosi, formando gruppi vari e fantastici,
tra i quali correvano, come fuochi fatui, le torcie di resina. Poi si chinò
all'orecchio del tenente, mormorando con gesti vivaci:
— Ma ditemi un poco, se c'è stato senso comune a fabbricare
un paese in queste condizioni, coll’acqua sul capo! Dietro all'argine il suolo
digrada con un pendìo spaventoso, e laggiú, quella buca, dove hanno fabbricato
il loro maledetto paese, par proprio la coppa destinata al brindisi.
Il tenente dei carabinieri, piemontese e calmo, ammutolì; e
non sapendo che cosa rispondere alle brillanti sì, ma poco opportune
osservazioni del suo superiore, si accontentò di fare: — Hem! Hem!
La gente accorreva da tutti gli sbocchi, piagnucolando,
imprecando, interrogandosi gli uni gli altri, urtandosi, facendosi avanti,
senza complimenti, senza riguardi.
Assalivano di domande i due ingegneri mandati dal governo,
dando pareri, suggerendo.
Gli ingegneri rispondevano: “sì, sì”, frettolosi, chini sul
fiume, tentando col piede la resistenza dell'argine nei punti piú deboli.
— Che gradi abbiamo, Toni?
— È salito ancora di mezzo centimetro — rispose il
barcaiuolo, dopo aver accostato il testone grigio alla pietra, facendosi lume
con un fiammifero.
Un gemito scoraggiante serpeggiò nella folla. Qualcuno, che
non aveva compreso, domandava: — Che cosa? Che cosa?
— È salito ancora mezzo centimetro.
Un gruppo di donne circondano il sindaco:
— Signor sindaco, se permettesse una processione in onore
di San Giovanni Nepomuceno, che è sopra alle acque e ha fatto dei miracoli...
Il sottoprefetto interruppe: — Che fanno qui le donne? Via
le donne. Andate a casa. E i bambini? Anche i bambini? Via i bambini. Via, via,
via. Andate a casa.
Il sindaco lo rabbonì dicendogli piano: — Che mai vuole che
facciano alle loro case? se non possono nemmeno coricarsi in questa notte
sciagurata!
— È vero; è vero; ma le donne non le posso soffrire, mi
urtano i nervi.
— Ooh!...
— In certi casi,
s'intende, come questo. Luzzi, — prese per un braccio il suo segretario —
telegrafate subito a S. E. il Ministro che occorrono denari, che il fiume
ingrossa sempre, e che lo stato
morale della popolazione è depresso.
Il segretario correva.
— Luzzi! — lo richiamò — aggiungete che le autorità sono
sul posto, incoraggiando e aiutando.
Un omino vestito di nero, col cranio coperto da una
papalina di pelle, si avvicinò al gruppo delle autorità, biascicando tra la
spalla del sindaco e quella del sottoprefetto:
— Monsignore mi manda a vedere se la sua presenza è
necessaria... a dir il vero, ha i suoi reumi che lo tormentano...
— Ma stia comodo Monsignore! — esclamò il sottoprefetto —
curi i suoi reumi; qui occorrono piú braccia che giaculatorie.
— Sì, ‑ aggiunse il sindaco, con accento conciliativo
— è inutile che esponga la sua preziosa salute. Riveritelo, e ditegli che
preghi per tutti.
— E che stia attento se suona la campana!
L'omino nero sgusciò via tra la folla.
— Chi è quel tipo? — chiese al tenente uno degli ingegneri.
— È il cameriere di Monsignore.
— E Monsignore?
— Capperi, è Monsignore; l'abate mitrato, il capo del
nostro clero, colui che officia nelle feste solenni.
— Quante autorità vi sono in questo paese! — esclamò
l'ingegnere ironicamente — e si rimise a guardare l'argine corroso dalle acque,
e le acque minaccianti, e il paese la città distesa, come un condannato, nel
suo letto di morte.
