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Capitolo
VI
Come
avea in grande orrore li monaci avari, e come fuggì per non essere tanto
onorato.
Avea
massimamente in grande orrore e detestazione quelli monaci, i quali, non confidandosi
bene della provvedenzia di Dio, pensavano troppo e aveano sollecitudine per lo
tempo futuro di loro cibi e vestimenti o d'altra qualunque cosa transitoria, e
che riservavano queste cose in futuro per una infedele provvedenzia, e non la
comunicavano a' bisognosi. Per la qual cosa un frate che stava presso a lui a
cinque miglia, perciocchè avea ispiato che era molto grande guardiano e avaro
d'un suo orticello, e avea un poco di mobile, cacciò da sè, vietandogli che non
gli apparisse innanzi; lo quale frate volendosi rappacificare con lui, spesse
volte visitava li suoi discepoli, e massimamente uno che si chiamava Esichio,
lo quale era singulare diletto d'Ilarione, e portava loro alcune coserelle
perchè 'l facessero tornare in grazia d'Ilarione. Or avvenne che una fiata
venne ad Esichio e recò un fastelletto di ceci verdi, li quali ceci ponendo
Esichio poi la sera in mensa per cenare, Ilarione, sentendone uscire una grande
puzza, quasi gridando, disse:
"Onde
sono questi ceci, che tale puzza ne viene?".
E
tacendo Esichio lo nome di quello frate, e dicendo che un frate gli avea recato
la primizia d'un suo orto, disse Ilarione:
"Or
non senti tu come questi ceci gittano grande puzza d'avarizia? Danne ai buoi e
vedrai se ne mangeranno".
La
qual cosa facendo Esichio, secondo il comandamento suo, e ponendo quelli ceci
nella mangiatoia, quei buoi veggendoli incominciarono a mugghiare, e rompendo
le funi, colle quali erano legati, come se vedessero il diavolo, fuggirono.
Questa cotal grazia avea Ilarione che all'odore o fetore de' corpi o de' panni
o d'altre cose che innanzi gli fossero poste, conoscea in che virtù o vizio
fosse la persona della quale o delle cui cose venía questo odore o questa
puzza. Ed essendo in età già d'anni sessantaquattro, vedendo già tutto lo
diserto intorno di sè pieno di frati, e considerando la moltitudine di quelli
che venivano o erano menati a lui per essere liberati per diverse infermitadi,
sicchè tutto quel diserto spesse volte di diverse fatte d'uomini era pieno, piangea
amaramente, ricordandosi dell'antica sua solitudine, quando di prima al diserto
venne; e dimandandolo i frati perchè piangesse così duramente, dicea:
"Parmi
anche da capo essere tornato al secolo; tanta gente ci viene: e temo per
quest'onore, che Iddio in questo mondo non mi abbia pagato d'ogni mia fatica.
Ecco che tutte le provincie d'intorno mi reputano d'alquanto merito, e io non
sono quello che credono; e anche per la necessità di molti frati che a me
s'appoggiano, sono costretto di ricevere e d'avere alcuna cosa da vivere; la
qual cosa è contro al desiderio della mia povertà".
Onde,
temendo li frati che egli non fuggisse, guardavanlo diligentemente e
spezialmente Esichio, lo quale l'aveva in ispeziale reverenzia. E dopo due anni
quella donna, della quale facemmo memoria, ovvero menzione di sopra, che aveva
nome Aristanete, già morto il primo marito, essendo allora moglie del prefetto,
ma non servando però, nè tenendo la forma della prefettura, volendo andare
anche ad Antonio, ricordandosi del beneficio ricevuto, cioè della liberazione
de' figliuoli, passóe quindi, e visitollo, dicendo fra l'altre parole, come
andava per visitare Antonio. Ilarione lagrimando rispose:
"Volentieri
verrei, se io non fossi così legato alla cura di questi frati, e se frutto
avesse la venuta; onde sappi che oggi sono due giorni che tutto il mondo fu
privato di cotal padre, come era Antonio, perocchè egli è passato di questa
vita".
