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Antonio Labriola
Da un secolo all'altro

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  • III.
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III.

Sorretti dall'ambiguità del linguaggio, noi riusciamo a contrapporre alla nozione meccanica del secolo (i cento anni) quella d'un periodo interno nel quale la società segua delle determinate direttive, e presenti dei caratteri, che sono i suoi principii. Quelle ambiguità linguistiche ci son familiari, perché, dicendo p. es., secolo di Leone X, noi non pensiamo ad alcun numero d'anni precisi. Dura e materiale quasi, al contrario, è la espressione tedesca (Jahrhundert), e quella inglese che letteralmente ricorda i cento anni.

E il caso vuole, che, pochi anni innanzi che s'aprisse il primo foglio del calendario del 1801, l'avvento dell'èra liberale fosse catastroficamente inaugurato dalla rivoluzione industriale inglese, dal precipizio dell'Ancien Régime in Francia, e dalla consolidata indipendenza americana, che inaugura e fissa nella sua peculiarità ed autonomia la storia del Nuovo Mondo. La nuova Germania era già allora come avviata, la Russia s'avvicinava al Mediterraneo, riabilitato dalla spedizione d'Egitto, e divenuto indispensabile di nuovo alla economia del mondo occidentale dal rassodato potere dell'Inghilterra su l'Indostan. E chi ami di guardare nei più sottili riflessi delle rivoluzioni intellettuali o estetiche l'affannoso divenire delle cose umane sociali, non ha che a ripensare a questi nomi: Smith, Maltus, Ricardo, Lavoisier, Laplace, Lamark, Volta, Avogadro, Kant, Bopp, Goethe, Shelley, Owen, Saint-Simon, Fourier, Hegel. Basterebbe, dunque, di aggiungere agli usuali anni, che corrono fra le cifre rotonde 1800 e 1900, un semplice trentennio, per ritrovare di sotto ad una indicazione di mera cronologia esteriore l'indice di un periodo che, rivelando caratteri proprii nella maniera della convivenza, non mi periterei di chiamar sociologico.

Ma tutte coteste cautele e riserve, che servono a un di presso ad adombrare il divario fra le tabelle dei cronologisti e le esigenze della concezione sociologica, non varranno mai a liberarci da varii pregiudizii e presupposti, che, in modo più o meno esplicito o latente, pesano su lo spirito non dei soli indotti. Molti sono p. es. tentati a credere, che il discorrere di un'epoca liberale sia come inquadrare una serie di fatti particolari in una già nota prospettiva unica di tutto il genere umano. Spariscono così le differenze di attivi e di passivi, di Oriente e di Occidente, di avanzati e di arretrati, di selvaggi, barbari e civili tuttora coesistenti, e si perde di vista il relativo regresso, ossia la decadenza, che è pur fenomeno d'indubbia realtà. E poi, fermandoci ai soli civili, la cui continuità storica pare come accertata dalla costanza della tradizione, alcuni trascorrono facilmente alla immaginazione dei grandi periodi designati da categorie così generali, che rimangono inoppugnabili perché anti-empiriche e inconcludenti. P. es.: Hegel: un solo libero - pochi liberi - tutti liberi; o il suo pendant latino, Comte: teologia - metafisica - scienza.

Parlando, insomma, di un periodo liberale, in quanto ciò s'attaglia solo ai popoli direttivi nella civiltà attuale, io intendo innanzitutto e soprattutto di attenermi ai caratteri empirici di queste nostre società, in quanto derivano da altre (corporative, feudali, endemiche, ossia locali, puramente etniche, teocratiche e così via) e si differenziano dalle altre parti del genere umano, che, o non percorsero tutti i nostri stadii, o ne han percorso degli altri in gran parte difformi. Queste stesse nostre società in nessun luogo sono così serrate di tipo ed omogenee di strutture da avere eliminato del tutto le tracce del passato. Ed ecco la prima ragione degli arresti ai quali accennai nell'altro paragrafo. In tutte queste società - per i contrasti che ad esse sono inerenti - si preparano condizioni future. Di qui la ragion d'essere del socialismo nel più lato senso della parola. Il socialismo è fin da ora realtà attiva in quanto indizio e segnacolo di lotta attuale; ma tutte le volte che esso assume un presagito futuro come stregua e criterio del presente, ridiventa utopia.

Entro per ciò in una specie di apparente divagazione, della quale non s'avrà il senso che alla fine di questo paragrafo.

 

Seclum o seculum, saeclum o saeculum non vuol dire originariamente se non seminagione e quindi generazione. Sta in fondo la radice sa, che ci apparisce schietta in satus, sativus, sator, Saturnus: e poi se in serere, in sevi (Ennio), in semen etc. I corrispettivi delle lingue ariane d'Europa (lituano sëti; antico slavo sejati; gotico saian; antico tedesco sâjan; tedesco moderno säen; inglese sow) documentano il derivarsi della parola seculum dalla radice sa (se) a significare il nascere per seme o per seminagione: dal che poi lo scindersi del significato in generato, e in generazione generante.

