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Antonio Labriola
Da un secolo all'altro

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  • IV.
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IV.

Il lettore che abbia pazientemente seguite fino in fine le pagine dell'altro capitolo, si sentirà ora come liberato da un incubo. E sì che io mi son sforzato al massimo della sobrietà, nel contenermi in modesti confini, mentre maneggiavo quel vario e multiforme apparato di erudizione il quale, se fosse adoperato tutto e largamente come si conviene a scopi didattici, porterebbe allo sviluppo di molti volumi.

Cominciando quel corso, - che qui rifaccio, non già nel letterario andamento ma nei soli motivi, - io ero soprattutto preoccupato del desiderio e del bisogno di sgombrate dalla mente degli uditori i pregiudizii tradizionali, verbali, linguistici e simbolistici, i quali adombrano la schietta considerazione realistica della storia umana. Avevo innanzi agli occhi le più svariate commemorazioni del secolo, dal libro del venerando Büchner alla pastorale del reverendo cardinal Ferrari. I volumi recanti la rassegna dei trionfi della tecnica all'esposizione di Parigi trovavano uno strano e triste commento, così nei lamenti dei democratici ricordanti le travagliate plebi o le nazionalità tuttora manomesse, come nel ragionare di quei socialisti che cercavano qualche spiegazione al ritardato avvento del collettivismo che pochi anni fa ancora era apparso così prossimo non che ai focosi agitatori di stampo giacobino, perfino, forse, ai pensatori di così eccessiva cautela ed autocritica come C. Marx. Qua dei calorosi ecclesiastici francesi che annoverano le nuove glorie del papato cresciuto proprio nel secolo che i profani chiamano dei lumi e della scienza; e dei freddi declamatori inglesi ed americani, che mettono soprattutto in rilievo il raggio d'azione economica dei loro rispettivi paesi, producenti quasi quasi la metà delle merci che circolano nel mercato mondiale. Il giusto orgoglio di nazione dominante in Europa per tanti aspetti e rispetti, ed ora principalmente per un essor economico che muovea stupore, s'è venuto a riflettere e ad esprimere in molti libri tedeschi fin di secolo, gravi spesso di troppa dottrina professorale, e riboccanti di estremo chauvinisme di razza, e di quello zelo statale monarchico il quale mena a fare ancora dei sovrani e dei loro governi come gli autori e promotori della società. Rara dappertutto la ricerca strettamente critica sul come s’avessero a collocare le ricordate vicende, non già nei tradizionali schemi della cronologia che annovera le somme degli anni, ma nella esatta visione di una accertata concatenazione sociologica.

Ricordare - come ho fatto già - i contrasti perpetuatisi per tutto il secolo (popoli attivi e passivi - città e campagna - proletariato e borghesia - scienza e fede - chiesa e stato etc.) accentuandone debitamente e sinceramente la importanza, mi parve e mi pare il necessario punto di partenza alla considerazione del tutto. La relatività del progresso resulta da tali accenni descrittivi a modo di naturalissima conseguenza dei ricordati o deplorati arresti: ed essa stessa alla sua volta avvia a meglio intendere il valore specifico e tecnico di ciò che io chiamo la data sociologica. Alla quale non sarei potuto venire se non fossi passato attraverso alla critica di tutte le stravaganze profetiche e sibilline delle così dette età del mondo e di tutti i preconcetti di un qualsivoglia provvidenziale governo delle cose umane, che a queste assegni le sorti in un preordinato succedersi. Per questa dichiarazione realistica rimane come costituita la nozione obiettiva di un evo avente caratteri proprii, e tra questi spiccatissimo quello della nota dominante della consapevolezza del procedere. Dalla vita vissuta siam passati alla vita compresa, e in qualche modo anticipata dal pensiero e quindi capace d'essere in qualche modo voluta. Dal processo solamente attraversato o percorso siam giunti al processo valutato, presentito, desiderato, agognato, ossia alla persuasione del progresso. Chi vorrà ora tener per superflua la citazione che ho fatta del decreto convenzionale; o chi vorrà negare la somma di queste idee qui costituisca la filosofia del socialismo?