Credettegli
la donna, come a persona che era certa che questo non poteva avere saputo se
non da Dio in sì brieve tempo, e ristette quivi in Gaza. E stando ella quivi,
venne il messo dopo alquanti giorni che disse a tutti chiaramente la morte
d'Antonio, e conobbe la donna che Antonio era morto in quel giorno che Ilarione
avea predetto. Maraviglisi chi vuole delle molte maraviglie che egli facea,
della grande scienzia sua, della grande penitenzia e astinenzia, che io per me
Geronimo di nulla mi maraviglio tanto, quanto di ciò: che tanta gloria e onore,
quanta dal mondo riceveva, potea e sapea così vincere e conculcare che quanto
più il mondo lo magnificava, egli più vile si reputava e annullava. Venivano a
lui vescovi e monaci, prelati e gente innumerabile, e d'ogni stato e condizione
gente, signori e giudici e rettori delle terre, matrone e donne assai, villani
e cittadini, acciocchè da lui almeno ricevessero del pane e dell'olio
benedetto. Della visitazione e frequenza de' quali egli attediandosi, come uomo
che tutto il suo desiderio era alla solitudine, brigossi di fuggire, e
procurandosi occultamente un asinello, perchè era troppo indebolito per li
molti digiuni, mossesi per andare. La qual cosa essendo saputa, come se per lo
suo partimento tutta la contrada dovesse perire, ragunaronsi più che diece mila
tra uomini e femmine e fanciulli per lui ritenere; ai prieghi dei quali quelli
stando immobile e inflessibile, percoteva col bastone in terra dicendo e
giurando che non mangerebbe insino che non lo lasciassero andare; e aspettando
quegli che egli s'arrendesse ai loro prieghi, ed egli pure perseverando nel suo
giuramento e non mangiando, lo settimo dì vedendo che egli non mangiava, con
gran dolore il lasciarono andare, e in quel giorno, andandogli dietro molta
turba, giunse ad una terra che si chiama Vetulso, nel qual luogo pregando la
gente che si tornasse a casa, elesse quaranta monaci perfetti che potessero
sostenere il digiuno ognidì insino a sera e camminare. Ed entrando nel diserto
con quelli monaci che aveano con seco alcuna cosa da vivere, dipo' cinque
giorni pervenne a Pelusio; e visitati li frati che erano quivi presso
nell'eremo e in un altro luogo che si chiama Lincoi, partissi quindi e in tre
giornate pervenne ad un castello che si chiama Teubasto, per vedere Dragonzio
vescovo, lo quale quivi era cacciato e sbandito da Gostanzo imperadore, fautore
e amico degli Ariani, della cui venuta quelli inestimabilmente fu consolato e
confortato. E partendosi quindi, dipo' tre giorni con grande fatica pervenne a
Babilonia per vedere Filone vescovo, lo quale simigliantemente dal predetto
Gostanzo era nel predetto luogo sbandito. E partendosi quindi, in due giornate
venne a quel castello che si chiamava Afrodito, nel qual luogo conducendo uno
diacono che solea in su li dromedari portare ad Antonio quelli che 'l voleano
visitare, perchè andando a piede era molto difficile, e quasi impossibile,
perchè il diserto era sterile e senza acqua; dipo' tre giorni pervennero al
monte, nel quale solea stare Antonio, e non ritenne con seco se non due frati,
cioè Isaac e Pelusiano, l'uno dei quali, cioè Isaac, era stato interprete
d'Antonio; insieme con loro andava visitando e facendosi insegnare tutti i
luoghi, nei quali Antonio era stato o fatto alcuna cosa, per consolarsi almeno,
ricordandosi d'Antonio per la presenzia de' luoghi e delle cose sue. Or lo
menavano li predetti monaci per ciascun luogo, mostrando dove solea orare, dove
si solea coi suoi discepoli recreare, dove solea operare, mostrandogli anche le
viti e gli arbuscelli e gli orti che Antonio avea piantati e posti; delle quali
tutte cose e luoghi Ilarione ricevea mirabile diletto. Giacea nel letto dove
solea stare Antonio, e tutto il baciava per suo amore; la cella del quale
Antonio non era maggiore nè per lungo, nè per largo, che uno giacendo si
potesse estendere; e in su la cima di quel monte che a pena vi si potea andare,
erano due altre celle di simile forma e misura, alle quali Antonio era usato di
riducersi quando volea fuggire la turba che 'l visitava e la compagnia de'
discepoli. E poichè ebbe visitati tutti quei luoghi, pregò quelli discepoli che
gli mostrassero lo luogo della sua sepoltura. Allora quelli lo menarono in
disparte, ma se gli mostrarono la sepoltura o no, non si sa per certo. Ma la
cagione perchè Antonio volle che fosse nascosta la sua sepoltura, diceano che
era, acciocchè un gran signore delle contrade, che avea nome Pergamo, lo quale
l'avea in grande devozione, portandone il suo corpo nella sua contrada, non lo
