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CAPO SESTO
La natura sempre la medesima e sempre un'altra
nella successiva perpetuità delle cose che mancano.
Degna del beneficio fu la mercede che gli
ateniesi rendettero alla nave che portò Teseo in Candia, e vittorioso nel
riportò, uccisovi il Minotauro nel Laberinto e liberata Atene dal sanguinoso
tributo degl'innocenti che colà ogni anno s'inviavano a divorare. A lei dunque,
per cui tanti nobili giovani eran campati dalla morte, decretarono in premio il
sempre ringiovenire, e con ciò il vivere immortale: immortale come sol può una
fabrica di legni già morti. Esentaronla da ogni servil ministero e fatica di portar
pesi o uscire in mare altro che tranquillissimo e per diporto: nel rimanente,
ritirata nell'arsenale come in un sacrario, vi stava in publica venerazione; e
percioché, invecchiando con gli anni e morendole in dosso le membra già putride
e tarlate, le cadevano i pezzi or da poppa or da' fianchi, quanto di vecchio
ella perdeva altrettanto ripigliava di nuovo: rappezzandola artefici a quel
sacro ministerio deputati, serbata però l'antica forma nella nuova, e quanto il
più far si potesse somigliante nella materia. Così ella visse più secoli, e
dessa e non dessa: già che delle antiche sue parti, per così dir primigenie,
non glie ne rimaneva in corpo oramai più niuna, e pur con le nuove e piccole
giunte che di tempo in tempo le si andavan facendo si manteneva la medesima.
Perciò quante volte i filosofi disputavano dell'aumentazione de' corpi vivi, a
definire se dopo molti anni eran più quegli stessi che nacquero traean fuori in
esempio la nave di Teseo. Ma quanto inutilmente, s'ella serviva solo ad
accrescere la difficoltà, non a decidere la quistione! Tale appunto, ma in vero
fuor di ragione, contendevano alcuni di loro essere il mondo, almeno in questa
sua principalissima parte de' corpi misti, i quali, come son nature patibili e
stanno in mezzo a' contrari, continuo è il loro distruggersi e il succeder de'
nuovi in iscambio de' distrutti. Muoiono gli animali, gli uccelli, i pesci;
muoiono i fiori e l'erbe e gli arbori; muoiono in fino i sassi, ancorché i
sassi non vivano; non però mai muore la specie: ché altri vivi sottentrano in
luogo de' morti, e questo perpetuo fiume delle cose manchevoli (come tante
volte il chiama S. Agostino) sempre si vuota e sempre è pieno,
sumministrandogli di che riempirsi le fonti delle continue produzioni quanto
perdono nel non mai sazio mare della continua distruzione: e ciò non
ristorandosi la natura come la morta nave di Teseo, con sustituire alla perduta
una parte niente altro che simile, ma dando a ogni vivente virtù da rimaner
quasi egli medesimo nel suo seme, e così farsi immortale in quella più vicina
maniera che il può essere una cosa che muore. E questa, a chi ben n'esamina il
modo, è in verità una delle più considerabili maraviglie che abbia il mondo, e
in cui, più riluce il saper di Dio e l'arte della sua regolatissima providenza:
Te
Dominum Natura probat, servata caducis
partibus,
et iussam seriem datus ordo fatetur.
Tu
dociles numeros destinguens, pondera librans,
mensuras
varians, modulos motumque gubernans,
alternas
servire vices iugemque recursum
rerum
stare iubes; et mentis imagine plenum
edere nota tibi iam saecula volvere mundum.
I re del Messico nel coronarsi, presenti grandi
e popolo che a quella maggior di tutte le loro solennità convenivano, eran
costretti a giurare che continuerebbono il suo corso alla natura, né
consentirebbono a' cieli il mai fermarsi, né al Sole e alla Luna l'interrompere
o mutare gli antichi spazi della notte e del dì, de' mesi e dell'anno, né
l'ordinato succedersi delle stagioni. Farebbon soffiare i venti, cader le
piogge, correre i fiumi, e alla terra produr le biade, gli arbori, i metalli.
