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Antonio Labriola
Da un secolo all'altro

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  • I.
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I.

Nell'ultimo anno accademico, e precisamente dal novembre 1900 a questo giugno 1901, io tenni alla Università un corso di lezioni sopra un tema di tanta ampiezza e di tale varietà, che ciò che riuscii effettivamente a dire non poté a meno di lasciare nel numeroso uditorio come la impressione d'un piccolo frammento d'un gran tutto.

Cominciai a un di presso così:

Ripiglio tutti gli anni sempre con viva emozione e con gran piacere questo corso straordinario di filosofia della storia. I miei uditori potranno vedere e riconoscere essi stessi, come in queste lezioni nelle quali non rifuggo dalla oratoria e dall'intonazione pronta e facile della conferenza, io usi di uno stile di molto diverso di quello che è proprio al mio corso ordinario di etica e di pedagogia. In questo io mi attengo rigorosamente alla serrata tecnica della lezione, come si conviene ad argomenti che van trattati per compiere esplicitamente la funzione precisa dell'ammaestrare e dell'insegnare. Qui siamo, invece, nel più vasto campo della cultura; - qui si ha per mano una materia, che nessuno si argomenterebbe mai di disciplinare a scopo di esami, riconducendola a mezzo di esercizii professionali. Son poche - e poche devono essere - coteste materie, che segnano come la estensione, e direi quasi la espansione dell'Università oltre ai termini di ciò che è direttamente utilizzabile a intenti pratici immediati. Ed ecco che io, infatti, in cotesto corso mi lascio andare di buon grado ad una certa agile combinatoria di elementi, e di cose e di idee, che la stringata classificazione delle discipline suol sempre tenere quasi pedantescamente distinte e separate del tutto; uso in larga misura della libertà, della ricerca e della opinione; e, rifacendomi d'anno in anno di nuove letture e di nuovi studii, miro in queste lezioni all'ampiezza ed alla pienezza dell'esposizione: il che è ben diverso dalla pretta esattezza didattica.

E per questa volta il titolo stesso del corso dice chiaro, come la natura del soggetto giustifichi per se stessa il modo della trattazione. Mi fermerò sopra alcune caratteristiche del secolo decimonono per venire a dichiarare la configurazione del mondo civile in questo prossimo passaggio da un secolo all'altro1. Non è, spero, chi s'aspetti da me per tale annunzio, che io narri a perdita di vista una infinita moltitudine di fatti. Suppongo la conoscenza di ciò che volgarmente ha nome di serie dei fatti storici, e suppongo, inoltre, qualcosa di più, e cioè dire l'abito negli uditori a tenersi orientati in punti di vista come questi: - lotte per la nazionalità - diffusione del principio liberale - la concorrenza economica e l'espansione coloniale - i paesi industriali e i paesi agricoli - il crescere dello spirito scientifico e la rinascenza cattolica; e così via. Né enumero, come se volessi fin d'ora rinchiudere in tanti canoni fissi la mia libera esposizione: - anzi ho scelto a caso alcune di quelle formule riassuntive, pur fermandomi di volta in volta sopra alcuni fatti caratteristici, e sopra certe date decisive, le quali segnano dei momenti di feconda transizione, io mirerò, in questa considerazione retrospettiva, alle grandi linee, alle grandi correnti, all'insieme, al senso delle cose. Farò, a un di presso, ciò che agl'ideologisti pare d'intender bene a modo loro, quando dicono di rappresentare lo spirito di un secolo. E noi realisti, di rimando diciamo, che in cospetto di una determinata configurazione del mondo civile, com'è questa della fine del secolo, noi ci mettiamo in atto di chi voglia intendere una situazione, riandando obiettivamente le ragioni, i modi e le condizioni del come essa s'è fatta.

Non uno dei miei passati corsi di filosofia della storia andrà per me ora sperduto: ma non uno ne ripeterò quest'anno. Totalizzo, quasi, i resultati di quelli in questa, dirò cosi, istantanea della fin di secolo. Ho spaziato per anni su campi svariati. Una volta, Vico ragguagliato alla scienza modernissima; un'altra volta un raffronto metodologico fra storia e filologia. Un anno mi fermai ad illustrare il variare dei rapporti fra chiesa e stato; un altro, a ripigliare in esame la preistoria del Morgan col raffronto coi più recenti studii. Due volte trattai documentariamente la storia del socialismo moderno da Babeuf alla Internazionale; e illustrai in un altro corso le origini della borghesia italiana, e la condizione d'Italia in sulla fine del secolo decimoterzo. Discorsi più volte della Rivoluzione Francese - il solo punto della storia, nel quale io mi senta in possesso, secondo la boriosa espressione degli eruditi, di una specifica competenza, - come per dare, e in compendio, l'avviata alla retta cognizione di ciò che costituisce l'essenziale, in buona o in mala parte che ciò si prenda, della società moderna. Tutto questo vasto materiale, che non intendo punto di riandare in ispecie, mi sta ora innanzi alla mente, come per illuminare la scena attuale del mondo civile, che io voglio tratteggiare nei suoi contorni, nel suo interiore assetto, e nell'intreccio delle forze che la configurano e la sorreggono. Per ogni elemento vivo bisogna aver presente - ciò è ovvio - indefiniti precedenti. E chi oserebbe, dunque, di segnare un punto unico d'approdo a tante serie? Trovandoci nel mezzo di un gran processo, come ardiremmo noi di credere, che una data di calendario faccia da indice alle molteplici e complicate fasi effettuali delle cause obiettive? Questa revisione, dunque, dello stato del mondo, dal punto di vista convenzionale del secolo che muore, ha un valore appena appena approssimativo, che solo un'approfondita analisi sociologica può riavvicinare a qualcosa di effettivo e di reale.