facesse adorare per santo. Ed essendo Ilarione a Afroditon dipo' le predette
cose, ritenendosi seco per due frati, entrò ad abitare in quello eremo che è
quivi presso. In tanta astinenzia e tanta asprezza stava, e in tanto silenzio
che non si potrebbe leggermente dire, dicendo che pur allora gli parea di
cominciare e di servire a Cristo. Ora era stato tre anni che in quel tempo in
quelle contrade non era piovuto; per la qual cosa la contrada era in grande
necessitade, e quasi in proverbio si dicea che gli elementi piangeano la morte
d'Antonio, e però non piovea; onde attenuati di fame gli abitatori della
contrada, ispiando come Ilarione discepolo e successore d'Antonio era venuto a
stare in quel diserto, vennero a turme d'ogni stato e condizione gente,
pregandolo che impetrasse loro da Dio che piovesse. Li quali Ilarione vedendo
magri e attenuati di fame, commosso a compassione, levò le mani al cielo
orando, e incontanente impetrò quello che dimandava, e venne grandissima piova,
per la quale quella terra secca e arenosa, poichè fu ben bagnata e inrigata,
generò e produsse tanti serpenti velenosi che parea incredibil cosa, da' quali
gli uomini della contrada percossi incontanente morivano, se ad Ilarione non
ricorrevano; dal quale ricevendo olio benedetto e ugnendo lo luogo della
morsura, erano incontanente sanati. Per le quali cose vedendosi molto onorare e
venire in gran fama, fuggì quindi e andossene presso ad Alessandria ad un luogo
d'alquanti frati suoi compagni, non per istare quivi, ma per andare quindi
all'eremo che era in quelle parti. Dai quali frati poichè fu ricevuto con
grande allegrezza, come fu sera, fece apparecchiare l'asinello ai discepoli
suoi e partissi. Della qual cosa li frati avvedendosi, e maravigliandosi di sì
subito partimento, gittaronglisi ai piedi e pregaronlo che non sì tosto si
partisse e desse loro tanto sconsolamento. E per fargli una cortese forza, alquanti
se ne puosero in su l'uscio, dicendo che quindi non uscirebbe egli. Ai quali
egli rispuose:
"Credetemi,
lasciatemi andare che 'l mio stallo vi sarebbe noioso e grave per alcuna cosa
che voi vedrete tosto, e allora conoscerete che fu il meglio per me e per voi
che io mi partissi".
E
lasciandolo quelli partire, Ilarione co' discepoli si mise per la solitudine e
andossene ad un luogo che si chiama Osa, e quivi stava occulto, e il seguente
dì, che Ilarione era partito la sera dinanzi dai detti frati, vennero quelli
della città di Gaza colla famiglia del prefetto, il quali erano tutti pagani,
per prendere lui ed Esichio suo discepolo, perciocchè l'avevano in grande odio,
e aveano impetrato da Giuliano imperadore apostata di poterli prendere e
uccidere, dicendo che erano malefici, e aveano già distrutto lo suo monastero,
che era in Palestina. Ed entrando nel predetto monastero, perchè aveano inteso
che quivi era giunto, facevano gran romore contro ai frati, dicendo che lo
insegnassero, e andavano molto cercando: ma pur veggendo veramente che egli non
v'era, diceano insieme l'uno coll'altro:
"Or
bene è vero quello che si dice di lui, che egli è mago, e sa indivinare; che,
sapendo che noi ci dovevamo venire, si è fuggito".
E
poichè Ilarione fu stato nel predetto luogo bene un anno, vedendosi anche ivi
essere molto conosciuto e onorato, e pensando che in tutte quelle contrade non
avea luogo dove egli potesse stare nascoso che non fosse conosciuto, pensossi
di fuggire ad alcuna isola rimota. E dovendosi egli già muovere per andare,
giunse a lui Adriano suo discepolo che venía di Palestina, e disse come
Giuliano imperadore apostata era morto di ferro per la potenzia di Dio, e che
altro imperadore regnava, lo quale era cristiano, e però gli piacesse di
tornare al monasterio di Palestina, pognamo che fosse disfatto. La qual cosa
non volendo egli fare, nè pure udire, condusse a prezzo un cammello, e venne ad
una terra della marina che si chiama Paroltomio, nel qual luogo lo predetto
Adriano volendolo pure inducere a tornare in Palestina, per venire in fama e in
gloria di santità in quelle contrade sotto l'ombra sua, e vedendo che egli pure
non volea, sì gli fece molte ingiurie e molte persecuzioni, e poi appiattando e
riponendo quelle cose che egli portava da parte de' frati, occultamente si
fuggì; e perchè egli si partì male dal suo maestro, per esemplo e a terrore de'
rei discepoli fu da indi a poco percosso da Dio d'una infermitade che si
chiamava morbo regio, la quale corrompe e infracida tutto il corpo e fa molto
putire, e di quella miseramente morì.
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