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III.
Sorretti
dall'ambiguità del linguaggio, noi riusciamo a contrapporre alla nozione
meccanica del secolo (i cento anni) quella d'un periodo interno nel quale la
società segua delle determinate direttive, e presenti dei caratteri, che
sono i suoi principii. Quelle ambiguità linguistiche ci son familiari,
perché, dicendo p. es., secolo di Leone X, noi non pensiamo ad alcun numero
d'anni precisi. Dura e materiale quasi, al contrario, è la espressione tedesca
(Jahrhundert), e quella inglese che letteralmente ricorda i cento
anni.
E il caso
vuole, che, pochi anni innanzi che s'aprisse il primo foglio del calendario del
1801, l'avvento dell'èra liberale fosse catastroficamente inaugurato dalla
rivoluzione industriale inglese, dal precipizio dell'Ancien Régime in
Francia, e dalla consolidata indipendenza americana, che inaugura e fissa nella
sua peculiarità ed autonomia la storia del Nuovo Mondo. La nuova Germania era
già allora come avviata, la Russia s'avvicinava al Mediterraneo, riabilitato
dalla spedizione d'Egitto, e divenuto indispensabile di nuovo alla economia del
mondo occidentale dal rassodato potere dell'Inghilterra su l'Indostan. E chi
ami di guardare nei più sottili riflessi delle rivoluzioni intellettuali o
estetiche l'affannoso divenire delle cose umane sociali, non ha che a ripensare
a questi nomi: Smith, Maltus, Ricardo, Lavoisier, Laplace, Lamark, Volta,
Avogadro, Kant, Bopp, Goethe, Shelley, Owen, Saint-Simon, Fourier, Hegel.
Basterebbe, dunque, di aggiungere agli usuali anni, che corrono fra le cifre
rotonde 1800 e 1900, un semplice trentennio, per ritrovare di sotto ad una
indicazione di mera cronologia esteriore l'indice di un periodo che, rivelando
caratteri proprii nella maniera della convivenza, non mi periterei di chiamar sociologico.
Ma tutte
coteste cautele e riserve, che servono a un di presso ad adombrare il divario
fra le tabelle dei cronologisti e le esigenze della concezione sociologica, non
varranno mai a liberarci da varii pregiudizii e presupposti, che, in modo più o
meno esplicito o latente, pesano su lo spirito non dei soli indotti. Molti sono
p. es. tentati a credere, che il discorrere di un'epoca liberale sia come
inquadrare una serie di fatti particolari in una già nota prospettiva unica di
tutto il genere umano. Spariscono così le differenze di attivi e di passivi, di
Oriente e di Occidente, di avanzati e di arretrati, di selvaggi, barbari e
civili tuttora coesistenti, e si perde di vista il relativo regresso, ossia la
decadenza, che è pur fenomeno d'indubbia realtà. E poi, fermandoci ai soli
civili, la cui continuità storica pare come accertata dalla costanza della
tradizione, alcuni trascorrono facilmente alla immaginazione dei grandi periodi
designati da categorie così generali, che rimangono inoppugnabili perché
anti-empiriche e inconcludenti. P. es.: Hegel: un solo libero - pochi liberi -
tutti liberi; o il suo pendant latino, Comte: teologia - metafisica -
scienza.
Parlando,
insomma, di un periodo liberale, in quanto ciò s'attaglia solo ai popoli
direttivi nella civiltà attuale, io intendo innanzitutto e soprattutto di attenermi
ai caratteri empirici di queste nostre società, in quanto derivano da altre
(corporative, feudali, endemiche, ossia locali, puramente etniche, teocratiche
e così via) e si differenziano dalle altre parti del genere umano, che, o non
percorsero tutti i nostri stadii, o ne han percorso degli altri in gran parte
difformi. Queste stesse nostre società in nessun luogo sono così serrate di
tipo ed omogenee di strutture da avere eliminato del tutto le tracce del
passato. Ed ecco la prima ragione degli arresti ai quali accennai
nell'altro paragrafo. In tutte queste società - per i contrasti che ad esse
sono inerenti - si preparano condizioni future. Di qui la ragion d'essere del
socialismo nel più lato senso della parola. Il socialismo è fin da ora
realtà attiva in quanto indizio e segnacolo di lotta attuale; ma tutte le volte
che esso assume un presagito futuro come stregua e criterio del presente, ridiventa
utopia.
Entro per ciò
in una specie di apparente divagazione, della quale non s'avrà il senso che alla
fine di questo paragrafo.
Seclum o
seculum, saeclum o saeculum non vuol dire originariamente se non
seminagione e quindi generazione. Sta in fondo
la radice sa, che ci apparisce schietta in satus,
sativus, sator, Saturnus: e poi se in serere, in sevi
(Ennio), in semen etc. I corrispettivi delle lingue
ariane d'Europa (lituano sëti; antico slavo sejati; gotico saian;
antico tedesco sâjan; tedesco moderno säen; inglese sow)
documentano il derivarsi della parola seculum dalla radice sa
(se) a significare il nascere per seme o per seminagione: dal
che poi lo scindersi del significato in generato, e in generazione generante.
