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CAPO NONO
I cieli patria della mente felicemente esule
della terra.
Perché una statua, o sia d'intaglio o di getto,
meriti quella lode che si dà solo alle cose interamente perfette, è necessario
ch'ella sodisfaccia non nel solo suo incontro, ma da qualunque parte si miri
mostri attitudine conveniente a tal veduta. Per ciò i maestri, in farsi ad
esaminarne alcuna, la van prima cercando per tutto intorno col piè sospeso e
l'occhio in lei, correndone tutto il fusto in atto di misurarlo e intendere se
debitamente atteggia, se muove o posa com'è dicevole a quel lato. E si vedran
ripartiti intorno ad alcuna di quelle miracolose antiche, per le quali Roma è
la scuola mastra di tutto il mondo, quattro e sei intendenti dell'arte a
prenderla in disegno, chi diritto in faccia, chi dall'un de' fianchi, più o
meno obliquo, chi in profilo, chi per ischiena. Così una sola statua val per
molte figure, mentre a molti insieme, sotto qualunque veduta si consideri,
sodisfa. Poi se ne cercan le membra particolari a un per uno: e l'aria del
volto, e 'l sembiante proprio dell'affetto, e 'l giusto risentimento de'
muscoli, e l'apparir ne' suoi luoghi delle vene o de' nervi, e le piegature
naturali, e l'andar de' panni convenevole all'atto e ciò che altro è da
osservarsi. Or se il mondo e da' nostri e da' savi gentili, massimamente
platonici, ben si chiamò con nome di statua rappresentante in figura visibile
alcuna cosa dell'invisibile bello di Dio, il quale a così nobile idea la
disegnò e di sua man lavorolla perché veggendola s'intendesse dall'eccellenza
dell'opera la maestria dell'artefice, io fin qui ho fatto solo la prima parte,
di considerarla tutta in un corpo e ammirarne la disposizione incomparabilmente
bella per qualunque verso ella si miri; tal che, come Plutarco nel considerar
ch'egli faceva la vita e le gloriose azioni d'Alessandro il Grande confessa che
gli veniva da esclamare a ciascuna: "Philosophice!",
parendogli tutte tirate a riga e squadro secondo le regole del più savio
operare, così, nel vedere il mondo e intenderne l'ammirabile e il bello, non
può rimanersi dal dire a tutto: "Divinamente!". Siegue ora a
doversene considerar per diviso le membra, cio è le particolari nature, che ne
compongono il corpo: ma elle sono un mondo di cose, e a divisarle e descriverle
ne bisognerebbe un altro, di libri: ed io, oltre che circoscritto da brieve
spazio di tempo, quanto solo a svagare un po' l'animo si conviene, vo' darne
l'una metà al salire, come fo al presente, per la via delle sue opere a Dio,
l'altra allo scender da Dio a noi stessi: e dimostrato di lui quel ch'è
impossibile a negarsi da chi ha scintilla di natural discorso, trarne, come da
princìpi indubitati, regole pratiche al giudicar delle cose umane degnamente e
da uomo. Sceglierò dunque di tutto il gran numero delle creature visibili, che
tutte dan testimonianza e conoscimento di Dio, alcune pochissime: cioè delle
superiori quella che più dà negli occhi, il Sole, vedutane prima qui a parte la
reggia e la corte, cioè il cielo e le stelle che come re della natura il
coronano. Delle inferiori prenderò a bello studio tre delle infime,
singolarmente considerate da Tertulliano. Indi verremo dal grande al piccol
mondo che siam noi, de' quali, se non si può dir tutto, neanche in tutto si vuol
tacere.
