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Giacomo Leopardi
Poesie varie

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  • I NUOVI CREDENTI
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I NUOVI CREDENTI

     Ranieri mio, le carte ove l’umana

Vita esprimer tentai, con Salomone

Lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,

     Spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,

Da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,

E spiaccion per Toledo alle persone.

     Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo

Impinguan del Mercato, e quei che vanno

Per l’erte vie di San Martino a volo;

     Capodimonte, e quei che passan l’anno

In sul Caffè d’Italia, e in breve accesa

D’un concorde voler tutta in mio danno

     S’arma Napoli a gara alla difesa

De’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni

Anteposto il morir, troppo le pesa.

     E comprender non sa, quando son buoni,

Come per virtù lor non sien felici

Borghi, terre, provincie e nazioni.

     Che dirò delle triglie e delle alici?

Qual puoi bramar felicità più vera

Che far d’ostriche scempio infra gli amici?

     Sallo Santa Lucia, quando la sera

Poste le mense, al lume delle stelle,

Vede accorrer le genti a schiera a schiera,

     E di frutta di mare empier la pelle.

Ma di tutte maggior, piena d’affanno,

Alla vendetta delle cose belle

     Sorge la voce di color che sanno,

E che insegnano altrui dentro ai confini

Che il Liri e un doppio mar battendo vanno.

     Palpa la coscia, ed i pagati crini

Scompiglia in su la fronte, e con quel fiato

Soave, onde attoscar suole i vicini,

     Incontro al dolor mio dal labbro armato

Vibra d’alte sentenze acuti strali

Il valoroso Elpidio; il qual beato

     Dell’amor d’una dea che batter l’ali

Vide già dieci lustri, i suoi contenti

A gran ragione omai crede immortali.

     Uso già contra il ciel torcere i denti

Finché piacque alla Francia; indi veduto

Altra moda regnar, mutati i venti,

     Alla pietà si volse, e conosciuto

Il ver senz’altre scorte, arse di zelo,

E d’empio a me nome e di perduto.

     E le giovani donne e l’evangelo

Canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede

Di sua molta virtù spera nel cielo.

     Pende dal labbro suo con quella fede

Che il bimbo ha nel dottor, levando il muso

Che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,

     Galerio, il buon garzon, che ognor deluso

Cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio;

Che da Venere il fato avealo escluso.

     Per sempre escluso: ed ei contento e pio,

Loda i raggi del , loda la sorte

Del gener nostro, e benedice Iddio.

     E canta; ed or le sale ed or la corte

Empiendo d’armonia, suole in tal forma

Dilettando se stesso, altrui dar morte.

     Ed oggi del suo duca egli su l’orma

Movendo, incontro a me fulmini elice

Dal casto petto, che da lui s’informa.

     Bella Italia, bel mondo, età felice,

Dolce stato mortal! grida tossendo

Un altro, come quei che sogna e dice;

     A cui per l’ossa e per le vene orrendo

Veleno andò già sciolto, or va commisto

Con Mercurio ed andrà sempre serpendo.

     Questi e molti altri che nimici a Cristo

Furo insin oggi, il mio parlare offende,

Perché il vivere io chiamo arido e tristo.

     E in odio mio fedel tutta si rende

Questa falange, e santi detti scocca

Contra chi Giobbe e Salomon difende.

     Racquetatevi, amici. A voi non tocca

Dell’umana miseria alcuna parte,

Che misera non è la gente sciocca.

     Né dissi io questo, o se pur dissi, all’arte

Non sempre appieno esce l’intento, e spesso

La penna un poco dal pensier si parte.

     Or mia sentenza dichiarando, espresso

Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna

Non è dagli astri alcun poter concesso.

     Non al dolor, perché alla vostra cuna

Assiste, e poi sull’asinina stampa

Il piè per ogni via pon la fortuna.

     E se talor la vostra vita inciampa,

Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio

Il non sentire e il non saper vi scampa.

     Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio

Rompon l’alme ben nate; a voi tal male

Narrare indarno e non inteso io soglio.

     Portici, San Carlin, Villa Reale,

Toledo, e l’arte onde barone è Vito,

E quella onde la donna in alto sale,

     Pago fanno ad ogni or vostro appetito;

E il cor, che né gentil cosa, né rara,

Né il bel sognò giammai, né l’infinito.

     Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,

A cui grava il morir; noi femminette,

Cui la morte è in desio, la vita amara.

     Voi saggi, voi felici: anime elette

A goder delle cose: in voi natura

Le intenzioni sue vide perfette.

     Degli uomini e del ciel delizia e cura

Sarete sempre, infin che stabilita

Ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:

     E durerà, mi penso, almeno in vita.

 




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