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Capitolo
II
Come
lo suo padre Panuzio la pianse e mandò cercando, e come si venia a lamentare
agli monaci, fra' quali ella era, e poi come la vide e consolavasi con lei, e
non la conobbe insino alla morte.
Panuzio
suo padre, tornando la mattina a casa, udito l'uficio e non trovandola, venne
in gran tristizia e maninconia e gelosia; e domandando li servi e l'ancille
tutte che fosse di Eufrosina, e' rispuosono che la sera al tardi l'aveano
veduta nella camera sua e poi la mattina per tempo non la trovarono e non
sapeano che se ne fosse, se non che s'immaginavano che il suo suocero l'avesse
occultamente menata, perocchè gl'incresceva lo tanto indugio. Per le quali
parole Panuzio mandò incontanente a casa dello sposo a sapere se vi fosse, e
non vi fu trovata. E udendo questo giovane sposo di Eufrosina, e 'l padre e la
madre come Eufrosina non si trovava, vennono con gran dolore a casa di Panuzio
e trovaronlo molto afflitto giacere in terra, e dissergli:
"Forsechè
alcuno giovane l'ha ingannata, ed è fuggito con lei".
E
incontanente ebbono apparecchiati molti servi e mandarongli per tutta Alessandria
e per l'Egitto cercando per lei, e, come potenti uomini, per forza entravano
per monisteri e romitorii di donne, e per le case degli amici e de' vicini
cercando, e salendo su per le navi e per li legni, ch'erano alla marina, anco
cercavano, se vi fosse nascosa per fuggire. E poich'ebbono tutto cercato e non
trovandola, la piangevano tutti come morta; e il padre piangendo diceva:
"Oimè,
oimè, figliuola dolcissima, oimè lume degli occhi miei e consolazione della
vita mia. Oimè, chi m'ha furata la mia ricchezza? chi ha oscurata la mia luce?
Oimè, chi m'ha tolto al mia speranza? chi ha violata la bellezza della mia
figliuola? Qual lupo ha rapita la mia pecorella? Oimè, Eufrosina, chi ha
toccata la tua faccia imperiale? Tu ornamento di casa nobilissimo, tu
consolazione in ogni avversità e sollazzo e riposo in ogni mia fatica e porto e
rifugio in ogni mia tempestade. Terra, non mi ricevere insin ch'io non so
quello che è addivenuto alla mia figliuola Eufrosina".
Queste
e altre simili parole Panuzio dicendo, levavano gli altri la voce con pianto,
sicchè tutta la città parea che piangesse e lamentassesi d'Eufrosina. E non
trovando Panuzio luogo nè conforto, dopo alquanti giorni se n'andò al predetto
abate suo amico, e narrandogli la sua tribolazione, gittoglisi a' piedi con
pianto e dissegli:
"Non
cessare d'orare per me e priega Iddio ch'io ritruovi la mia figliuola, la quale
sai che per le tue orazioni impetrasti da Dio".
Le
quali cose udendo l'abate fu molto contristato e fece chiamare a sè tutti li frati
e disse loro:
"Fratelli
miei, or mi mostrate la vostra caritade e pregate Iddio che ci riveli che è
della figliuola di questo nostro amico e benefattore".
E
digiunando tutti e orando per tutta una settimana che Iddio rivelasse loro
questo fatto, nulla cosa fu loro revelata; perocchè Eufrosina continovamente
orava Dio che non la manifestasse in sua vita. E maravigliandosi di ciò
l'abate, perocchè quasi sempre quando li monaci facevano alcuna ordinata
orazione solevano impetrare da Dio quello che addimandavano, chiamò Panuzio e
dissegli:
"Non
ti sgomentare e non venire meno sotto la disciplina di Dio; perocchè, come dice
la Scrittura: 'Colui batte Iddio, lo quale molto ama'; e dei sapere che senza
la divina provvidenza non cade pure una passera in terra; quando dunque
maggiormente nulla cosa è addivenuta alla tua figliuola senza la sua volontà? E
certo mi pare essere che ella ha eletta buona parte, e però Iddio non ce n'ha
rivelato altro, acciocchè non sia impedito lo suo buono proponimento; che certo
sii che, s'ella avesse tenuta mala via, non avrebbe Iddio dispregiate tante
orazioni di tanti santi frati che non l'avesse rivelato. Onde confòrtati;
perocchè spero in Dio ch'ella è in buono stato e che, innanzi che tu muoia,
Iddio la ti mostrerà".
E
udendo queste parole Panuzio ricevette alcuna consolazione, e accomiatandosi
dall'abate e da' frati tornossero a casa e faceva molte grandi limosine e
orazioni, acciocchè Iddio lo consolasse. E spesse volte quando si sentiva
maninconico, se n'andava al predetto monistero a consolarsi con quei frati. E
un giorno dopo molto tempo, venendo all'abate, gittóglisi a' piedi e dissegli:
"Ôra,
Padre, per me, ch'io non posso più patire lo dolore di questa mia figliuola;
perocchè continovamente mi si rinnovella e cresce questa mia ferita".