E quanto al primo: anch'io confermo e
confacevole al merito giudico la sentenza che Filone pronunziò contro
Anassagora, Metrodoro, Democrito, Epicuro, Diogene, e cotali altri animali
vestiti da filosofo, i quali insegnarono le stelle, così mobili come fisse,
null'altro essere che gran macigni infocati e per ciò sfavillanti. Condannolli
dunque, come giumenti ch'erano nel discorso, a voltare non le sfere celesti,
per cui non aveano intelligenza, ma una pesante macine da mulino, fin che con
essa tanto si sottigliassero il cervello che imparassero a distinguere le
stelle dai sassi. Non così Platone, a cui elle parvero niente men che diamanti
e rubini e zaffiri e topazi e carbonchi: non rosi – dice egli – dalla salsezza,
o macchiati, come le nostre gioie, dalle brutture degli elementi, ma chiari,
limpidi, incorrotti quanto il cielo avanza la terra in mondezza e purità. E il
non porre egli, come anticamente s'usava, le Muse in cielo, a ciascuna sfera la
sua, ma in lor vece altrettante Sirene, fu con mistero avvertire che l'entrar
colasù col pensiero è una tanta soavità, per l'armonia de' moti e per la
varietà e vaghezza di que' bellissimi volti, che rende l'anima felicemente
addormentata, in quanto allora non ricordevole delle miserie della terra. Ed io
– sottentra qui a dire lo Stoico – dum oculi mei ab illo spectaculo, cuius
insatiabiles sunt, non abducantur, dum mihi lunam solemque intueri liceat, dum
ceteris inhaerere sideribus, dum ortus eorum, occasus intervallaque et causas
investigare vel ocius meandi vel tardius, spectare tot per noctem stellas
micantes et alias immobiles, alias non in magnum spatium exeuntes, sed intra
suum se circumagentes vestigium, etc. dum cum his sim, et caelestibus, qua
homini fas est, immiscear, dum animum ad cognitarum rerum conspectum tendentem
in sublimi semper habeam, quantum refert mea quid calcem? Così egli
scriveva dalle montagne di Corsica, dove l'imperador Claudio il relegò: né
sentiva punto l'esser esule dalla seconda sua patria Roma: anzi, a dir meglio,
parevagli esser esule da tutta la terra, mentre abitando coll'anima fra le
stelle si faceva da sé medesimo cittadino del cielo. E pure, avvegnaché la
filosofia in lui fosse, non che senza ali da sollevarsi a Dio, ma zoppa e ad
ogni pochi passi cadente nell'andar suo per le opere della natura e più che
mezzo cieca a conoscerne il bello, egli tanto si consolava passeggiando per li
cieli e rimirando le stelle e, come altrove anche più savio ne discorre,
calando di colasù gli occhi alla terra e convenendosi ben bene aguzzar lo
sguardo per discernere il quasi invisibil punto ch'ella da sì lontano appariva,
ne traea quel dispregio di lei e delle umane grandezze in che noi abbiamo un
infelice granello di rena. Quanto più nobili sentimenti cagionerà il non
fermarsi ne' cieli come in ultimo termine dove sol dilettarsi con uno sterile
specolare, ma salir da essi a Dio, e la maestà e la bellezza, e 'l moto e 'l
lume, e la velocità e la sottigliezza, e la perfetta figura e l'universale
beneficenza, e l'altissimo posto e la sterminata ampiezza, e 'l perpetuo sereno
e l'invariabile varietà e l'immortal loro natura adoperare, come Basilio
vescovo di Seleucia consiglia, in uso di scale per salir alto a conoscere le
corrispondenti a queste, ma in eminenza di grado infinitamente migliori,
perfezioni di Dio? E in verità, essendo certo che Deus, com'egli dice, cum
res creatas in morem scalee adaptaverit, per eas sui amantibus ascensum ad se
extruxit, oltre a ogni misura più che per questi bassi elementi s'avvicina
a lui, facendo così gran passi com'è salire dall'una sfera all'altra, dall'uno
all'altro pianeta, fino a quell'ultimo cielo stellato, o se altro ve n'è a lui
superiore, e d'un solo ugualissimo movimento. Gli astronomi babilonensi per
contemplar le stelle salivano sopra il famoso tempio del loro idolo Bel,
eccedente per la sublimità della mole l'aere vaporoso e impuro, onde più chiare
e meno svariate di luogo dalla refrazione dell'atmosfera le osservavano: così
noi Iddio da' cieli e dalle stelle, quanto lontane dal mischiamento, come corpi
semplicissimi per natura, tanto esenti dal corruttibile e dall'impuro e perciò
meno dissomiglianti a Dio. Ma delle mille che ve ne ha vedianne alcuna
particolar meraviglia; e prima la vastità.