 

Certo i pregiudizii sopravvivono, e nella mania che è in molti di andar componendo degli accertati periodi delle multiformi manifestazioni storiche e nell'utopismo dell'attendere il prossimo o futuro avvenire. Come raffigurato fin d'ora in tutta la sua fisonomia, e poi infine nelle sempre ondeggianti e di continuo rifatte classificazioni della sociologia, le quali di straforo arrivano fino ad invadere il campo del giornalismo, e il più delle volte riescono più a svisare che a raddrizzare i giudizii dei pubblicisti. Quante volte non abbiamo letto: - verrà l'associazione, poi il cooperativismo, o che altro siasi, e da ultimo il collettivismo: e messi gl'ismi in fila, il resto fila da sé. Non fu estesa a tutto il genere umano la escogitazione francese di questo sacramentale schema: economia a schiavi, economia a servaggio, economia a salariato? Chi si rechi quella formula in mano non capirà un solo fatto, poniamo, della vita inglese del secolo decimoquarto; - e dove vorrà collocare quella buona Norvegia che non ebbe mai né schiaviservi? e che conto si renderà della servitù della gleba, che si fissa e sviluppa nella Germania d'oltre l'Elba proprio dopo la Riforma? e che spiegazione darà al fatto singolare che la borghesia europea inauguri una nuova schiavitù in America di schiavi a bella posta importati proprio nel medesimo tempo in cui essa percorre i primi stadii dell'èra liberale? e come si comporrà interpretativamente la economia della corporazione produttiva a privilegio? - per non dire da ultimo delle tante forme intermedie di regio patronato, d'imperiale concessione, e di monopolii patentati, che la produzione venne assumendo dal momento in cui corporazione e feudo (e suo fattizio surrogato nel fedecommesso spagnuolo) cominciarono a erodersi fino al definitivo stabilirsi della indisputata concorrenza?

I criterii - in poche parole - dell'analisi sociologica devono essere si i principii direttivi d'ora innanzi d'ogni ricerca storica: ma questa riman sempre legata alle impreteribili ragioni empiriche della rappresentazione del fatto, e deve rifiutarsi a qualunque pretesa d'imperativi aprioristici.

Scrivo un breve volume, non un manuale enciclopedico. Per ciò appunto non occorre io torni sulle bislacche idee del Ferrari, che cercava nei periodi dei 500 e 100 e 50 anni i mezzi per ricondurre ad una assegnabile periodicità il farsi e il disfarsi e il procedere e il progredire delle cose umane storiche, - che del resto eran considerate su per le cime delle ovvie date di contestura mnemonica. E che dire dell'ingegnoso Rümelin, che pur lui ha tentato di ridare all'ovvia nozione del secolo per il fatto delle periodicità demografiche un certo che di valore obiettivo? Ranke, inesauribile così nella poderosità ed estensione della ricerca come nella vastità della produzione, rivela nel fondo di quella qualunque filosofia, che ha latente nello spirito, un certo tal quale ossequio al piano dei periodi storici. Ranke sta con un piede nell'ancien e con l'altro nel mondo borghese. Fu un protestante aulico-concistoriale, e insaputamente estese ai periodi della storia quel concetto del Beruf (un che di medio, vuol dire la parola, fra vocazione e missione), che sarebbe, per chi ci crede, la insegna etico-politica degli Hohenzollern. Chi vuole pienamente esilararsi s'addentri nella lettura degli scritti di Ottokar Lorenz, nei quali apprenderà come il succedersi delle tre generazioni nelle famiglie direttive dei nobili, dei guerrieri etc., combinato coi periodici e automatici incrementi della popolazione - combinando il tutto con la elastica dottrina della ereditarietà - bastino a dare la chiave del corso della storia.

 

Eliminate le tradizionali fantasmagorie, e data ragione dei neosimbolismi, posso d'ora innanzi usare, oltre che degli altri termini di età, evo, periodo, anche dell'ovvio secolo, perché il contesto reca in sé la ragione obiettiva di ciò che si va esponendo; e quest'ultima parola (il secolo, ossia la somma di cento approssimativi anni equinoziali di tanto diversi dall'anno siderale, contati da un convenzionale gennaio, da un era in qua escogitato dallo Scita in accordo al periodo giuliano corretto da papa Gregorio) dice ora quel che può dire una misura convenzionale unica, di una moltitudine di cose qualitativamente diverse e dinamicamente difformi.

 

 




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