Basterà una
breve scorsa nel campo della semasiologia (o semantica che dica il
Bréal). Il significato originario è tutto ancor vivo in Lucrezio; p. es., saecla
pavonum e saecla ferarum; cupide generatim saecla propagant; ut
propagando possint procudere saecla. Da questo senso intuitivo si
distaccano i varii traslati, che si derivano in varie metonimie. P. es. la durata
di una generazione umana contata per trentatré anni: ex hac parte saecula
plura numerantur quam ex illa (Livio), o la durata d'un regno: digna
saeculo tuo (Plinio); e quindi l'insieme dei conviventi: hujus saeculi
insolentiam vituperabat (Cicerone), e di qui, per fina transizione, i
costumi e lo spirito d'un periodo di tempo: grave ne rediret saeculum
Pyrrhae (Orazio); Cato rudi saeculo litteras graecas didicit (Quintiliano);
nec corrumpere aut corrumpi saeculum vocatur, nel qual luogo Tacito, che
parla di germani, con una certa punta di novità preludia al senso cristiano
della parola, come quando Prudenzio gravemente dice servientem corpori
absolve vinclis saeculi. Il distacco massimo da ogni immediata derivazione
di cosa sensibile è quando la parola è assunta a significare un tempo
indeterminato: aliquot saeculis post (Cicerone), al che fa contrasto la
fissazione tecnica a significare una determinata estensione di tempo: saeculum
spatium annorum centum vocarunt (Varrone).
Comunque sia
nata la immagine di cento anni destinati artificialmente a designare un doppio
termine d'inizio e d'arrivo, sta il fatto che in questo modo di vedere si
rivela un non trascurabile momento di psicologia sociale. Dato che non si viva
più nella promiscuità o nell'orda primitiva, ma che la società sia già
articolata in genti ad ordinamento patrimoniale e patriarcale - come era
indubbiamente quella degli antichissimi italici; - dato che in così fatta convivenza
si trovino in domestico contatto avo, figliuoli e nipoti (come tuttora nella
Slavia meridionale), come di regola; la storia casalinga dà un che di
frequentemente intuitivo al succedersi di tre generazioni di viventi negli
stessi abiti e sensi. Non così le posteriori plebi antiche, non così i
proletarii moderni viventi nel giorno per giorno, senza raccoglimento di
gentilizia tradizione. Questa è ancor forte nelle sopravvissute aristocrazie o
di rari proprietarii o di patriziati di città, e non iscarsa nella più
consistente borghesia. Una memoria viva di ciò che s'è svolto a un di presso da
cento anni in qua nella propria famiglia costituisce nella maggioranza delle
persone di mediocre cultura il punto di riferimento delle cose del mondo. Se io
non guardassi alle vicende del secolo con l'occhio di persona avvezza alle
discipline storiche, saprei almeno di Napoleone, di Gioacchino Murat, dei
francesi a Napoli, dell'abolizione dei feudi e della introduzione del Codice
Civile per averne sentito a parlare dal nonno e dalla nonna. La tradizione
biblica è tutta contesta di tracce genealogiche, fino al posticcio preludio
dell'Evangelo di Matteo. La medesima concezione è ancora viva
nell'indimenticabile Ecateo, nel quale, pare almeno, non comincia ancora quel
senso più complessivo degli accadimenti che più tardi fu così vivo nei greci in
quanto si riferiva all'unità, o della città o del popolo. Dove l'intuitivo
fatto delle generazioni è così dominante quale unità dei ricordi
l'immagine dell'albero si presenta da sé, sia che Omero (Il., VI, 146)
dica:
oãh per fællvn
gene®, toÛh d kaÜ ŽndrÇn
che Jesus
Sirach (14, 19), quasi parafrasasse Omero più ampiamente, enunci: “Come
le verdi foglie sopra un bell’albero che altre cadono e altre crescono; così
degli uomini, che altri muoiono ed altri nascono”.
Non mi
addentrerò in dotte disquisizioni estranee in tutti i modi al mio assunto, per
mettere in chiaro come sotto l’influsso di credenze etrusche al gran numero
delle feste cerimoniali, votive, espiatorie e trionfali, si venissero
aggiungendo nell’antica Roma i ludi saeculares. Sono attestati la prima
volta al 249 e la seconda al 146 a.C., il che farebbe il 505 e il
608 ab urbe condita (del calcolo varroniano), con poco divario dal cento
sacramentale. Li celebra poi Augusto al 737 ab u. c. (ossia al 17
a. C. in ritardo di parecchi anni). Tengo per cose note l'arbitrio col quale il
bizzarro Claudio sconvolse di suo capriccio la data per letificarsi dello
spettacolo, il fatto che Domiziano rimise a posto la serie, e che Settimio
Severo col quale cessa la diarchia e s'inaugura il periodo dell'impero
militare-burocratico, ne ripigliò la celebrazione a 110 anni di
distanza. Con gran pompa ebbero luogo gli ultimi giuochi celebrati (forse il
303 di nostra èra) dall'ultimo effettivo rappresentante del mondo
antico, Diocleziano, e la cerimonia non più fatidica ha trovato nell'ultimo
notevole storico pagano, cioè in Zosimo, il narratore romantico della
tradizione sibillina. I decadenti son sempre coloristi.