Basterà una breve scorsa nel campo della semasiologia (o semantica che dica il Bréal). Il significato originario è tutto ancor vivo in Lucrezio; p. es., saecla pavonum e saecla ferarum; cupide generatim saecla propagant; ut propagando possint procudere saecla. Da questo senso intuitivo si distaccano i varii traslati, che si derivano in varie metonimie. P. es. la durata di una generazione umana contata per trentatré anni: ex hac parte saecula plura numerantur quam ex illa (Livio), o la durata d'un regno: digna saeculo tuo (Plinio); e quindi l'insieme dei conviventi: hujus saeculi insolentiam vituperabat (Cicerone), e di qui, per fina transizione, i costumi e lo spirito d'un periodo di tempo: grave ne rediret saeculum Pyrrhae (Orazio); Cato rudi saeculo litteras graecas didicit (Quintiliano); nec corrumpere aut corrumpi saeculum vocatur, nel qual luogo Tacito, che parla di germani, con una certa punta di novità preludia al senso cristiano della parola, come quando Prudenzio gravemente dice servientem corpori absolve vinclis saeculi. Il distacco massimo da ogni immediata derivazione di cosa sensibile è quando la parola è assunta a significare un tempo indeterminato: aliquot saeculis post (Cicerone), al che fa contrasto la fissazione tecnica a significare una determinata estensione di tempo: saeculum spatium annorum centum vocarunt (Varrone).

 

Comunque sia nata la immagine di cento anni destinati artificialmente a designare un doppio termine d'inizio e d'arrivo, sta il fatto che in questo modo di vedere si rivela un non trascurabile momento di psicologia sociale. Dato che non si viva più nella promiscuità o nell'orda primitiva, ma che la società sia già articolata in genti ad ordinamento patrimoniale e patriarcale - come era indubbiamente quella degli antichissimi italici; - dato che in così fatta convivenza si trovino in domestico contatto avo, figliuoli e nipoti (come tuttora nella Slavia meridionale), come di regola; la storia casalinga un che di frequentemente intuitivo al succedersi di tre generazioni di viventi negli stessi abiti e sensi. Non così le posteriori plebi antiche, non così i proletarii moderni viventi nel giorno per giorno, senza raccoglimento di gentilizia tradizione. Questa è ancor forte nelle sopravvissute aristocrazie o di rari proprietarii o di patriziati di città, e non iscarsa nella più consistente borghesia. Una memoria viva di ciò che s'è svolto a un di presso da cento anni in qua nella propria famiglia costituisce nella maggioranza delle persone di mediocre cultura il punto di riferimento delle cose del mondo. Se io non guardassi alle vicende del secolo con l'occhio di persona avvezza alle discipline storiche, saprei almeno di Napoleone, di Gioacchino Murat, dei francesi a Napoli, dell'abolizione dei feudi e della introduzione del Codice Civile per averne sentito a parlare dal nonno e dalla nonna. La tradizione biblica è tutta contesta di tracce genealogiche, fino al posticcio preludio dell'Evangelo di Matteo. La medesima concezione è ancora viva nell'indimenticabile Ecateo, nel quale, pare almeno, non comincia ancora quel senso più complessivo degli accadimenti che più tardi fu così vivo nei greci in quanto si riferiva all'unità, o della città o del popolo. Dove l'intuitivo fatto delle generazioni è così dominante quale unità dei ricordi l'immagine dell'albero si presenta da sé, sia che Omero (Il., VI, 146) dica:

 

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che Jesus Sirach (14, 19), quasi parafrasasse Omero più ampiamente, enunci: “Come le verdi foglie sopra un bell’albero che altre cadono e altre crescono; così degli uomini, che altri muoiono ed altri nascono”.

Non mi addentrerò in dotte disquisizioni estranee in tutti i modi al mio assunto, per mettere in chiaro come sotto l’influsso di credenze etrusche al gran numero delle feste cerimoniali, votive, espiatorie e trionfali, si venissero aggiungendo nell’antica Roma i ludi saeculares. Sono attestati la prima volta al 249 e la seconda al 146 a.C., il che farebbe il 505 e il 608 ab urbe condita (del calcolo varroniano), con poco divario dal cento sacramentale. Li celebra poi Augusto al 737 ab u. c. (ossia al 17 a. C. in ritardo di parecchi anni). Tengo per cose note l'arbitrio col quale il bizzarro Claudio sconvolse di suo capriccio la data per letificarsi dello spettacolo, il fatto che Domiziano rimise a posto la serie, e che Settimio Severo col quale cessa la diarchia e s'inaugura il periodo dell'impero militare-burocratico, ne ripigliò la celebrazione a 110 anni di distanza. Con gran pompa ebbero luogo gli ultimi giuochi celebrati (forse il 303 di nostra èra) dall'ultimo effettivo rappresentante del mondo antico, Diocleziano, e la cerimonia non più fatidica ha trovato nell'ultimo notevole storico pagano, cioè in Zosimo, il narratore romantico della tradizione sibillina. I decadenti son sempre coloristi.

