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IV.
Il lettore che
abbia pazientemente seguite fino in fine le pagine dell'altro capitolo, si
sentirà ora come liberato da un incubo. E sì che io mi son sforzato al massimo
della sobrietà, nel contenermi in modesti confini, mentre maneggiavo quel vario
e multiforme apparato di erudizione il quale, se fosse adoperato tutto e
largamente come si conviene a scopi didattici, porterebbe allo sviluppo di
molti volumi.
Cominciando
quel corso, - che qui rifaccio, non già nel letterario andamento ma nei soli
motivi, - io ero soprattutto preoccupato del desiderio e del bisogno di
sgombrate dalla mente degli uditori i pregiudizii tradizionali, verbali,
linguistici e simbolistici, i quali adombrano la schietta considerazione
realistica della storia umana. Avevo innanzi agli occhi le più svariate
commemorazioni del secolo, dal libro del venerando Büchner alla pastorale del
reverendo cardinal Ferrari. I volumi recanti la rassegna dei trionfi della tecnica
all'esposizione di Parigi trovavano uno strano e triste commento, così nei
lamenti dei democratici ricordanti le travagliate plebi o le nazionalità
tuttora manomesse, come nel ragionare di quei socialisti che cercavano qualche
spiegazione al ritardato avvento del collettivismo che pochi anni fa ancora era
apparso così prossimo non che ai focosi agitatori di stampo giacobino, perfino,
forse, ai pensatori di così eccessiva cautela ed autocritica come C. Marx. Qua
dei calorosi ecclesiastici francesi che annoverano le nuove glorie del papato
cresciuto proprio nel secolo che i profani chiamano dei lumi e della scienza; e
là dei freddi declamatori inglesi ed americani, che mettono soprattutto in rilievo
il raggio d'azione economica dei loro rispettivi paesi, producenti quasi
quasi la metà delle merci che circolano nel mercato mondiale. Il giusto
orgoglio di nazione dominante in Europa per tanti aspetti e rispetti, ed ora
principalmente per un essor economico che muovea stupore, s'è venuto a
riflettere e ad esprimere in molti libri tedeschi fin di secolo, gravi
spesso di troppa dottrina professorale, e riboccanti di estremo chauvinisme
di razza, e di quello zelo statale monarchico il quale mena a fare ancora
dei sovrani e dei loro governi come gli autori e promotori della società. Rara
dappertutto la ricerca strettamente critica sul come s’avessero a collocare le
ricordate vicende, non già nei tradizionali schemi della cronologia che
annovera le somme degli anni, ma nella esatta visione di una accertata
concatenazione sociologica.
Ricordare -
come ho fatto già - i contrasti perpetuatisi per tutto il secolo (popoli attivi
e passivi - città e campagna - proletariato e borghesia - scienza e fede
- chiesa e stato etc.) accentuandone debitamente e sinceramente la importanza,
mi parve e mi pare il necessario punto di partenza alla considerazione del
tutto. La relatività del progresso resulta da tali accenni descrittivi a modo
di naturalissima conseguenza dei ricordati o deplorati arresti: ed essa stessa
alla sua volta avvia a meglio intendere il valore specifico e tecnico di ciò
che io chiamo la data sociologica. Alla quale non sarei potuto venire se non
fossi passato attraverso alla critica di tutte le stravaganze profetiche e
sibilline delle così dette età del mondo e di tutti i preconcetti di un
qualsivoglia provvidenziale governo delle cose umane, che a queste assegni le
sorti in un preordinato succedersi. Per questa dichiarazione realistica rimane
come costituita la nozione obiettiva di un evo avente caratteri proprii, e tra
questi spiccatissimo quello della nota dominante della consapevolezza del
procedere. Dalla vita vissuta siam passati alla vita compresa, e in qualche
modo anticipata dal pensiero e quindi capace d'essere in qualche modo voluta.
Dal processo solamente attraversato o percorso siam giunti al
processo valutato, presentito, desiderato, agognato, ossia alla persuasione del
progresso. Chi vorrà ora tener per superflua la citazione che ho fatta
del decreto convenzionale; o chi vorrà negare la somma di queste idee qui
costituisca la filosofia del socialismo?