Come e quando
ai culti indigeni gentilizii e locali si venissero ad aggiungere nell'antica
Roma nuovi motivi di superstizioni cerimoniali tratte da quelle vedute
apocalittiche che si compendiano nei misteriosi libri sibillini, né sappiamo né
sapremo mai. Che i ludi saeculares avessero originariamente per obietto
gli dèi inferi, e che la data ne dovesse essere fissata dagli Haruspici,
son risapute. Ma come e per quali vie si venne formando nelle menti romane quel
singolare sincretismo di opinioni orientali, postplatoniche e semistoiche per
cui le prosaiche vicende – che furono allora di ferocissime guerre civili -
apparissero come un momento delle fasi dell'anno mondiale? Augusto, già
decretato imperatore da dieci anni, consenzienti i quindicemviri a interpretare
i Sibillini quanto alle date, mentre tenta di reintegrare l'ordine morale con
la legge de maritandis ordinibus, celebra sotto il vecchio titolo dei
giuochi secolari la felicità dell'orbe nell'impero. Già i dieci
mesi dell'anno mondiale erano penetrati nei libri sibillini. Non erano
circoscritti in numeri d'anni assegnabili ma rivelati da segni e portenti.
Avean dei prèsidi. Diana cedeva già il posto ad Apolline, e si era così al
decimo saeculum delle periodiche età dell'universo, come avea seriamente
annunziato l'auruspice Volcasio edotto dall'apparire della crinita cometa alla
morte di Cesare. Non cantava Virgilio: “UItima Cumaei iam venit carminis aetas;
Magnus ab integro seclorum nascitur ordo”?
Superstizione,
mitologia, teologia, stanchezza degli animi, bisogno di riposo, corruzione
d'ogni forma di vita spontanea, popolare impulso, l'artifizio politico, e la
stessa apprensione di quelle genti barbariche che cingevano l'ecumenico impero
dei civili, - tutto concorreva a consacrare come nell'accettata immagine di età
cosmica il nuovo magistero imposto al gran caos etnografico del Mediterraneo.
Rimando ai manuali quanto alle solenni feste augustee culminanti al terzo
giorno in quella d'Apolline, come se il luminoso iddio avesse trionfato
degl'inferi; e mi preme solo di ricordare che l'epicureo, il decadente,
l'ex-repubblicano Orazio, fu il primo poeta aulico del Sacro Romano Impero, il
primo cantore di una idea, che rimase definitivamente sconfitta solo per opera
dei sanculotti.
Cotesta
fantasia delle età del mondo non turba mai la pratica del conto civile degli
anni, né la trattazione annalistica del racconto storico. Bastava l'ab urbe
condita o il post reges exactos, e la indicazione dei consoli, e
così fu l'ultimo di questi (nel 542 dell'a. C. sotto Giustiniano) Flavio
Basilio juniore assunto da alcuni cronisti a data negativa perché scrissero
tanti anni dopo Juniore. A tale metodo s'adattarono gli scrittori cristiani, -
quando non usassero di altre ère civili dei paesi d'Oriente, - e ci si
adattarono per più di cinque secoli, che son quelli in cui il cristianesimo s'è
formato e svolto e fissato e stabilito come sistema di vita e di cultura, e s'è
imposto a quasi tutte le regioni dell'impero. In quell'impero era nato e s'era
consolidato: e quell'impero non era che l'ultimo periodo di quella età del mondo
che la profezia biblica permetteva di ammettere. Datare dalla nascita di Cristo
un nuovo periodo storico sarebbe stato come profanare il piano provvidenziale
del mondo, e come un anticipare il millennio. L'impero romano, ossia l'ultima
delle monarchie profetizzate, avea perciò esistenza indefinita. Non starò qui a
riferire come Eusebio di Cesarea usando del sincronismo di Giulio Africano,
abbia costruito la cronaca del mondo spartendola nelle due serie da Mosè
alla predicazione di Cristo per un verso, e da Nino a Tiberio da un altro con
Abramo a capo, che non ha corrispettivo di storia profana. Lui s'arresta al 325,
contando per decadi la cronaca mondiale prolungata da S. Girolamo
fino al 378, al quale il profeta Daniele opportunamente interpretato dava
modo di eternare l'impeto romano come la quarta monarchia che non ammette dopo
di sé altro che la palingenesi. Non occorre mi indugi nei quattordici
subperiodi simmetricamente posti da S. Agostino fra Abramo e Cristo, e nelle
sei età del mondo che gli parvero documentate dalle sei età della vita e nei
sei giorni della creazione. Tutto cotesto garbuglio di escogitazioni
trascendenti, convalidato dall'autorità di Sulpicio e rifermato nella cronaca
del mondo di Isidoro, ebbe la sua codificazione nel manuale di Orosio. Che
l'impero d'occidente cada, non monta: c'è quello d'Oriente, e poi viene la instauratio
carolingia e poi quella degli Ottoni. Le preordinate età del mondo
non soffrono alterazione, per il variare delle multiformi contingenze di tempi
così ricchi di nuove forme di vita. Tutto è fermo e stabile da Adamo in poi,
perché la creazione del mondo ha la sua data! Il contare per decadi è così
comodo, e così il sommare le decadi in cento (C.). E quando la data della
nascita di Cristo fu per congettura stabilita, spezzare il conto in due era del
pari opportuno, e quindi avanti e dopo Cristo. I cento sommari
danno il mille: il pauroso mille, ossia il millennio dei millenarii, ai quali
non so dare, in buona coscienza, alcun torto. Concepita in modo così materiale
la necessaria concatenazione degli avvenimenti, dalla storia profana bisognava
pure uscire in un determinato momento per entrare sensibilmente nel regno di
Dio.