Al postutto, quale è il mezzo pratico per misurare la nostra cultura storica? Eccolo, è semplicissimo: - la nostra capacità ad intendere il presente. Recatevi nelle mani i giornali dell'ultima quindicina. Abbiate sott'occhi un passabile atlante geografico. Fate di aver libero maneggio delle ovvie cronache annuali riassuntive. Capite l'ultima notizia? Che cosa è questa guerra del Transwaal, questo ultimo atto di resistenze dei costumi e delle libertà endemiche contro l'universalismo inglese, questa ultima obiezione armata del villano2 contro il capitale invadente? E la Russia che rifà a rovescio l'invasione mongolica? E di quanto bisogna retrocedere e di quanto bisogna addentrarsi per risolvere i fatti politici attuali nei momenti e nei moventi, di remota preparazione quelli e di intima impulsione questi?

Ma, per non anticipare di soverchio, non insisto negli esempii.

Mentre discorro, come per prepararmi ad afferrare in un rapido sguardo lo stato attuale delle cose del mondo civile usando della occasione del secolo che muore, io vi ho già detto implicitamente che, datando per aspetti così estrinseci le cose e i nostri pensieri sovra di esse, noi rendiamo semplicemente omaggio ad una illusione convenzionale. Il secolo non è né una contenenza, né un contenuto. Non è nemmeno una cornice: e non occorre di notare, che non risponde a nessuna rivoluzione naturale. Qual somma arbitraria degli anni civili che alla lor volta sono una certa tal quale approssimazione di un periodo naturale, sta a ricordarci una molto oscillante tradizione romana, ereditata forse da cosmologiche ideazioni e superstizioni etrusche. E poi cotesto periodo di anni fu riferito ad un'èra cristiana tardivamente fissata per argomentazione. Il nostro esame ci porterà a sostituire a cotesto, come ad ogni altro, convenzionale schematismo di periodi uniformi, se mai ciò è possibile, delle date interne, che siano indici dello sviluppo reale delle società. Il secolo del quale cerchiamo le caratteristiche, a spiegazione del presente, non comincia veramente in modo meccanico dalla prima pagina del calendario del 18°1; ma chi sa mai dal 14 luglio 1789, o a un dipresso, e come altro piaccia di datare il vertiginoso erompere dell’èra liberale.

E qui basta della citazione e del ricordo delle mie lezioni.

Terminato che fu il periodo accademico, a parecchi dei miei cortesi uditori parve opportuno di consigliarmi che io pubblicassi integralmente quelle lezioni. A considerare la cosa materialmente non c'era certo difficoltà di sorta. Dai miei appunti di preparazione, da quelli degli uditori, e dalla stenografia di alcune conferenze, c'era da tirar fuori tanti prolissi volumi quanti ne può dare la recitazione di un intero corso.

Respinsi il gentile consiglio parendomi alquanto bizzarra l'idea.

A che pro, invero, pubblicare delle lezioni? Ogni lezione comincia dall'inevitabile preambolo, e termina con la chiusa obbligata. Tante volte si ripete: “come dissi già”; o: “come dirò in seguito”. Si vanno di continuo aprendo delle parentesi, o per ispiegare un termine, o per dare un qualche ragguaglio sopra un autore citato, o per colorire con qualche cenno biografico la figura di un personaggio storico del quale sia fatta menzione. Tutto ciò contraddice allo stile del libro, turba l'attenzione del più paziente lettore, e rende esosa a chiunque la dotta compilazione.

Ripensandovi, ho poi, durante le vacanze, messo assieme queste pagine, che rendono in semplici raggruppamenti di capitoli alcuni dei pensieri principali di quelle lezioni, senza che dell'apparato e dello stile della lezione stessa rimanesse più nulla. Le momentanee allusioni, le inframmezzate e non brevi narrazioni, le dichiarazioni accessorie spesso lunghe: - tutto, via.

E pure questi capitoli rimangono dei frammenti. Chi volesse muovermi di ciò biasimo si provi a dirmi che via terrebbe lui, il severo critico, per superare questo stato frammentario della nostra cognizione dell'ora presente, e per integrarla nella totalità di una visione perfetta. La più savia e la più calzante delle obiezioni, che siano state mai mosse contro ogni sistema di filosofia della storia, è quella del Wundt: noi non sappiamo dove la storia andrà a finire. Il che vuoi dire - se ben ho capito - che noi non l'abbiamo mai tutta sott'occhi come un qualcosa di compiuto, a quella guisa che esaminiamo l'individuato organismo animale o vegetale. En attendant che, chi sa mai, la totale retrospezione della vita del genere umano s'avveri nel cervello d'un fortunato e perfettissimo filosofo dell'avvenire, contentiamoci per ora di quella parziale visione che ci è dato di raggiungere presentemente. Quanto a me, di questa mi tengo pago.

 

 





1 Parlavo nel novembre 1900.



2 Buri vuol dire villano.





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