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Antonio Labriola
Da un secolo all'altro

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  • V.
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V.

Mi fermo qui a considerare l'Italia, in quanto essa, nella prospettiva generale del mondo cui ho accennato finora e alla quale mi attengo, rappresenta un determinato e particolare angolo visuale.

Non è già che io voglia abbandonare la veduta universalistica, dalla quale fin dal principio ho preso le mosse per valutare ora il mondo intero alla stregua di ciò che praticamente, e in modo esclusivo, o gioverebbe o importerebbe all'Italia. Non intendo di comporre il vade-mecum del piccolo-borghese che valuti alle proporzioni delle finestre di casa gli spazii cosmici: - tanto più poi perché questo scritto di semplici considerazioni non deve contenereconsigli, né suggerimenti di sorta.

Dico semplicemente questo, che, cioè, per il complesso delle condizioni che le son proprie, l'Italia è orientata in un certo modo rispetto alla concatenazione economico-politica del mondo civile attuale. Cotesto angolo visuale – certo più angusto di quello delle altre nazioni che han nome di grandi - non è cosa accidentale o arbitraria. Innanzi tutto, esso è proporzionale alle differenze che effettivamente corrono fra le condizioni italiane e quelle degli altri paesi; reca la misura effettuale di ciò che l'Italia è e può di fronte alle grandi correnti della storia attiva; e implica l'apprezzamento dell'esser nostro nazionale nell'insieme di ciò che è presentemente il mondo dei popoli direttivi.

Occorre di fermarsi su tale angolo visuale - il quale nasce naturalmente e quasi insaputamente in chi guardi per ragioni affatto pratiche tutto il mondo solo per rispetto all'Italia - appunto perché il punto di vista universalissimo in cui mi sono collocato senz'altro mi ha portato ad oltrepassare senza ragionamenti preparativi e senza transizioni i confini e i limiti della coscienza nazionale. Esaminando ora poi criticamente la orientazione d'Italia rispetto al resto del mondo, noi verremo come ad apprezzare l'insieme del nostro paese alla stregua delle grandi correnti della storia attiva.

Il risorgimento italiano s'è svolto tutto per entro al secolo decimonono; ma ci si è svolto più nel senso della storia passiva che in quello della storia attiva. L'effettivamente attivo comincia il 1870; e questa osservazione basta da sola per ismentire il più gran numero delle affermazioni ottimistiche o pessimistiche che si fanno sul nostro paese sopra di una esperienza così breve e di così recente data.

Coi termini di attivo e di passivo io intendo di addurre degli estremi teorici di valore comparativo, ai quali si giunge per approssimazione e attraverso a molte transizioni. Che l'Italia dunque fosse in un certo senso e storicamente attiva anche nel tempo della sua preparazione all'unità nazionale, e specie nei momenti delle rivolte, e delle guerre, nessuno vorrà negare: ma qui in questo discorso, dove cerchiamo di ricondurre tutto al ragguaglio della fin del secolo, noi dobbiamo considerare come relativamente passiva la condizione d'Italia in tutti gli anni anteriori al 1870, nei quali le altre nazioni direttive posero le premesse e dettero la prima potente avviata alla presente espansione e gara veramente mondiale.

 

Dal 1870 in poi è corsa insistente l'opinione, ripetuta anche da scrittori per altri rispetti degni di considerazione, che a risorgimento politico finito l'Italia sia riuscita inferiore all'aspettazione. Ma a quale e di chi? All'aspettazione forse si rinnovassero l'impero romano, i fasti dei comuni medievali, o simili altre cose, le quali non hanno ora più ragion d'essere al mondo? La verità vera è che l'Italia, uscendo da secoli di effettiva decadenza e passando poi per la tensione cospiratoria e per l'ardore delle rivolte, non ha portato nel nuovo assetto una proporzionata esperienza di politica moderna; tant'è che fino ad ora la letteratura politica da noi presso che non esiste. La tradizione letteraria avea invece creato e mantenuto in essere l'idea, o meglio l'illusione di una storia sola e continuativa di quante mai vicende si fossero svolte a memoria d'uomini su la unità geografica della penisola; e come cotesta storia unica di un solo subietto (un popolo italiano un po’ creato dalla fantasia) fu tra i potenti motivi ideologici della riscossa, così a rivoluzione finita l'Italia è parsa troppo piccola al confronto della sua grande storia. A stato nuovo costituito con la capitale naturale, s'è finito per pigliar notizia più accertata e più tranquilla delle altre nazioni e a riconoscere che per grande stato siam troppo piccoli. Ed ecco a che si riduce: il non aver corrisposto all'aspettazione. Al rimpianto di ragione immaginaria s'è venuto sostituendo questo problema pratico: quante garanzie di stato moderno offre ora l'Italia in quanto a mantenere un posto di utile ed efficace concorrente nella gara internazionale? Non si tratta già di riportare la nostra esperienza di questi ultimi trent'anni ad un qualunque ragguaglio di sognate glorie o di aspettati strepitosi successi, ma di rispondere al prosaico quesito formulabile così: la vecchia nazione italiana, componendosi a stato moderno, di quanto s'è trovata adattabile e di quanto s'è trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere? Come ogni azione politica si riduce in un certo senso ad interpretazione operosa di condizioni date, così il giudizio che si può fare effettivamente su l'Italia dal suo risorgimento in qua si riduce a vedere se la politica ha corrisposto ai dati, e fino a che punto ci sia stata libertà di scelta nel maneggio e nel governo dei dati stessi.

Di quanto bisogna tornare indietro per farsi un adeguato concetto delle condizioni d'Italia? I letterati, che furono per secoli i soli attivi rappresentanti della intellettualità italiana del lungo periodo della decadenza, non afferrano il senso di tale domanda, e cioè non intendono tutte le difficoltà di sociologia storica che essa implica. Data ed ammessa l'unità illusionale di una storia d'Italia attraverso un gran numero di secoli, le cose veramente decisive nelle vicende della civiltà appariscono in una mal composta narrazione come le variazioni e gli accidenti di un tipo immaginario. Come si può per tal via discernere il fatto, p. es., decisivo, che l'Italia per secoli rimane divisa in due mondi: di qua il ciclo germano-romanico, di il mondo bizantino-islamitico? Si vuol forse passar sopra il periodo islamitico della Sicilia, come ad un fuori della storia; e parrà cosa indifferente che la dinastia ora regnante in Italia discenda dalla feudalità di uno stato di Borgogna?

Le tracce vere e positive di quella unità di temperamento e d'inclinazioni che costituisce il popolo nel senso storico della parola, noi non possiamo trovarle più in del secolo undecimo, nel quale la nazione neo-latina apparisce costituita.

 

La nostra recente rivoluzione non consiste - come alcuni hanno con leggerezza affermato - nel giungere della borghesia al dominio su la società. Questa rivoluzione è stata fatta, sì, principalmente sotto la direzione dello spirito borghese; ma la borghesia italiana esisteva da secoli, ed aveva avuto non solo le sue glorie, ma la sua terribile caduta alla fine del secolo decimosesto, e la sua prolungata decadenza fino alla Rivoluzione Francese.

 

 

VI.

 

 Giova ora mi provi a racchiudere in una certa caratteristica complessiva ciò che più volte ho chiamato società moderna, e che più volentieri dirò società attuale, e ossia che è in atto3.

 

 

 





3 L’A., travagliato da infermità, interruppe a questo punto il proprio lavoro, che non ebbe più agio di ripigliare [Nota del Croce].





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