Ma io non sarei
tornato su cotesto immane guazzabuglio di cosiddette idee, se non mi premesse
di fermarmi in alcune non inutili considerazioni. In quel gran tratto di tempo
che per convenzione di comodo noi chiamiamo il Medioevo, dunque, quei pochi e
rari intellettuali che raccolsero e scrissero le memorie locali e generali, pur
datando le loro cronache dal padre Adamo e pure spartendo la cronologia in
avanti e dopo Cristo, non ebbero punto o assai raro sentore della peculiarità,
novità, e originalità dei fatti che trattavano. Vissero idealmente in una
romanità di loro fattura, nella quale inquadrarono i nuovi fatti come gli
accidenti di un impero continuamente esistente, in cui elementi latini,
germanici e in parte slavi si confondono sotto il magistero del Caesar sempre
vivo. Tardi si sgroppano da questa illusionale comune coscienza indistinta i
neo-germani e i neo-latini nella specifica circoscrizione di nazioni e
subnazioni. Tardi si svincolano dei veri e propri reggimenti di stato dagli
universali vincoli dell'impero e del papa, che era a sua volta o l'impero o il
sopraimpero. La forma strepitosa di tale distacco, come quella che avvia alla
rinascenza e alle prime fasi della storia moderna, e nella formazione dei
comuni italiani, e nei fatti analoghi delle Fiandre, delle città del Reno,
della lega anseatica e soprattutto della Provenza, dove il moto, prematuramente
trascorso alla ribellione dalla cattolicità, fu spezzato dal regno di Francia
aspirante al Mediterraneo. Così, e per la formazione dei grandi
stati, e nel costituirsi delle nazioni con organi letterarii proprii tratti dal
volgare, e nei tentativi di chiese nazionali e con la scissura protestante, si
venne formando quella nuova coscienza, duplicatasi di Rinascenza e di Riforma,
che ha cambiato negli intellettuali del secolo XVI la prospettiva storica. Nei
rinnovatori dell'antico questo diveniva davvero l'antico. Per gli scovritori
del Nuovo Mondo, pei contemporanei di Copernico, pei rimaneggiatori dello
scibile, per gli audaci precursori di una scienza nuova della natura, pei
rappresentanti di tante nazioni oramai mature d'individualità propria cessava
il senso di quella miscela, che fu la romanità medievale. Affatto naturalistica
è la spiegazione che dà Machiavelli della fine dell'impero romano. A poco
andare, Jean Baudin comincia a fissare i primi canoni di una ricerca storica
ristretta e legata alle condizioni obiettive, e Giulio Cesare Scaligero
introduce la tecnica cronologica come una vittoria della combinazione posta
dalla mente sopra ogni simbolica di numeri e sopra ogni fantastico presupposto
di preordinate età del mondo. La intuitiva riproduzione dell'antico da un
canto, e il precisarsi del moderno dall'altro, sollecitarono i dotti di
professione a rinchiudere in un cosi detto evo-medio la serie di fatti fra la
caduta dell'impero d'Occidente (476), della quale i contemporanei quasi non
s’avvidero, e un'altra data, che varia secondo i gusti dalla presa di
Costantinopoli (1453) alla scoverta d'America (1492) e all'apparizione
di Lutero (1517). La scuola s'è impossessata di tal comodo
ripiego di facile classificazione: la quale vale quel che può valere ogni sorta
di ripiego.