Una voce fessa gridò:
— È allagata la ferrovia presso Cremona, le corse sono
sospese.
Tutti guardarono chi aveva parlato. Era il signor Caccia,
l’esattore delle imposte; un uomo alto, rosso in volto, colle spalle poderose,
con una testa bizzarra a riccioloni sulle orecchie e con due sopracciglia
inarcate che lo facevano somigliare un poco a un ritratto di Goldoni; ma un
Goldoni burbero.
— Dice davvero, signor Caccia? Come lo sa?
— Ho avuto notizie da mio cognato che è arrivato da
Piadena, saranno due ore.
— Sì? E che narra?
— Uno spavento. In una cascina presso Bosco morì annegata
una famiglia intera; padre, madre e cinque figli, colla moglie di uno dei
figli. Non si poté salvare nessuno.
— Madonna!
— I fondi del marchese d'Arco sono tutti allagati; il
frumento rovinato; dell'uva non si parla nemmeno. Cinquanta famiglie di
contadini che non sapranno che cosa mangiare quest'inverno!
— Pazienza ancora. Quegli altri della cascina sarebbero
contenti a non saper che cosa mangiare quest'inverno.
Una donna domandò piano all'esattore:
— E sua moglie, signor Caccia, mi dice, come sta sua
moglie?
— Se lo può immaginare!... È tutto il giorno che ha i
dolori.
Un'altra udì, chiese a sua volta:
— È ammalata sua moglie?
Il signor Caccia arrotondò piú ancora l'arco delle
sopracciglia mormorando:
— Eh! Eh!
Allora la donna si ricordò; arrossí leggermente, e disse
fra i denti:
— Poverina, proprio questa notte!
Il signor Caccia cercò, nella folla, la figura lunga e
magra del dottor Tavecchia — e, trovatolo che discorreva animatamente col
pretore, gli disse:
— Se puoi, un qualche momento, dare una capata a casa mia...
in amicizia, sai?... per mia moglie, tanto da rassicurarla.
— Vado, vado...
— Oh! non preme; mi basta un qualche momento.
Poi, vedendo passare Caramella, lo zoppo che vendeva le mele
cotte, e dirigersi verso il paese, lo prese per la manica.
— Vai a casa, Caramella?
— Sì, signor ricevitore. Le occorre qualche cosa?
— Appunto. Già che passi davanti a casa mia, entra, e di' a
mia moglie che pericolo per il momento non c’è; che stia tranquilla; che il
dottor Tavecchia andrà a trovarla... che io mi fermo ancora un po', tanto per
vedere come si mettono le cose.
Caramella si allontanò zoppicando.
A un tratto, l'attenzione generale venne rivolta a una massa
nera che scendeva la corrente del fiume presso alla riva.
— È legna morta.
— È una tavola.
Si vede muovere qualcuno, forse poveri naufraghi cacciati
dalle loro case — vanno incontro a una morte certa.
— È una barca — gridò Toni.
— Una barca? Impossibile. Chi volete che la guidi?
— Non è guidata affatto; scende alla deriva.
— Allora è vuota.
— No.
— Sì.
L'attenzione si fece così intensa che piú nessuno parlava.
Cercarono tutti di cacciarsi avanti, per vedere meglio.
Gli ingegneri, presa una torcia a vento, si avanzarono,
risalendo l'argine. Il sottoprefetto e il sindaco li seguirono, e così man mano
tutti paurosi, curiosi, trepidanti.
Alcune donne recitavano sommessamente il rosario,
stringendosi sotto il mento la pezzuola che avevano in capo, non osando
avanzarsi troppo.
— È proprio una barca.
— Date su la voce.
— Oh! là!
Non una, cento voci ripeterono: — Oh! là! — e la barca
intanto scendeva a rotta di collo.
Subito prepararono funi ed uncini per aiutare il battello,
che era un rozzo battello di pescatori, a toccare la riva.