Come e quando ai culti indigeni gentilizii e locali si venissero ad aggiungere nell'antica Roma nuovi motivi di superstizioni cerimoniali tratte da quelle vedute apocalittiche che si compendiano nei misteriosi libri sibillini, né sappiamosapremo mai. Che i ludi saeculares avessero originariamente per obietto gli dèi inferi, e che la data ne dovesse essere fissata dagli Haruspici, son risapute. Ma come e per quali vie si venne formando nelle menti romane quel singolare sincretismo di opinioni orientali, postplatoniche e semistoiche per cui le prosaiche vicende – che furono allora di ferocissime guerre civili - apparissero come un momento delle fasi dell'anno mondiale? Augusto, già decretato imperatore da dieci anni, consenzienti i quindicemviri a interpretare i Sibillini quanto alle date, mentre tenta di reintegrare l'ordine morale con la legge de maritandis ordinibus, celebra sotto il vecchio titolo dei giuochi secolari la felicità dell'orbe nell'impero. Già i dieci mesi dell'anno mondiale erano penetrati nei libri sibillini. Non erano circoscritti in numeri d'anni assegnabili ma rivelati da segni e portenti. Avean dei prèsidi. Diana cedeva già il posto ad Apolline, e si era così al decimo saeculum delle periodiche età dell'universo, come avea seriamente annunziato l'auruspice Volcasio edotto dall'apparire della crinita cometa alla morte di Cesare. Non cantava Virgilio: “UItima Cumaei iam venit carminis aetas; Magnus ab integro seclorum nascitur ordo”?

Superstizione, mitologia, teologia, stanchezza degli animi, bisogno di riposo, corruzione d'ogni forma di vita spontanea, popolare impulso, l'artifizio politico, e la stessa apprensione di quelle genti barbariche che cingevano l'ecumenico impero dei civili, - tutto concorreva a consacrare come nell'accettata immagine di età cosmica il nuovo magistero imposto al gran caos etnografico del Mediterraneo. Rimando ai manuali quanto alle solenni feste augustee culminanti al terzo giorno in quella d'Apolline, come se il luminoso iddio avesse trionfato degl'inferi; e mi preme solo di ricordare che l'epicureo, il decadente, l'ex-repubblicano Orazio, fu il primo poeta aulico del Sacro Romano Impero, il primo cantore di una idea, che rimase definitivamente sconfitta solo per opera dei sanculotti.

 

 

Cotesta fantasia delle età del mondo non turba mai la pratica del conto civile degli anni, né la trattazione annalistica del racconto storico. Bastava l'ab urbe condita o il post reges exactos, e la indicazione dei consoli, e così fu l'ultimo di questi (nel 542 dell'a. C. sotto Giustiniano) Flavio Basilio juniore assunto da alcuni cronisti a data negativa perché scrissero tanti anni dopo Juniore. A tale metodo s'adattarono gli scrittori cristiani, - quando non usassero di altre ère civili dei paesi d'Oriente, - e ci si adattarono per più di cinque secoli, che son quelli in cui il cristianesimo s'è formato e svolto e fissato e stabilito come sistema di vita e di cultura, e s'è imposto a quasi tutte le regioni dell'impero. In quell'impero era nato e s'era consolidato: e quell'impero non era che l'ultimo periodo di quella età del mondo che la profezia biblica permetteva di ammettere. Datare dalla nascita di Cristo un nuovo periodo storico sarebbe stato come profanare il piano provvidenziale del mondo, e come un anticipare il millennio. L'impero romano, ossia l'ultima delle monarchie profetizzate, avea perciò esistenza indefinita. Non starò qui a riferire come Eusebio di Cesarea usando del sincronismo di Giulio Africano, abbia costruito la cronaca del mondo spartendola nelle due serie da Mosè alla predicazione di Cristo per un verso, e da Nino a Tiberio da un altro con Abramo a capo, che non ha corrispettivo di storia profana. Lui s'arresta al 325, contando per decadi la cronaca mondiale prolungata da S. Girolamo fino al 378, al quale il profeta Daniele opportunamente interpretato dava modo di eternare l'impeto romano come la quarta monarchia che non ammette dopo di sé altro che la palingenesi. Non occorre mi indugi nei quattordici subperiodi simmetricamente posti da S. Agostino fra Abramo e Cristo, e nelle sei età del mondo che gli parvero documentate dalle sei età della vita e nei sei giorni della creazione. Tutto cotesto garbuglio di escogitazioni trascendenti, convalidato dall'autorità di Sulpicio e rifermato nella cronaca del mondo di Isidoro, ebbe la sua codificazione nel manuale di Orosio. Che l'impero d'occidente cada, non monta: c'è quello d'Oriente, e poi viene la instauratio carolingia e poi quella degli Ottoni. Le preordinate età del mondo non soffrono alterazione, per il variare delle multiformi contingenze di tempi così ricchi di nuove forme di vita. Tutto è fermo e stabile da Adamo in poi, perché la creazione del mondo ha la sua data! Il contare per decadi è così comodo, e così il sommare le decadi in cento (C.). E quando la data della nascita di Cristo fu per congettura stabilita, spezzare il conto in due era del pari opportuno, e quindi avanti e dopo Cristo. I cento sommari danno il mille: il pauroso mille, ossia il millennio dei millenarii, ai quali non so dare, in buona coscienza, alcun torto. Concepita in modo così materiale la necessaria concatenazione degli avvenimenti, dalla storia profana bisognava pure uscire in un determinato momento per entrare sensibilmente nel regno di Dio.