Noi siamo ora
assai lontani da Baudin e da Scaligero, dalla Rinascenza in genere e dai suoi
derivati. Le ricerche storiche son venute in tanta perfezione di metodo da
avvicinarsi per molti rispetti alla scienza. Questo è uno dei maggiori vanti
del secolo XIX. A nessuno viene più in mente ora di considerare sul serio come
signoreggiante su la storia un tempo che faccia da trascendente distributore di
atti e fatti. Il cresciuto e sempre crescente raffinamento della ricerca
economica, giuridica, etnografica, e antropologica, per non dire della
geografia, della statistica, della linguistica e della mitologia e così di
seguito, ci permettono di vedere in sempre nuove e sempre più ricche
prospettive e con più particolari contorni i diversi popoli e i diversi stati,
non più distanziati da noi dalle semplici date cronologiche, ma dai momenti di
una evoluzione, che qui troviamo spezzata, lì più dispiegata, e che poco per
volta spezziamo. E se - come ho fatto io in queste pagine - datiamo una serie
di considerazioni da un fatto determinato, p. es., lo scoppio della Rivoluzione
Francese, non ignoriamo più quanto di approssimativo c'è in cotesto taglio, e
non dubitiamo di dover tener desti tutti gli organi della osservazione e pronti
tutti gl'istrumenti della critica per dare all'anatomica operazione il suo
giusto valore. Quel taglio non ci dispensa dal considerare lo scoppio dell'89
come il resultato di tutta la civiltà romano-germanica, continuatrice della
antica civiltà mediterranea, e non ci autorizza a dimenticate che non ha valore
per l'universo mondo terraqueo (India, Cina, Giappone, etc.) e nemmeno per
quella Europa, che è di là dalla linea dove finisce l'azione diretta dell'èra
liberale. Senza dubbio oggi le direttive della ricerca storica si assommano nei
criterii sociologici; e questi culminano - a mio credere - nel materialismo
economico. Ma anche qui i pericoli dei facili schematismi non son sempre facili
ad evitare. Per questa sicurezza di metodica scientifica con la quale cerchiamo
d'investire il passato facendolo rivivere della vita del nostro pensiero, noi
siamo diventati larghi d'indulgenza per le illusioni del passato stesso. Quella
illusione medievale dell'impero indefinitamente prolungato, passando sopra ai
pregiudizii teologici o esegetici che idealmente la sorreggevano, costituisce
per noi una forte testimonianza sociologica. Ciò che veramente persisteva nei
primi secoli eran le tradizioni di civiltà romana nelle quali il cristianesimo
s'era svolto. I barbari invasori non furono nazioni di conquistatori, ma
popolazioni cercanti sede. Bisanzio non ne acclimatò tanto malgrado la violenta
dispersione etnica portata dalle invasioni unniche sul medio o inferiore
Danubio? La sede vacante dell'impero d'Occidente non è un'illusione, perché il
sistema di civiltà sopravvissuto, e per esso nell'interregno, acclimatava altri
barbari da quest'altra parte. La prolungata illusione d'un impero che si
continui all'infinito, finché non venga l'instauratio magna della vera
cristianità invadente tutti i rapporti della vita (p. es. Dolcino), è l'anima
della concezione del mondo di quel Dante che, contemporaneo della borghesia già
avviata e della monarchia come reggimento politico giù tentato, vive idealmente
sotto un Cesare invocato.
L'apparizione
della borghesia - o che si costituisca in comuni o in leghe di comuni o che si
lasci guidare o contenere da un monarcato tendente ad esercitare
amministrazione o giurisdizione accentrate - è oramai per noi l'inizio di
quella caratteristica di eventi cui siamo autorizzati a dare il nome di storia
moderna, in contrapposto alla incubazione medievale, in contrapposto agli
ereditati o riprodotti elementi dell'antico. Parlando di un secolo decimonono
- nel lato
senso indicato di sopra, - noi sappiamo dunque di occuparci dell'ultima e della
più ampia e dispiegata fase dell'evo borghese.
Mi occorre dire
dell'altro.
Quei romantici
del cristianesimo, che ingombrarono di loro nomi e di loro scritti i primi
decennii della reazione succeduta al gran moto francese, hanno accreditata
nella letteratura la fatua idea d'una civiltà cristiana posta e saputa dagli
autori stessi come distinta dalla civiltà pagana. Era un modo di combattere a
ritroso la invadente borghesia in nome d'un cristianesimo fattizio e di un
Medioevo transfigurantesi in poesia. Per ciò mi son fermato qui innanzi a
ricordare come la storiografia cristiana dei primi secoli della vigorosa
diffusione e del pratico trionfo della nuova fede, mentre seguiva qual mezzo di
conto delle ère civili accettate e soprattutto di quella dominante dell' ab
urbe condita (né gioverebbe qui di ricordare le altre, p es. Troia, Argo, i
Seleucidi, Nabonassar, della quale ultima usò Tolomeo anche lui seguace dei
sincronismi riannodati al succedersi delle grandi monarchie), considerando il
cristianesimo come l'oltre-storico, s'adattò a considerare come
permanente la civiltà profana contenuta dall'impero.