E
vedendolo l'abate così afflitto, sì gli disse:
"Or
vorresti tu parlare con uno spirituale frate che sta solitario e venneci
essendo donzello del palagio di Teodosio principe?".
E
diceva l'abate di Eufrosina, la quale si chiamava frate Smeraldo, non
conoscendo quello ch'era, cioè che fosse femmina e fosse figliuola di Panuzio.
E rispondendo Panuzio che molto gli piaceva, fece l'abate chiamare frate
Agapito e disse gli:
"Mena
con teco Panuzio alla cella di frate Ismeraldo".
E
subitamente Agapito, non facendone motto altrimenti a frate Ismeraldo, menò con
seco Panuzio alla sua cella. E vedendo Eufrosina lo suo padre Panuzio e
conoscendolo, incontanente intenerì, e avendo compassione alla sua tribulazione
fu tutta piena di lagrime; ma Panuzio non conoscendola, imperocchè la sua
faccia era tutta mutata per li molti digiuni e vigilie e lagrime, per li quali
s'avea sì sconcio che sputava sangue e avea perduto ogni bellezza di prima, e
anche perocchè tenea lo cappuccio della cocolla chinato molto in sul volto,
immaginavasi e credeva che quello fosse pianto di compunzione. E fatta
l'orazione secondo l'usanza, Eufrosina temperò il pianto e puosesi a sedere con
Panuzio e incominciollo a confortare e dissegli:
"Credimi
che Iddio non dispregerà lo tuo pianto e le tue limosine e orazioni e prieghi
che fai e hai fatti fare per la tua figliuola; e certo sie che, s'ella fosse in
perdizione dell'anima sua, Iddio te l'avrebbe manifestato, sicchè nè a te, nè a
sè non facesse vergogna. Ma credo in Dio che buona via ha presa seguitando il
dire del Vangelo, chè dice Cristo: Chi ama il padre e la madre più che me, non
è degno di me; e chi non rinnunzia a ciò che possiede, non può essere mio
discepolo. Confortati dunque e non ti dare tristizia, che può Iddio, s'egli
vorrà, mostrartela innanzi che tu muoia: e io per me volentieri il ne pregherò
e hogliti molto raccomandato, avendo compassione alla tua tribulazione, lo
quale lo mio maestro Agapito più volte m'ha detto e hammiti raccomandato
divotamente, dicendomi che io pregassi Iddio per te, come fanno tutti gli altri
frati; per la qual cosa, come io già ti dissi, avvegnachè peccatore e indegno,
spesse volte ho pregato Iddio che ti dia pazienza e adempia lo tuo desiderio e
di te e della fanciulla, se dee essere lo meglio; e per questo t'ho voluto
volentieri parlare, acciocchè ti conforti e prendi consolazione in Dio".
E
dette queste parole, acciocchè per lo molto parlare non fosse conosciuta
Eufrosina, detta frate Ismeraldo, terminò lo suo parlare e accomiatò Panuzio;
ma, partendosi, gli ebbe grande compassione e intenerì molto e incominciò a
lagrimare. E partitosi Panuzio, tornò all'abate e dissegli:
"Molto
sono confortato e edificato di questo frate; e veramente ti dico ch'io mi parto
così consolato come se io avessi veduta la mia figliuola Eufrosina".
E
raccomandandosi all'orazione de' frati e dell'abate, tornò a casa ringraziando
Iddio. E frate Ismeraldo, avvegnachè non avesse bisogno di stare in cella
rinchiuso per la cagione di prima e perocchè avea tosto perduta la bellezza
della gioventù, pur vi volle rimanere per volontà, dilettandosi della pace
della solitudine. Ed essendovi stata anni trentotto per lo predetto modo
infermò a morte. E venendo un giorno Panuzio, come solea spesso, al monistero
pregando l'abate che li facesse parlare a frate Ismeraldo, l'abate chiamò
Agapito suo maestro e comandógli che menasse Panuzio a frate Ismeraldo. Ed
entrando Panuzio nella cella e trovandolo infermo incominciò a piangere e
dicendo:
"Oimè,
oimè, or dove sono le impromesse tue e le dolci parole tue, per le quali mi
solevi consolare e dire ch'io vedrei la figliuola mia innanzi ch'io morissi?
Ecco me misero! non solamente non veggio lei, ma perdo te, per lo quale solea
ricevere grande consolazione e conforto. Oimè, chi mi consolerà in questa mia
vecchiezza, posto in tanta amaritudine? a cui andrò? chi mi consolerà?
trentotto anni sono passati ch'io perdei la mia figliuola, e mai non ho potuto
sapere alcuna cosa e sempre sono stato in isperanza di vederla, massimamente
per gli conforti tuoi. Ecco, perdo te che mi solevi consolare e lei non veggio;
or veggio oggimai che non la debbo trovare; onde rimango isconsolato avendo
perduto ogni speranza e conforto".