Ma io non sarei tornato su cotesto immane guazzabuglio di cosiddette idee, se non mi premesse di fermarmi in alcune non inutili considerazioni. In quel gran tratto di tempo che per convenzione di comodo noi chiamiamo il Medioevo, dunque, quei pochi e rari intellettuali che raccolsero e scrissero le memorie locali e generali, pur datando le loro cronache dal padre Adamo e pure spartendo la cronologia in avanti e dopo Cristo, non ebbero punto o assai raro sentore della peculiarità, novità, e originalità dei fatti che trattavano. Vissero idealmente in una romanità di loro fattura, nella quale inquadrarono i nuovi fatti come gli accidenti di un impero continuamente esistente, in cui elementi latini, germanici e in parte slavi si confondono sotto il magistero del Caesar sempre vivo. Tardi si sgroppano da questa illusionale comune coscienza indistinta i neo-germani e i neo-latini nella specifica circoscrizione di nazioni e subnazioni. Tardi si svincolano dei veri e propri reggimenti di stato dagli universali vincoli dell'impero e del papa, che era a sua volta o l'impero o il sopraimpero. La forma strepitosa di tale distacco, come quella che avvia alla rinascenza e alle prime fasi della storia moderna, e nella formazione dei comuni italiani, e nei fatti analoghi delle Fiandre, delle città del Reno, della lega anseatica e soprattutto della Provenza, dove il moto, prematuramente trascorso alla ribellione dalla cattolicità, fu spezzato dal regno di Francia aspirante al Mediterraneo. Così, e per la formazione dei grandi stati, e nel costituirsi delle nazioni con organi letterarii proprii tratti dal volgare, e nei tentativi di chiese nazionali e con la scissura protestante, si venne formando quella nuova coscienza, duplicatasi di Rinascenza e di Riforma, che ha cambiato negli intellettuali del secolo XVI la prospettiva storica. Nei rinnovatori dell'antico questo diveniva davvero l'antico. Per gli scovritori del Nuovo Mondo, pei contemporanei di Copernico, pei rimaneggiatori dello scibile, per gli audaci precursori di una scienza nuova della natura, pei rappresentanti di tante nazioni oramai mature d'individualità propria cessava il senso di quella miscela, che fu la romanità medievale. Affatto naturalistica è la spiegazione che Machiavelli della fine dell'impero romano. A poco andare, Jean Baudin comincia a fissare i primi canoni di una ricerca storica ristretta e legata alle condizioni obiettive, e Giulio Cesare Scaligero introduce la tecnica cronologica come una vittoria della combinazione posta dalla mente sopra ogni simbolica di numeri e sopra ogni fantastico presupposto di preordinate età del mondo. La intuitiva riproduzione dell'antico da un canto, e il precisarsi del moderno dall'altro, sollecitarono i dotti di professione a rinchiudere in un cosi detto evo-medio la serie di fatti fra la caduta dell'impero d'Occidente (476), della quale i contemporanei quasi non s’avvidero, e un'altra data, che varia secondo i gusti dalla presa di Costantinopoli (1453) alla scoverta d'America (1492) e all'apparizione di Lutero (1517). La scuola s'è impossessata di tal comodo ripiego di facile classificazione: la quale vale quel che può valere ogni sorta di ripiego.