Infatti gli è
solo in principio del VI secolo che Dionigi, meritamente detto l'esiguo, nel
rifare le tavole pasquali di Cirillo data il 1284 ab urbe condita (dell'èra
di Catone) per il 531 dopo Cristo, trasferendo dal venerdì santo
alla natività la data che forse per il primo avea argomentata Vittorino di
Aquitania undici anni innanzi (465) alla caduta dell'impero
d'Occidente. Quell'esiguo era un nordico, e fu detto lo Scita, - tanto la
confusione etnica massima fra le Alpi e il Danubio avea sconvolto, - pur
essendo in Roma abate di un monastero. Fu compilatore di diritto ecclesiastico,
mettendo assieme i così detti canoni apostolici, le decisioni dei concilii e le
decretali di Siriano e di Anastasio. Per fermo, se il cristianesimo, che come
fede avea sempre per obietto il di là da venire, in quanto esso era diventato
chiesa, ossia associazione e politica, metteva il piede nelle cose del profano
mondo per essere nell'interregno dell'indistruttibile impero, o il vice - o il
vero - o il sopraimpero. E avea bisogno a ciò, più che della data, del dritto e
del potere economico. Quella data - che a me qui non importa di vedere se sia
inesatta di 2 o 3 secondo il Mabillon, o di 8, e così via - indicata col 531
per dire che ne trascorrevano 532 dal 753 (conto catoniano) dell'ab urbe
condita, fu diffusa dal venerabile Beda; e, penetrata nei documenti
carolingi, ebbe consacrazione ufficiale negli atti di Giovanni XIII (965-72)
nel più confuso e disordinato tempo di nostra storia europea. I tecnici
si occuperanno di dire come si datassero in quei tempi assai variamente gli
anni, cosicché Carlo Magno ci apparisce incoronato imperatore ora il 799 ora
l'800; e a me preme solo di dire come cotesta èra cristiana non sia stata nulla
di sacramentale per la universalità dei fedeli. La cattolicissima Spagna ha
contato fin verso il secolo decimoquarto dall'èra di Augusto (38 a. C.);
e Bisanzio, come per affermarsi nella sua differenza dall'Occidente già
distaccatosi, si tenne alla data della creazione del mondo, sapientemente
fissata dal concilio costantinopolitano del 681 a 5509 anni
avanti Cristo. Così continuarono tutte le chiese d'origine bizantino-ortodossa;
così la Russia fino a Pietro il Grande, che introdusse il calendario
occidentale di fattura giuliana, passando sopra alla riforma gregoriana.
Fortunati i
nostri padri, che nella iscienza delle fasi effettive del genere umano, lontani
dal presentimento di tutto quel sapere che noi ora comprendiamo nei nomi di
sociologia, di preistoria e simili, si argomentassero di sapere la data della
creazione del mondo. Da giovanetto io, - per la pigrizia tradizionale che
manteneva nell'ambito scolastico d'un paese di decaduti il vieto e l'obsoleto,
- ebbi per mano dei vecchi libri nei quali la storia era contata dalla
creazione del mondo, travagliandomi ad armonizzare Calvisio (3949 a. C.),
Petavio (3938) ed Ussero (4004). Ignoravo allora che nelle dotte dispute di
varii interpetri delle sacre carte ci fosse stata anche una scuola (ebraica
invero) che fissò la creazione precisamente al 5 ottobre del 3761 a.C.
Di quanto si
sia prolungata la nozione dei fatti storici accertati dalle scoverte della
egittologia e delle antichità babilonesi presemitiche, è cosa risaputa. Al
certo, per date di cronologia si risale a numerose epoche di preistoria,
confinabili per altri interiori criterii di successione. Più in là le epoche
geologiche, entro le quali incertamente collochiamo il primo apparir della
vita, e più in là ancora le ipotesi su la formazione del sistema solare, e il
tutto si dirama e contiene nell'universale concetto della evoluzione.
Sorridenti, noi
guardiamo indietro ai nostri padri che cercavano in un giorno di un anno
dell'ovvio tempo la materiata creazione del mondo; e in tanta abbagliante luce
di rivelazione interpretabile, non seppero con precisione l'anno di nascita del
Salvatore, e quella congetturata fu materialmente accettata come una qualunque.
La moderna
idealizzazione del cristianesimo nei derivati filosofici del protestantesimo ha
superato del tutto l'angusta nozione dì una verità religiosa che è un fatto di
materiata narrazione, pronunziando per bocca di Schleiermacher che è cristiano
non il nato ma il rinato.
La chiesa, che
come arbitra della cultura s'impossessava del calendario codificando l'èra e i
secoli, s'acquetò lungamente a continuare il conto sommando gli anni della riforma
giuliana (45 a. C.). Anche qui era e rimaneva sovrano il primo Caesar, e
il tempo procedeva sotto la imperiale insegna. Mi guarderò bene di
discorrere dei varii anni che la tecnica astronomia suole annoverare. Né
occorre io spieghi per quali convenienze la cronologia civile si attenga
all'anno equinoziale, che ci è in un certo modo sensibile. Non importa qui di
ricordare le fasi della cronologia greco-romana - le antiche notazioni delle
vicende agricole - gli anni lunari - e i tentati riavvicinamenti al periodo
equinoziale. Quale confusione regnasse quando Giulio Cesare ordinò la riforma,
più che da ogni altra erudita testimonianza risulta dal fatto che si dové
ricominciare da un anno di 455 (sostituito all'antico che era di 355); e,
chiamando 24 marzo il giorno dell'equinozio, si costituì un anno in cifra
rotonda di 366 con la nota differenza dall'effettivo periodo equinoziale che è
in media di giorni 365, ore 48, minuti primi 48 e minuti secondi 46. Non fu
riferito al 24 marzo lo inizio dell'anno, ma al I° gennaio che per vecchia
tradizione doveva corrispondere al plenilunio di dopo il solstizio d'inverno.
In tale autoritativa riforma derivossi per Sosigene di Alessandria quanto potea
dare la tecnica astronomica dei greci non certo ignari della tradizionale
sapienza egizia, che probabilmente fin dal 1600 a. C. avea trovato un canone di
correzione siderale alle inesattezze dell'anno civile (il cosi detto periodo
Sotis che riappare nel decreto di Canopo).