— Ma chi è quel matto? — domandò piano il sottoprefetto al
tenente dei carabinieri, che si strinse nelle spalle.
Si distingueva una forma d'uomo, ritta in piedi in mezzo
alla barca, lottando fortemente coi remi per allontanare l'urto dei tronchi
d'albero che la corrente trascinava ne' suoi vortici; e tutto intorno il fiume
mugghiava sollevando una grossa spuma giallastra, torbida, alla superficie
della quale galleggiavano cenci, pezzi di legna, mobili infranti, cadaveri
d'animali.
— Non c'è nessuno che lo conosca? — tornò a domandare il
sottoprefetto.
— Sì... mi pare ‑ rispose il sindaco, esitando, non
bene sicuro.
Una voce, tra i barcaiuoli, gridò:
— È l'Orlandi.
— È l'Orlandi, è l'Orlandi — ripeterono in giro, attoniti,
ammirati.
— Voleva ben dire, — mormorò il sindaco — non vi è che
lui!...
— Orlandi? uno del paese?
— No, è di Parma; ma qui lo conoscono tutti: un capo
scarico...
— Si vede.
Intanto che le autorità commentavano, poco benevolmente,
l'audacia del temerario, il popolo, entusiasta, lo acclamava.
Quando la barca toccò terra, e Orlandi ne uscì, bagnato, coi
panni in disordine, colle mani lacerate, eppure baldanzoso ancora come avesse
fatto una gita di piacere, tutti quei barcaiuoli lo circondarono, affollandolo
di domande.
Innanzi di rispondere ad alcuno, Orlandi prese dal fondo
della barca un fardello, ravvolto in una coperta di lana, e lo gettò nelle
braccia della prima donna che si trovò accanto.
— Ecco un bambino che vi arriva senza fatica vostra.
— Santa Vergine! — esclamò la donna, e scoperse
delicatamente il corpicino d'un bimbo.
Le donne gli furono subito intorno baciandolo,
accarezzandolo, scaldandogli le manine intirizzite.
Orlandi disse d'averlo salvato per miracolo, in un misero
casolare, dal quale erano fuggiti tutti, resi pazzi e crudeli dal terrore.
— Ma e lei, caro Orlandi, — interrogò il sindaco, facendosi
avanti — ha la sua vita in così poco conto da esporla sul fiume con una notte
simile?
— Non aveva tempo di pensarci, le assicuro — rispose
Orlandi, scuotendo la testa altera e sorridendo, cosí che nella penombra si
poté vedere, come un lampo, la bianchezza dei denti sotto i piccoli baffi neri.
— Sono tre giorni che giro, portando soccorsi che molte
volte arrivavano come quelli di Pisa. Non importa, si fa quello che si può. Mi
trovavo laggiù, nei boschi dell'Arese, quando il fiume ha rotto l'argine, e non
ci fu piú scampo. Ho preso questa barca, vi ho cacciato il bambino, e mi ci
sono messo anch’io, in mano di Dio o del diavolo!
— Non bestemmi, — osò dirgli la donna che aveva preso il
fanciullo — l'ha campata bella e deve proprio ringraziare la provvidenza...
Orlandi non badava piú a nessuno, intento a guardare i
lavori di arginatura e i guasti terribili della piena.
— Pare che non cresca altro, per questa notte.
— Se Dio vuole!
I gruppi cominciarono a diradare; le donne, i vecchi si
persuasero a tornare alle loro case; il signor Caccia s’avviò trascinandosi
dietro il dottore.
Restarono le Autorità, per obbligo; e poi restarono i
giovani, i forti, fra cui Orlandi, inebbriati dal pericolo e dalla fatica,
aiutando il trasporto dei sacchi, reggendo le fiaccole, dando mano al piccone
dei muratori; finché l'alba biancheggiò sui boschi, illuminando le faccie
pallide e abbattute, il fiume ancora minaccioso, e a tergo il paese colle sue
case sventrate, simili ad enormi e inguaribili cancrene.
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