Noi siamo ora assai lontani da Baudin e da Scaligero, dalla Rinascenza in genere e dai suoi derivati. Le ricerche storiche son venute in tanta perfezione di metodo da avvicinarsi per molti rispetti alla scienza. Questo è uno dei maggiori vanti del secolo XIX. A nessuno viene più in mente ora di considerare sul serio come signoreggiante su la storia un tempo che faccia da trascendente distributore di atti e fatti. Il cresciuto e sempre crescente raffinamento della ricerca economica, giuridica, etnografica, e antropologica, per non dire della geografia, della statistica, della linguistica e della mitologia e così di seguito, ci permettono di vedere in sempre nuove e sempre più ricche prospettive e con più particolari contorni i diversi popoli e i diversi stati, non più distanziati da noi dalle semplici date cronologiche, ma dai momenti di una evoluzione, che qui troviamo spezzata, più dispiegata, e che poco per volta spezziamo. E se - come ho fatto io in queste pagine - datiamo una serie di considerazioni da un fatto determinato, p. es., lo scoppio della Rivoluzione Francese, non ignoriamo più quanto di approssimativo c'è in cotesto taglio, e non dubitiamo di dover tener desti tutti gli organi della osservazione e pronti tutti gl'istrumenti della critica per dare all'anatomica operazione il suo giusto valore. Quel taglio non ci dispensa dal considerare lo scoppio dell'89 come il resultato di tutta la civiltà romano-germanica, continuatrice della antica civiltà mediterranea, e non ci autorizza a dimenticate che non ha valore per l'universo mondo terraqueo (India, Cina, Giappone, etc.) e nemmeno per quella Europa, che è di dalla linea dove finisce l'azione diretta dell'èra liberale. Senza dubbio oggi le direttive della ricerca storica si assommano nei criterii sociologici; e questi culminano - a mio credere - nel materialismo economico. Ma anche qui i pericoli dei facili schematismi non son sempre facili ad evitare. Per questa sicurezza di metodica scientifica con la quale cerchiamo d'investire il passato facendolo rivivere della vita del nostro pensiero, noi siamo diventati larghi d'indulgenza per le illusioni del passato stesso. Quella illusione medievale dell'impero indefinitamente prolungato, passando sopra ai pregiudizii teologici o esegetici che idealmente la sorreggevano, costituisce per noi una forte testimonianza sociologica. Ciò che veramente persisteva nei primi secoli eran le tradizioni di civiltà romana nelle quali il cristianesimo s'era svolto. I barbari invasori non furono nazioni di conquistatori, ma popolazioni cercanti sede. Bisanzio non ne acclimatò tanto malgrado la violenta dispersione etnica portata dalle invasioni unniche sul medio o inferiore Danubio? La sede vacante dell'impero d'Occidente non è un'illusione, perché il sistema di civiltà sopravvissuto, e per esso nell'interregno, acclimatava altri barbari da quest'altra parte. La prolungata illusione d'un impero che si continui all'infinito, finché non venga l'instauratio magna della vera cristianità invadente tutti i rapporti della vita (p. es. Dolcino), è l'anima della concezione del mondo di quel Dante che, contemporaneo della borghesia già avviata e della monarchia come reggimento politico giù tentato, vive idealmente sotto un Cesare invocato.

L'apparizione della borghesia - o che si costituisca in comuni o in leghe di comuni o che si lasci guidare o contenere da un monarcato tendente ad esercitare amministrazione o giurisdizione accentrate - è oramai per noi l'inizio di quella caratteristica di eventi cui siamo autorizzati a dare il nome di storia moderna, in contrapposto alla incubazione medievale, in contrapposto agli ereditati o riprodotti elementi dell'antico. Parlando di un secolo decimonono

- nel lato senso indicato di sopra, - noi sappiamo dunque di occuparci dell'ultima e della più ampia e dispiegata fase dell'evo borghese.

 

Mi occorre dire dell'altro.

Quei romantici del cristianesimo, che ingombrarono di loro nomi e di loro scritti i primi decennii della reazione succeduta al gran moto francese, hanno accreditata nella letteratura la fatua idea d'una civiltà cristiana posta e saputa dagli autori stessi come distinta dalla civiltà pagana. Era un modo di combattere a ritroso la invadente borghesia in nome d'un cristianesimo fattizio e di un Medioevo transfigurantesi in poesia. Per ciò mi son fermato qui innanzi a ricordare come la storiografia cristiana dei primi secoli della vigorosa diffusione e del pratico trionfo della nuova fede, mentre seguiva qual mezzo di conto delle ère civili accettate e soprattutto di quella dominante dell' ab urbe condita (né gioverebbe qui di ricordare le altre, p es. Troia, Argo, i Seleucidi, Nabonassar, della quale ultima usò Tolomeo anche lui seguace dei sincronismi riannodati al succedersi delle grandi monarchie), considerando il cristianesimo come l'oltre-storico, s'adattò a considerare come permanente la civiltà profana contenuta dall'impero.