Quello schema cesareo fu serbato per secoli
nella cronologia tecnica e storica dell'Occidente, e la Russia se ne libera
soltanto ora per la prima volta. Già al tempo del concilio di Nicea (325 d. C.)
l'equinozio di primavera era disceso dal 24 al 21 di marzo e il 1580 era
all'11 di quel mese. Sorgeva d'ogni parte la domanda della riforma, - la chiedesse
quell'anticipato presentitore di cose nuove che fu Ruggiero Bacone o quel più
prossimo a noi per senso di dubbiezze che è il cardinal di Cusa. In questo
fermento di novità di calendario si svolge il genio di Copernico, non presago
delle sovvertitrici conseguenze cui dovesse giungere la foga geniale di
Giordano Bruno e la più rassodata scienza di Galileo e di Keplero. La decantata
riforma gregoriana non fu che un componimento gesuitico al quale si adattò
l'antica scienza di Sirleto e Clario, sfidante la più radicale riforma del
periodo teorico del geniale Scaligero. Furono aggiunti dieci giorni all'anno in
corso (5-14) invece dei 13 che occorrevano a non offendere il concilio
di Nicea, e furono rimandati i tre giorni di differenza al 1700, 1800 e 1900,
nei quali, come è noto, rimase soppresso il bisestile. Di qui a 3600 anni ci
troveremmo in errore di un giorno, se via via non si accetta la proposta di
Mädler e di altri astronomi di lasciare inalterata la tradizione
giuliana del bisestile, salvo a sopprimerne uno ogni 128 anni, il che
renderebbe approssimativamente coincidente l'anno civile con l'anno medio
equinoziale.
L'accomodazione
gesuitica della riforma gregoriana lasciava intatta la concezione tolemaica -
perché l'intuitivo equinozio riman lo stesso, o che la terra sia il centro
dell'universo, o che sia un povero pianeta nell'indefinito spazio - di un cosmo
considerato come una stabile e conterminata contenenza. Per altre vie s'era
messo lo spirito della ricerca. L'audace, intemperante e sovrabbondante
Giordano Bruno s'era fatto l’araldo per tutta l'Europa civile della veduta
copernicana, dalla quale trasse, per virtù d'immaginazione costruttiva con
precorrenza di genio che mal s'adatta alla paziente dimostrazione dei
particolari, i dati più generali di quella intuizione cosmocentrica nella quale
ora tutti ci adagiamo senza ambascia e senza travaglio. La vôlta del cielo
dantesco rimane ora, non che sfondata, dispersa. L'irrelativo dell'universo
senza contenenza sensibile rendeva relativa ogni umana misurazione per tempo e
per spazio. Un anno dopo il martirio di Bruno, che ebbe luogo in quel febbraio
al quale la riforma gregoriana serbava il bisestile, Keplero (1601)
determinando l'orbita di Marte sconvolse dal fondo la nozione della perfettissima
forma del circolo dominante nella natura per volontà di Aristotele. Galilei -
continuatore del Benedetti - nell'assunto dell'inerzia, che preludia di
lontanissimo al principio dell'energia, ossia ad una data decisiva del secolo
decimonono, portò a compimento una lunga disputa durata dal cardinal di Cusa
per più di 150 anni, con questo esito che la meccanica dovesse fondarsi
su i dati della osservazione e del calcolo, rinunziando ad ogni ricerca su la
origine trascendente del moto. Il secolo decimosettimo è il periodo
rivoluzionario della scienza della natura. Si elabora allora il concetto delle
leggi naturali, sia pure che non tutti raggiungono gli ardimenti di Spinoza o
di Hobbes, e che le leggi considerino con gli assiomi posti da Dio. La
relatività d'ogni misura, d'ogni maniera di mutazioni per mezzo del tempo è
cosi affermata dal circospetto Newton:
Tempus,
absolutum, verum et mathematicum in se et natura sua absque relatione ad
externum quodvis acquabiliter fluit, alioque nomine dicitur duratio. Relativum
apparens et vulgare est sensibilis et externa quaevis durationis per motum
mensura, qua vulgus vice veri temporis utitur: ut Hora, Dies, Mensis, Annus (Phil.
Nat., Def. VIII, Schol.).
Da Newton a
Kant corre tutto un secolo, non di soli anni di conto, ma di intime transizioni
e intensificazioni del pensiero. Quella ombratile eterna durata man mano si
sfuma, e rimane la sola subiettività ossia relatività del tempo. Da Galilei,
Keplero e Newton corre altrettanto un secolo per giungere alla ipotesi Kant-Laplace
(forse precorsa dal Buffon) su la origine del sistema solare, che riduce gli
assiomi posti da Dio nei momenti di un obiettivo e perciò immanente
processo. Dove la finirei se volessi mettermi negl'infiniti particolari di
tali confronti? L'importante è, che divenendo sempre più chiara la nozione che
il tempo è la subiettiva misura dei varii processi, la cui natura peculiare
deve essere attestata dalla considerazione empirico-obiettiva del loro
contenuto, e del loro farsi e divenire - maturandosi cioè le premesse di
quella veduta del mondo che il secolo decimonono ha condensato nel nome
dell'evoluzione, nasceva il bisogno di trovare alla storia le sue proprie date
sociologiche.