Certo i
pregiudizii sopravvivono, e nella mania che è in molti di andar componendo
degli accertati periodi delle multiformi manifestazioni storiche e
nell'utopismo dell'attendere il prossimo o futuro avvenire. Come raffigurato
fin d'ora in tutta la sua fisonomia, e poi infine nelle sempre ondeggianti e di
continuo rifatte classificazioni della sociologia, le quali di straforo
arrivano fino ad invadere il campo del giornalismo, e il più delle volte
riescono più a svisare che a raddrizzare i giudizii dei pubblicisti. Quante
volte non abbiamo letto: - verrà l'associazione, poi il cooperativismo, o che
altro siasi, e da ultimo il collettivismo: e messi gl'ismi in fila, il
resto fila da sé. Non fu estesa a tutto il genere umano la escogitazione
francese di questo sacramentale schema: economia a schiavi, economia a
servaggio, economia a salariato? Chi si rechi quella formula in mano non capirà
un solo fatto, poniamo, della vita inglese del secolo decimoquarto; - e dove
vorrà collocare quella buona Norvegia che non ebbe mai né schiavi né servi? e
che conto si renderà della servitù della gleba, che si fissa e sviluppa nella
Germania d'oltre l'Elba proprio dopo la Riforma? e che spiegazione darà al
fatto singolare che la borghesia europea inauguri una nuova schiavitù in
America di schiavi a bella posta importati proprio nel medesimo tempo in cui
essa percorre i primi stadii dell'èra liberale? e come si comporrà
interpretativamente la economia della corporazione produttiva a privilegio? -
per non dire da ultimo delle tante forme intermedie di regio patronato,
d'imperiale concessione, e di monopolii patentati, che la produzione
venne assumendo dal momento in cui corporazione e feudo (e suo fattizio
surrogato nel fedecommesso spagnuolo) cominciarono a erodersi fino al
definitivo stabilirsi della indisputata concorrenza?
I criterii - in
poche parole - dell'analisi sociologica devono essere si i principii direttivi
d'ora innanzi d'ogni ricerca storica: ma questa riman sempre legata alle
impreteribili ragioni empiriche della rappresentazione del fatto, e deve
rifiutarsi a qualunque pretesa d'imperativi aprioristici.
Scrivo un breve
volume, non un manuale enciclopedico. Per ciò appunto non occorre io torni
sulle bislacche idee del Ferrari, che cercava nei periodi dei 500 e 100
e 50 anni i mezzi per ricondurre ad una assegnabile periodicità il farsi
e il disfarsi e il procedere e il progredire delle cose umane storiche, - che
del resto eran considerate su per le cime delle ovvie date di contestura
mnemonica. E che dire dell'ingegnoso Rümelin, che pur lui ha tentato di ridare
all'ovvia nozione del secolo per il fatto delle periodicità demografiche un
certo che di valore obiettivo? Ranke, inesauribile così nella poderosità ed
estensione della ricerca come nella vastità della produzione, rivela nel fondo
di quella qualunque filosofia, che ha latente nello spirito, un certo tal quale
ossequio al piano dei periodi storici. Ranke sta con un piede nell'ancien e
con l'altro nel mondo borghese. Fu un protestante aulico-concistoriale, e
insaputamente estese ai periodi della storia quel concetto del Beruf (un
che di medio, vuol dire la parola, fra vocazione e missione), che sarebbe, per
chi ci crede, la insegna etico-politica degli Hohenzollern. Chi vuole
pienamente esilararsi s'addentri nella lettura degli scritti di Ottokar Lorenz,
nei quali apprenderà come il succedersi delle tre generazioni nelle
famiglie direttive dei nobili, dei guerrieri etc., combinato coi periodici e
automatici incrementi della popolazione - combinando il tutto con la elastica
dottrina della ereditarietà - bastino a dare la chiave del corso della storia.
Eliminate le
tradizionali fantasmagorie, e data ragione dei neosimbolismi, posso d'ora
innanzi usare, oltre che degli altri termini di età, evo, periodo, anche
dell'ovvio secolo, perché il contesto reca in sé la ragione obiettiva di
ciò che si va esponendo; e quest'ultima parola (il secolo, ossia la somma di
cento approssimativi anni equinoziali di tanto diversi dall'anno siderale,
contati da un convenzionale I° gennaio, da un era in qua escogitato
dallo Scita in accordo al periodo giuliano corretto da papa Gregorio) dice ora
quel che può dire una misura convenzionale unica, di una moltitudine di cose
qualitativamente diverse e dinamicamente difformi.
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