Infatti gli è solo in principio del VI secolo che Dionigi, meritamente detto l'esiguo, nel rifare le tavole pasquali di Cirillo data il 1284 ab urbe condita (dell'èra di Catone) per il 531 dopo Cristo, trasferendo dal venerdì santo alla natività la data che forse per il primo avea argomentata Vittorino di Aquitania undici anni innanzi (465) alla caduta dell'impero d'Occidente. Quell'esiguo era un nordico, e fu detto lo Scita, - tanto la confusione etnica massima fra le Alpi e il Danubio avea sconvolto, - pur essendo in Roma abate di un monastero. Fu compilatore di diritto ecclesiastico, mettendo assieme i così detti canoni apostolici, le decisioni dei concilii e le decretali di Siriano e di Anastasio. Per fermo, se il cristianesimo, che come fede avea sempre per obietto il di da venire, in quanto esso era diventato chiesa, ossia associazione e politica, metteva il piede nelle cose del profano mondo per essere nell'interregno dell'indistruttibile impero, o il vice - o il vero - o il sopraimpero. E avea bisogno a ciò, più che della data, del dritto e del potere economico. Quella data - che a me qui non importa di vedere se sia inesatta di 2 o 3 secondo il Mabillon, o di 8, e così via - indicata col 531 per dire che ne trascorrevano 532 dal 753 (conto catoniano) dell'ab urbe condita, fu diffusa dal venerabile Beda; e, penetrata nei documenti carolingi, ebbe consacrazione ufficiale negli atti di Giovanni XIII (965-72) nel più confuso e disordinato tempo di nostra storia europea. I tecnici si occuperanno di dire come si datassero in quei tempi assai variamente gli anni, cosicché Carlo Magno ci apparisce incoronato imperatore ora il 799 ora l'800; e a me preme solo di dire come cotesta èra cristiana non sia stata nulla di sacramentale per la universalità dei fedeli. La cattolicissima Spagna ha contato fin verso il secolo decimoquarto dall'èra di Augusto (38 a. C.); e Bisanzio, come per affermarsi nella sua differenza dall'Occidente già distaccatosi, si tenne alla data della creazione del mondo, sapientemente fissata dal concilio costantinopolitano del 681 a 5509 anni avanti Cristo. Così continuarono tutte le chiese d'origine bizantino-ortodossa; così la Russia fino a Pietro il Grande, che introdusse il calendario occidentale di fattura giuliana, passando sopra alla riforma gregoriana.

Fortunati i nostri padri, che nella iscienza delle fasi effettive del genere umano, lontani dal presentimento di tutto quel sapere che noi ora comprendiamo nei nomi di sociologia, di preistoria e simili, si argomentassero di sapere la data della creazione del mondo. Da giovanetto io, - per la pigrizia tradizionale che manteneva nell'ambito scolastico d'un paese di decaduti il vieto e l'obsoleto, - ebbi per mano dei vecchi libri nei quali la storia era contata dalla creazione del mondo, travagliandomi ad armonizzare Calvisio (3949 a. C.), Petavio (3938) ed Ussero (4004). Ignoravo allora che nelle dotte dispute di varii interpetri delle sacre carte ci fosse stata anche una scuola (ebraica invero) che fissò la creazione precisamente al 5 ottobre del 3761 a.C.

Di quanto si sia prolungata la nozione dei fatti storici accertati dalle scoverte della egittologia e delle antichità babilonesi presemitiche, è cosa risaputa. Al certo, per date di cronologia si risale a numerose epoche di preistoria, confinabili per altri interiori criterii di successione. Più in le epoche geologiche, entro le quali incertamente collochiamo il primo apparir della vita, e più in ancora le ipotesi su la formazione del sistema solare, e il tutto si dirama e contiene nell'universale concetto della evoluzione.

Sorridenti, noi guardiamo indietro ai nostri padri che cercavano in un giorno di un anno dell'ovvio tempo la materiata creazione del mondo; e in tanta abbagliante luce di rivelazione interpretabile, non seppero con precisione l'anno di nascita del Salvatore, e quella congetturata fu materialmente accettata come una qualunque.

La moderna idealizzazione del cristianesimo nei derivati filosofici del protestantesimo ha superato del tutto l'angusta nozione una verità religiosa che è un fatto di materiata narrazione, pronunziando per bocca di Schleiermacher che è cristiano non il nato ma il rinato.

 

 

La chiesa, che come arbitra della cultura s'impossessava del calendario codificando l'èra e i secoli, s'acquetò lungamente a continuare il conto sommando gli anni della riforma giuliana (45 a. C.). Anche qui era e rimaneva sovrano il primo Caesar, e il tempo procedeva sotto la imperiale insegna. Mi guarderò bene di discorrere dei varii anni che la tecnica astronomia suole annoverare. Né occorre io spieghi per quali convenienze la cronologia civile si attenga all'anno equinoziale, che ci è in un certo modo sensibile. Non importa qui di ricordare le fasi della cronologia greco-romana - le antiche notazioni delle vicende agricole - gli anni lunari - e i tentati riavvicinamenti al periodo equinoziale. Quale confusione regnasse quando Giulio Cesare ordinò la riforma, più che da ogni altra erudita testimonianza risulta dal fatto che si dové ricominciare da un anno di 455 (sostituito all'antico che era di 355); e, chiamando 24 marzo il giorno dell'equinozio, si costituì un anno in cifra rotonda di 366 con la nota differenza dall'effettivo periodo equinoziale che è in media di giorni 365, ore 48, minuti primi 48 e minuti secondi 46. Non fu riferito al 24 marzo lo inizio dell'anno, ma al gennaio che per vecchia tradizione doveva corrispondere al plenilunio di dopo il solstizio d'inverno. In tale autoritativa riforma derivossi per Sosigene di Alessandria quanto potea dare la tecnica astronomica dei greci non certo ignari della tradizionale sapienza egizia, che probabilmente fin dal 1600 a. C. avea trovato un canone di correzione siderale alle inesattezze dell'anno civile (il cosi detto periodo Sotis che riappare nel decreto di Canopo).