A ciò volle
frettolosamente e audacemente provvedere con la sicurezza di chi crede
d'esercitare su le complicate faccende del mondo il magistero della ragione,
quella Convenzione, che decretò il novello calcolo dei tempi per l'èra della
società rinnovellata. Gli è proprio quel codino di Hegel che disse come
quegli uomini avessero pei primi, dopo Anassagora, tentato di capovolgere la
nozione del mondo, poggiando questo su la ragione.
Non è già che
mi prema gran fatto di scrivere invece del 1901, e per far dispetto allo
Scita Dionigi, il 109 anno della repubblica, aspettando il 110 che
comincerebbe il 23 settembre prossimo. Né mi sento tanta vaghezza di
democratico romanticismo da gioire all'idea, che se quel calendario
fosse stato conservato a quella repubblica italiana che per ora non c'è, io
oggi non metterei la data del tal giorno di agosto ma bensì il tridì della
prima decade del Fruttidoro sotto la insegna del marrobbio. Né difendo l'arida
architettura di quel calendario poco facile alla memoria. Ma i motivi del
decreto sono una singolare testimonianza della piena consapevolezza con la
quale gli autori del gran moto distaccavano sé da tutto il passato, e ponevano
una prima data a tutta la gran rivoluzione che tuttora esagita il mondo
occidentale.
L'èra volgare è abolita.
L'èra volgare sorse in mezzo alle
turbolenze precorritrici della prossima caduta dell'impero romano, e in un'epoca,
quando la virtù fece qualche sforzo per vincere
le umane debolezze. Ma per diciotto secoli essa non è servita se non a fissare
nella durata i progressi del fanatismo, l'avvilimento delle nazioni, lo
scandaloso trionfo dell'orgoglio, del vizio, della stoltezza e le persecuzioni
che macchiarono la virtù, il talento, la filosofia sotto despoti crudeli.
Perché mai la posterità dovrebbe vedere
incisi su le medesime tavole, ora da mano avvilita e perfida, tal'altra volta
da mano fedele e libera, così gli onorati delitti dei re come la esecrazione
alla quale essi sono oggi dannati, così le furberie e l'impostura per gran
tempo ossequiate, come l'obbrobrio che infine raggiunge gl'infami ed astuti
confidenti della corruzione e del brigantaggio delle corti?
La rivoluzione ha ritemprata l'anima dei
francesi, e di giorno in giorno essa educa alle virtù repubblicane. Il tempo
apre un nuovo libro alla storia, e nel suo nuovo cammino maestoso e semplice
come l'uguaglianza deve incidere d'un nuovo e puro bulino gli annali della
Francia rigenerata.
La rivoluzione francese, feconda, ed
energica nei suoi mezzi, vasta, sublime nei suoi resultati, sarà nella
considerazione dello storico e del filosofo una di quelle grandi epoche
collocate a guisa di grandi fanali sul cammino eterno dei secoli.
Il 21 settembre 1792 i
rappresentanti del popolo etc...han proclamata l'abolizione del potere regio...
Questo stesso giorno dev'essere l'ultimo dell'èra volgare... Il 22 settembre
fu il primo giorno della repubblica. Quel giorno stesso a 9 ore, 18 minuti e 30
s. del mattino il sole arrivò al vero equinozio di autunno, entrando nella
costellazione della Bilancia.
L'eguaglianza del giorno e della notte
era segnata in cielo nello stesso istante in cui l'eguaglianza civile e morale
era proclamata dai rappresentanti del popolo francese, come il sacro fondamento
del suo nuovo governo. Così il sole ha richiamato ad un tempo i due poli e
successivamente il globo intero, e nel medesimo giorno ha brillato per la prima
volta in tutto il suo splendore sul popolo francese la fiaccola della libertà
che più tardi dovrà rischiarare tutto il genere umano.
Le sacre tradizioni dell'Egitto
faceano uscire, sotto la medesima costellazione, la terra dal caos, e in quel
punto fissavano la origine delle cose e del tempo.
Il concorso di tante circostanze imprime un carattere religioso e sacro
a questa epoca, che dovrà essere una delle più celebrate fra le feste delle
generazioni future.
Tocca al popolo francese tutto di
mostrarsi degno di se stesso, col contare d'ora innanzi i suoi lavori, i suoi
piaceri, le sue feste civiche sopra una divisione del tempo creata per la
libertà e l'uguaglianza, creata dalla rivoluzione stessa che deve onorare la
Francia per tutti i secoli.
Quel calendario
andò fuori uso col I° gennaio 1806. La data dell'abolizione dice tutto.
Durante il
secolo decimonono la Rivoluzione Francese è stata continuata e combattuta, è
stata attenuata e sorpassata. Per i contrasti che la borghesia dovea vincere
dell'antico ancor potente, e di tutto quel nuovo che compendiamo sotto i nomi
complessivi o di quarto stato, o di moti operai o di socialismo, nel secolo
decimonono il progresso s'è avverato se non per le tortuose vie dei
compromessi.
Ed ora le
apparenti divagazioni di questo capitolo hanno raggiunto il senso loro.
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