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V.
Mi fermo qui a
considerare l'Italia, in quanto essa, nella prospettiva generale del mondo cui
ho accennato finora e alla quale mi attengo, rappresenta un determinato e
particolare angolo visuale.
Non è già che
io voglia abbandonare la veduta universalistica, dalla quale fin dal principio
ho preso le mosse per valutare ora il mondo intero alla stregua di ciò che
praticamente, e in modo esclusivo, o gioverebbe o importerebbe all'Italia. Non
intendo di comporre il vade-mecum del piccolo-borghese che valuti alle
proporzioni delle finestre di casa gli spazii cosmici: - tanto più poi perché
questo scritto di semplici considerazioni non deve contenere né consigli, né
suggerimenti di sorta.
Dico
semplicemente questo, che, cioè, per il complesso delle condizioni che le son
proprie, l'Italia è orientata in un certo modo rispetto alla concatenazione
economico-politica del mondo civile attuale. Cotesto angolo visuale – certo più
angusto di quello delle altre nazioni che han nome di grandi - non è cosa
accidentale o arbitraria. Innanzi tutto, esso è proporzionale alle differenze
che effettivamente corrono fra le condizioni italiane e quelle degli altri
paesi; reca la misura effettuale di ciò che l'Italia è e può di fronte alle
grandi correnti della storia attiva; e implica l'apprezzamento dell'esser
nostro nazionale nell'insieme di ciò che è presentemente il mondo dei popoli
direttivi.
Occorre
di fermarsi su tale angolo visuale - il quale nasce naturalmente e quasi
insaputamente in chi guardi per ragioni affatto pratiche tutto il mondo solo
per rispetto all'Italia - appunto perché il punto di vista universalissimo in
cui mi sono collocato senz'altro mi ha portato ad oltrepassare senza
ragionamenti preparativi e senza transizioni i confini e i limiti della
coscienza nazionale. Esaminando ora poi criticamente la orientazione
d'Italia rispetto al resto del mondo, noi verremo come ad apprezzare l'insieme
del nostro paese alla stregua delle grandi correnti della storia attiva.
Il risorgimento
italiano s'è svolto tutto per entro al secolo decimonono; ma ci si è svolto
più nel senso della storia passiva che in quello della storia attiva.
L'effettivamente attivo comincia il 1870; e questa osservazione
basta da sola per ismentire il più gran numero delle affermazioni ottimistiche
o pessimistiche che si fanno sul nostro paese sopra di una esperienza così
breve e di così recente data.
Coi termini di attivo
e di passivo io intendo di addurre degli estremi teorici di valore
comparativo, ai quali si giunge per approssimazione e attraverso a molte
transizioni. Che l'Italia dunque fosse in un certo senso e storicamente attiva
anche nel tempo della sua preparazione all'unità nazionale, e specie nei
momenti delle rivolte, e delle guerre, nessuno vorrà negare: ma qui in questo
discorso, dove cerchiamo di ricondurre tutto al ragguaglio della fin del
secolo, noi dobbiamo considerare come relativamente passiva la condizione d'Italia
in tutti gli anni anteriori al 1870, nei quali le altre nazioni
direttive posero le premesse e dettero la prima potente avviata alla presente
espansione e gara veramente mondiale.
Dal 1870 in
poi è corsa insistente l'opinione, ripetuta anche da scrittori per altri
rispetti degni di considerazione, che a risorgimento politico finito l'Italia
sia riuscita inferiore all'aspettazione. Ma a quale e di chi? All'aspettazione
forse si rinnovassero l'impero romano, i fasti dei comuni medievali, o simili altre
cose, le quali non hanno ora più ragion d'essere al mondo? La verità vera
è che l'Italia, uscendo da secoli di effettiva decadenza e passando poi
per la tensione cospiratoria e per l'ardore delle rivolte, non ha portato nel
nuovo assetto una proporzionata esperienza di politica moderna; tant'è
che fino ad ora la letteratura politica da noi presso che non
esiste. La tradizione letteraria avea invece creato e mantenuto in
essere l'idea, o meglio l'illusione di una storia sola e continuativa di quante
mai vicende si fossero svolte a memoria d'uomini su la unità geografica della
penisola; e come cotesta storia unica di un solo subietto (un popolo italiano
un po’ creato dalla fantasia) fu tra i potenti motivi ideologici della
riscossa, così a rivoluzione finita l'Italia è parsa troppo piccola al
confronto della sua grande storia. A stato nuovo costituito con la capitale
naturale, s'è finito per pigliar notizia più accertata e più tranquilla delle
altre nazioni e a riconoscere che per grande stato siam troppo piccoli. Ed ecco
a che si riduce: il non aver corrisposto all'aspettazione. Al rimpianto
di ragione immaginaria s'è venuto sostituendo questo problema pratico: quante
garanzie di stato moderno offre ora l'Italia in quanto a mantenere un posto di
utile ed efficace concorrente nella gara internazionale? Non si tratta già di
riportare la nostra esperienza di questi ultimi trent'anni ad un qualunque
ragguaglio di sognate glorie o di aspettati strepitosi successi, ma di
rispondere al prosaico quesito formulabile così: la vecchia nazione italiana,
componendosi a stato moderno, di quanto s'è trovata adattabile e di quanto s'è
trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere?
Come ogni azione politica si riduce in un certo senso ad interpretazione
operosa di condizioni date, così il giudizio che si può fare effettivamente su
l'Italia dal suo risorgimento in qua si riduce a vedere se la politica
ha corrisposto ai dati, e fino a che punto ci sia stata libertà di scelta nel
maneggio e nel governo dei dati stessi.
Di quanto
bisogna tornare indietro per farsi un adeguato concetto delle condizioni
d'Italia? I letterati, che furono per secoli i soli attivi
rappresentanti della intellettualità italiana del lungo periodo della
decadenza, non afferrano il senso di tale domanda, e cioè non intendono tutte
le difficoltà di sociologia storica che essa implica. Data ed ammessa l'unità
illusionale di una storia d'Italia attraverso un gran numero di secoli,
le cose veramente decisive nelle vicende della civiltà appariscono in una mal
composta narrazione come le variazioni e gli accidenti di un tipo immaginario.
Come si può per tal via discernere il fatto, p. es., decisivo, che l'Italia per
secoli rimane divisa in due mondi: di qua il ciclo germano-romanico, di là il
mondo bizantino-islamitico? Si vuol forse passar sopra il periodo islamitico
della Sicilia, come ad un fuori della storia; e parrà cosa
indifferente che la dinastia ora regnante in Italia discenda dalla feudalità di
uno stato di Borgogna?
Le tracce vere
e positive di quella unità di temperamento e d'inclinazioni che costituisce il
popolo nel senso storico della parola, noi non possiamo trovarle più in là del
secolo undecimo, nel quale la nazione neo-latina apparisce costituita.
La nostra
recente rivoluzione non consiste - come alcuni hanno con leggerezza affermato -
nel giungere della borghesia al dominio su la società. Questa
rivoluzione è stata fatta, sì, principalmente sotto la direzione dello spirito
borghese; ma la borghesia italiana esisteva da secoli, ed aveva avuto non solo
le sue glorie, ma la sua terribile caduta alla fine del secolo decimosesto, e
la sua prolungata decadenza fino alla Rivoluzione Francese.
VI.
Giova ora mi provi a racchiudere in una certa
caratteristica complessiva ciò che più volte ho chiamato società moderna, e che
più volentieri dirò società attuale, e ossia che è in atto… 3.
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