 Quello schema cesareo fu serbato per secoli nella cronologia tecnica e storica dell'Occidente, e la Russia se ne libera soltanto ora per la prima volta. Già al tempo del concilio di Nicea (325 d. C.) l'equinozio di primavera era disceso dal 24 al 21 di marzo e il 1580 era all'11 di quel mese. Sorgeva d'ogni parte la domanda della riforma, - la chiedesse quell'anticipato presentitore di cose nuove che fu Ruggiero Bacone o quel più prossimo a noi per senso di dubbiezze che è il cardinal di Cusa. In questo fermento di novità di calendario si svolge il genio di Copernico, non presago delle sovvertitrici conseguenze cui dovesse giungere la foga geniale di Giordano Bruno e la più rassodata scienza di Galileo e di Keplero. La decantata riforma gregoriana non fu che un componimento gesuitico al quale si adattò l'antica scienza di Sirleto e Clario, sfidante la più radicale riforma del periodo teorico del geniale Scaligero. Furono aggiunti dieci giorni all'anno in corso (5-14) invece dei 13 che occorrevano a non offendere il concilio di Nicea, e furono rimandati i tre giorni di differenza al 1700, 1800 e 1900, nei quali, come è noto, rimase soppresso il bisestile. Di qui a 3600 anni ci troveremmo in errore di un giorno, se via via non si accetta la proposta di Mädler e di altri astronomi di lasciare inalterata la tradizione giuliana del bisestile, salvo a sopprimerne uno ogni 128 anni, il che renderebbe approssimativamente coincidente l'anno civile con l'anno medio equinoziale.

L'accomodazione gesuitica della riforma gregoriana lasciava intatta la concezione tolemaica - perché l'intuitivo equinozio riman lo stesso, o che la terra sia il centro dell'universo, o che sia un povero pianeta nell'indefinito spazio - di un cosmo considerato come una stabile e conterminata contenenza. Per altre vie s'era messo lo spirito della ricerca. L'audace, intemperante e sovrabbondante Giordano Bruno s'era fatto l’araldo per tutta l'Europa civile della veduta copernicana, dalla quale trasse, per virtù d'immaginazione costruttiva con precorrenza di genio che mal s'adatta alla paziente dimostrazione dei particolari, i dati più generali di quella intuizione cosmocentrica nella quale ora tutti ci adagiamo senza ambascia e senza travaglio. La vôlta del cielo dantesco rimane ora, non che sfondata, dispersa. L'irrelativo dell'universo senza contenenza sensibile rendeva relativa ogni umana misurazione per tempo e per spazio. Un anno dopo il martirio di Bruno, che ebbe luogo in quel febbraio al quale la riforma gregoriana serbava il bisestile, Keplero (1601) determinando l'orbita di Marte sconvolse dal fondo la nozione della perfettissima forma del circolo dominante nella natura per volontà di Aristotele. Galilei - continuatore del Benedetti - nell'assunto dell'inerzia, che preludia di lontanissimo al principio dell'energia, ossia ad una data decisiva del secolo decimonono, portò a compimento una lunga disputa durata dal cardinal di Cusa per più di 150 anni, con questo esito che la meccanica dovesse fondarsi su i dati della osservazione e del calcolo, rinunziando ad ogni ricerca su la origine trascendente del moto. Il secolo decimosettimo è il periodo rivoluzionario della scienza della natura. Si elabora allora il concetto delle leggi naturali, sia pure che non tutti raggiungono gli ardimenti di Spinoza o di Hobbes, e che le leggi considerino con gli assiomi posti da Dio. La relatività d'ogni misura, d'ogni maniera di mutazioni per mezzo del tempo è cosi affermata dal circospetto Newton:

 

Tempus, absolutum, verum et mathematicum in se et natura sua absque relatione ad externum quodvis acquabiliter fluit, alioque nomine dicitur duratio. Relativum apparens et vulgare est sensibilis et externa quaevis durationis per motum mensura, qua vulgus vice veri temporis utitur: ut Hora, Dies, Mensis, Annus (Phil. Nat., Def. VIII, Schol.).

 

Da Newton a Kant corre tutto un secolo, non di soli anni di conto, ma di intime transizioni e intensificazioni del pensiero. Quella ombratile eterna durata man mano si sfuma, e rimane la sola subiettività ossia relatività del tempo. Da Galilei, Keplero e Newton corre altrettanto un secolo per giungere alla ipotesi Kant-Laplace (forse precorsa dal Buffon) su la origine del sistema solare, che riduce gli assiomi posti da Dio nei momenti di un obiettivo e perciò immanente processo. Dove la finirei se volessi mettermi negl'infiniti particolari di tali confronti? L'importante è, che divenendo sempre più chiara la nozione che il tempo è la subiettiva misura dei varii processi, la cui natura peculiare deve essere attestata dalla considerazione empirico-obiettiva del loro contenuto, e del loro farsi e divenire - maturandosi cioè le premesse di quella veduta del mondo che il secolo decimonono ha condensato nel nome dell'evoluzione, nasceva il bisogno di trovare alla storia le sue proprie date sociologiche.