Così lor pareva che il Messico fosse il mondo, e che in farne uno re il
facessero Iddio. E appunto il maggiore, e come a dire il Giove de' loro Iddii,
era una statua gigantesca, tutta composta di semi d'alberi, d'erbe e di fiori,
impastati di sangue umano e tramischiativi de' minuzzoli di quante altre specie
di cose nascevano in quel fertilissimo loro paese, Filosofia e teologia da
barbari, non ha dubbio; ma nondimeno un non so che somigliante al vero, se non
più, almeno come i zoofiti s'avvicinano all'animale. Percioché intendevano che
a continuare il corso delle perpetue produzioni nella natura bisognava
possanza, autorità, avvedimento di principe, e supremo; e che il mondo, lor
principale iddio, era quale appunto S. Agostino disse: essere il mondo opera di
Dio, a quo sunt semina formarum, formae seminum, motus seminum atque
formarum; e di tutti essi il mondo è come impastato: non però tutti insieme
provengono alla rinfusa e fuor d'ordine, ma sol quanti e quando avutane licenza
da' cenni della Providenza governatrice dell'universo, acceptis
opportunitatibus prodeunt. Così dovendosi (com'egli va altrove filosofando)
provedere all'uomo manchevole di cose manchevoli, accioché loro soverchiamente
non s'affezioni; e nel loro distruggersi gli raccordino il suo morire, e nel
loro rifarsi il risuscitare dovutogli; al qual fine ordinò questa maravigliosa
intrecciatura o, come altrove la chiama, catena d'anella che l'un l'altro si
tirano: cioè le distruzioni i producimenti e i producimenti le distruzioni,
senza già mai sconcatenarsi o restare. Ma di ciò, in quanto egli è
ammaestramento morale, ragionerò alcuna cosa in miglior luogo. Questo è sol
dovuto all'ammirazione di che è sommamente degna la sapienza e l'arte del
ristorare che Iddio fa le rovine della natura, sì che, non restando mai dal
distruggersi, duri mai sempre intera. In pruova di che, vagliami il sol
raccordare quel gran maestro di guerra Sertorio, di cui avvisa l'Istorico
ch'egli per mala condotta de' suoi legati ebbe alcuna volta delle battaglie
infelici e vide il suo esercito rotto, fuggente, disfatto: Sed plus
admirationis corrigendo accepta damna, quam victoria adversarii duces, meruit.
Per mostrar dunque quanto in ciò sia da ammirar
l'arte di Dio, prenderò a considerare il piccol seme d'un albero: peroché i
semi son quello in che tutti i viventi trasfondono e quasi riproducon sé stessi
e in essi durano ancor poi che son mancati; e tacerò di quel che tocca al
propagare degli animali, per non avere a involgermi il capo e nascondere il
volto, come Socrate colà dove ragiona d'amore con Fedro. Come che nondimeno i
semi de' sol viventi sian troppo meno artificiosi che que' degli ancor
sensitivi, pur non è che non siano uno stupendo miracolo, se – come Galeno
disse che alia corpora mango, alia Hippocrates laudaturus est – truovino
occhi di tal perspicacità che veggano l'invisibile e discernano il bello che
tutto dentro occultano. Verissimo è il detto di S. Agostino, che tutte
indifferentemente le creature sono caratteri di scrittura et quemadmodum si
litteras pulchras alicubi inspiceremus, non nobis sufficeret laudare scriptoris
articulum, quomodo eas pariles, aequales decorasque fecit, nisi etiam legerimus
quid nobis per illas indicaverit; ita Dei opus qui tantum inspicit, delectatur
pulchritudine operis et admiratur artificem; qui autem intelligit, quasi legit.
Ma come è solito avvenire che i componimenti de' più sollevati ingegni siano
peggio scritti, per la velocità del pensiere focoso e per ciò impaziente ad
aspettar che la mano dia buona forma al carattere, così par che dove la
sapienza di Dio opera, per dirlo al modo nostro, con più ingegno, ivi il
material del carattere abbia meno del bello. E che bellezza ha un seme per cui
dilettarsene l'occhio? Per bellezza, l'occhio nol guarda. Ma il così mal
formato carattere ch'egli è, che maraviglie d'inarrivabile sapienza dà a
leggere, eziandio a chi solo un poco ne intende? Veggianlo.
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