E
udendo Eufrosina lo padre così piangere e lamentarsi dolorosamente, sì gli
parlò e disse:
"Perchè
ti uccidi e da' ti tanta tribulazione, disperando di non vedere la tua
figliuola? Or non è Iddio per consolarti e confortarti? Poni fine alla tua
tristizia, e confortati, e spera in Dio che, come io ti promisi, tu vedrai la
tua figliuola innanzi che tu muoia. Ricordati come Giacobbe patriarca,
poich'ebbe pianto lo suo figliuolo Giuseppe per morto, dopo lungo tempo lo
ritrovò; onde ti prego che ti conforti e istii meco questi tre giorni".
E
stando Panuzio, in questo mezzo pensava in sè medesimo e diceva:
"Forse
che Iddio gli ha rivelato qualche cosa della mia figliuola, poichè m'ha detto
ch'io aspetti insino al terzo dì".
E
in capo di tre dì disse Panuzio a frate Ismeraldo:
"Ecco,
ho aspettato come mi dicesti e non mi sono partito dal tuo monistero, ha'mi tu
a dire altro?".
Allora
Eufrosina, detta frate Ismeraldo, conoscendo che incontanente dovea morire, sì
lo chiamò a sè in segreto e dissegli:
"Imperciocchè
l'onnipotente Iddio ha compiuto lo mio desiderio, ed è pervenuto a fine e a
vittoria lo corso della mia fine e della mia vita e della mia battaglia che per
la sua virtù m'ha guardata, e già ne vado alla corona della gloria, la quale
m'è apparecchiata, non ti voglio tenere più sospeso in isperanza di vedere la tua
figliuola Eufrosina; onde sappi ch'io sono dessa, e tu se' lo mio padre
Panuzio. Ecco ha' mi veduta e soddisfatto t'ho della impromesa ch'io ti feci
che tu la vedresti in questa vita; ma priegoti non revelare ad altri questo
fatto e non permettere ch'altri lavi lo mio corpo, quando sarò morta, se non
tu, sicchè nullo mi veggia a carne nuda. E perch'io promisi all'abate, quando
ci entrai, ch'io aveva molte possessioni e che, se io ci potessi perseverare,
ch'io le darei al monistero, pregoti che tu adempi quello che io promessi; chè
sappi veramente che questo è venerabile luogo di santi frati, e priega Iddio
per me".
E
dicendo queste parole rendette l'anima a Dio. E udendo Panuzio queste cose e vedendola
morta così tosto, commossesi dentro di dolore e di stupore, e cadde in terra
tramortito. E sentendo questo il beato Agapito, corse là, e trovando morto
frate Ismeraldo e Panuzio tramortito, maravigliandosi di questo fatto, prese
dell'acqua e gittogliele per la faccia e confortollo e levollo in piè, e
dissegli:
"Or
che hai tu, messere Panuzio?".
Ed
essendo tutto ebro di amaritudine, rispuose:
"Lasciami
istare e morire qui; chè sappi ch'io ho veduto mirabile cosa oggi".
E
levandosi e partendosi da Agapito, corse a Eufrosina e gittossele al collo e,
baciandola e tutta di lagrime bagnando, diceva:
"Oimè,
figliuola mia dolcissima, perchè non mi ti manifestasti, acciocch'io fossi
rimaso qui con teco per ispontanea volontà? Guai a me, come mi se' stata
celata! beata a te, come saviamente e sottilmente hai vinto le 'nsidie del
nemico e come sagacemente e violentemente hai vinto e preso il cielo!".
E
udendo queste parole Agapito e intendendo che frate Ismeraldo era Eufrosina
figliuola di Panuzio, fu tutto istupefatto e corse all'abate dissegli tutte
queste cose. E udendo l'abate queste cose, corse là, e gittossi con gran pianto
alla faccia di Eufrosina, detta frate Ismeraldo, e diceva:
"Oh
Eufrosina, sposa di Cristo e figliuola de' santi, abbi misericordia di me e
prega Iddio per me e per li frati tutti di questo monistero che ci faccia sì
valentemente combattere che meritiamo di pervenire a vittoria, e d'avere teco e
con gli altri suoi santi parte in vita eterna".
E
facendo congregare tutti li frati, con grande onore e reverenzia seppellirono
questo santissimo corpo nel monimento degli abati, dande laude e grazia a Dio,
lo quale eziandio in sesso fragile e femmineo adopera così mirabili cose. E
innanzi che si seppellisse quel santissimo corpo, uno di que' frati ch'avea
perduto un occhio, gittandolesi al volto e baciandola per divozione,
incontanente riebbe l'occhio bello e chiaro; per lo quale miracolo più crebbe
la divozione e la reverenzia dei frati e dell'altre genti a quel santissimo
corpo. Onde Panuzio compunto, di gran parte delle sue possessioni diede al
monistero e tutto l'altro a spedali e a poveri e altri luoghi divoti, e fecesi
monaco; e in quella cella e in quel letto ch'era stata Eufrosina, stet te, e
fece penitenzia anni dieci, e poi passò di questa vita con gran santitade, e i
monaci lo seppellirono allato alla sua figliuola. E in memoria di questo fatto
lo detto monistero fa ogni anno festa e solennità lo dì della morte loro,
glorificando Iddio Padre col suo Figliuolo Gesù e collo Ispirito Santo, lo
quale è glorioso in saecula saeculorum. Amen.
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