A ciò volle frettolosamente e audacemente provvedere con la sicurezza di chi crede d'esercitare su le complicate faccende del mondo il magistero della ragione, quella Convenzione, che decretò il novello calcolo dei tempi per l'èra della società rinnovellata. Gli è proprio quel codino di Hegel che disse come quegli uomini avessero pei primi, dopo Anassagora, tentato di capovolgere la nozione del mondo, poggiando questo su la ragione.

Non è già che mi prema gran fatto di scrivere invece del 1901, e per far dispetto allo Scita Dionigi, il 109 anno della repubblica, aspettando il 110 che comincerebbe il 23 settembre prossimo. Né mi sento tanta vaghezza di democratico romanticismo da gioire all'idea, che se quel calendario fosse stato conservato a quella repubblica italiana che per ora non c'è, io oggi non metterei la data del tal giorno di agosto ma bensì il tridì della prima decade del Fruttidoro sotto la insegna del marrobbio. Né difendo l'arida architettura di quel calendario poco facile alla memoria. Ma i motivi del decreto sono una singolare testimonianza della piena consapevolezza con la quale gli autori del gran moto distaccavano sé da tutto il passato, e ponevano una prima data a tutta la gran rivoluzione che tuttora esagita il mondo occidentale.

 

L'èra volgare è abolita.

L'èra volgare sorse in mezzo alle turbolenze precorritrici della prossima caduta dell'impero romano, e in un'epoca, quando la virtù fece qualche sforzo per vincere le umane debolezze. Ma per diciotto secoli essa non è servita se non a fissare nella durata i progressi del fanatismo, l'avvilimento delle nazioni, lo scandaloso trionfo dell'orgoglio, del vizio, della stoltezza e le persecuzioni che macchiarono la virtù, il talento, la filosofia sotto despoti crudeli.

Perché mai la posterità dovrebbe vedere incisi su le medesime tavole, ora da mano avvilita e perfida, tal'altra volta da mano fedele e libera, così gli onorati delitti dei re come la esecrazione alla quale essi sono oggi dannati, così le furberie e l'impostura per gran tempo ossequiate, come l'obbrobrio che infine raggiunge gl'infami ed astuti confidenti della corruzione e del brigantaggio delle corti?

La rivoluzione ha ritemprata l'anima dei francesi, e di giorno in giorno essa educa alle virtù repubblicane. Il tempo apre un nuovo libro alla storia, e nel suo nuovo cammino maestoso e semplice come l'uguaglianza deve incidere d'un nuovo e puro bulino gli annali della Francia rigenerata.

La rivoluzione francese, feconda, ed energica nei suoi mezzi, vasta, sublime nei suoi resultati, sarà nella considerazione dello storico e del filosofo una di quelle grandi epoche collocate a guisa di grandi fanali sul cammino eterno dei secoli.

Il 21 settembre 1792 i rappresentanti del popolo etc...han proclamata l'abolizione del potere regio... Questo stesso giorno dev'essere l'ultimo dell'èra volgare... Il 22 settembre fu il primo giorno della repubblica. Quel giorno stesso a 9 ore, 18 minuti e 30 s. del mattino il sole arrivò al vero equinozio di autunno, entrando nella costellazione della Bilancia.

L'eguaglianza del giorno e della notte era segnata in cielo nello stesso istante in cui l'eguaglianza civile e morale era proclamata dai rappresentanti del popolo francese, come il sacro fondamento del suo nuovo governo. Così il sole ha richiamato ad un tempo i due poli e successivamente il globo intero, e nel medesimo giorno ha brillato per la prima volta in tutto il suo splendore sul popolo francese la fiaccola della libertà che più tardi dovrà rischiarare tutto il genere umano.

Le sacre tradizioni dell'Egitto faceano uscire, sotto la medesima costellazione, la terra dal caos, e in quel punto fissavano la origine delle cose e del tempo.

Il concorso di tante circostanze imprime un carattere religioso e sacro a questa epoca, che dovrà essere una delle più celebrate fra le feste delle generazioni future.

Tocca al popolo francese tutto di mostrarsi degno di se stesso, col contare d'ora innanzi i suoi lavori, i suoi piaceri, le sue feste civiche sopra una divisione del tempo creata per la libertà e l'uguaglianza, creata dalla rivoluzione stessa che deve onorare la Francia per tutti i secoli.

 

Quel calendario andò fuori uso col gennaio 1806. La data dell'abolizione dice tutto.

Durante il secolo decimonono la Rivoluzione Francese è stata continuata e combattuta, è stata attenuata e sorpassata. Per i contrasti che la borghesia dovea vincere dell'antico ancor potente, e di tutto quel nuovo che compendiamo sotto i nomi complessivi o di quarto stato, o di moti operai o di socialismo, nel secolo decimonono il progresso s'è avverato se non per le tortuose vie dei compromessi.

Ed ora le apparenti divagazioni di questo capitolo hanno raggiunto il senso loro.

 

 




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