L'imperadore Adriano pregiavasi d'architetto
troppo più di quel che stia bene in un principe; e sovente, posto da parte lo
scettro con che misurava il mondo, dava di mano alle norme e a' compassi, e
disegnava piante e alzate di fabriche sontuose e varie a capriccio: ed una, in
cui mirabilmente si compiaceva, ne mise in lavoro e la compi è. Ciò fu un
maestosissimo tempio a Venere. Ma, come egli nel farsi architetto non si
disfaceva imperadore, sdegnava di suggettarsi in nulla al giudicio de' maestri
dell'arte, onde gli avvenne di non accorgersi degli storpi che vi fe', tanto
più intolerabili a sofferire, quanto erano in materia più preziosa; e 'l
rimanente ben ordinato faceva e più chiara la spia e maggior la vergogna a'
disordini. Un notabilissimo fu l'angustia e la bassezza sproporzionata alle
grandi statue che vi collocò; per modo che Apollodoro, eccellente nella
medesima professione, gli poté dire ch'egli avea fabricato una carcere, non un
tempio a gl'Iddii, che non ne potrebbono uscire: e mal per essi, se mai si
rizzassero da sedere in piedi, ché levando il capo il percoterebbono alla
volta. Così egli a suo gran costo, perché fu la prima vittima che si offerisse
a quel tempio: fatto uccidere da Adriano sol perché avea detto il vero, e ciò
dimandato; appunto come, morto il giudice, non rimanesse immortale il tempio,
cioè visibile a tutto il mondo il corpo del delitto, che ancor tacendo accusava
il suo malfattore. Or come grandi sono quelle divine statue? – così chiamò
Platone i pianeti: deorum simulacra in amplissimo loco collocata. – Tal
ve ne ha ch'è cenquaranta volte maggior della terra; altre sono minori, tutte
grandissime; e non mica tutte immobili e affisse al medesimo luogo, anzi,come
siegue ivi Platone e gli occhi il veggono, choreas decentissimas faciunt,
qua e là vagabonde, e d'uno scendere e salire su e giù tanto alto e basso che
fin qua n'è sensibile la differenza del crescere e diminuire de' corpi, a
misurarne i diametri in ordine alla veduta. E v'ha egli con ciò mai pericolo
ch'elle dian del capo nella volta del cielo o si cozzino con le stelle?
Io qui non parlo con certi, tanto solo increduli
quanto ignoranti delle cose celesti, i quali, in sentendo definire a gli
astronomi i milioni delle miglia che, presso al vero, si contano di quagiù fino
al sommo di questa e di quella sfera e d'uno e d'un altro pianeta (per non dir
delle stelle fisse, massimamente secondo la scuola di Copernico), se ne ridon
per beffe: altrettanto che i barbari d'Occidente in vedere una carta
marinaresca di quattro palmi, descrittavi la terra, il mare e i trentadue
venti, e udirsi affermatamente dire che que' minutissimi gradi che sono ivi
attorno segnati dan le certe misure delle distanze fra qualunque sia
distantissimo luogo. Di cotali uomini non è da curarsi più che de' ciechi nati
ove sentenziano de' colori: onde io lievo gli occhi al cielo e, sentendomi dire
come Abramo da Dio: "Numera stellas si potes", disperatone per
la troppa gran moltitudine ch'elle sono, fermo lo sguardo in sol quelle un non
so che maggiori dell'altre, e mi raccordo provarsi ch'elle eccedono in grandezza
la terra delle volte fino ad ottanta o in quel torno; e pien d'una ragionevole
maraviglia dico a me stesso: che spazio e che lontananza converrà dir che sia
quella che un sì sterminato corpo impiccolisce all'occhio sì, che essendo egli
in mole un gran mondo di luce pur non mi sembra più che una a pena visibile
faccellina? E quante ne capirebbono in tutto il concavo di quel cielo, fitte sì
che non framezzasse spazio fra l'una e l'altra? Non è ella dunque, per
chiamarla così, una piccola immensità? Ma per noi grande sì, che non ce la
possiam distendere nella mente, ma solo raunarvela involta e rannicchiata e,
come in iscorcio, incomparabilmente più piccola di sé stessa: e il vedremo
ancor meglio qui appresso, dove metterem dietro alle stelle il pensiero in
corsa e a pruova di raggiungerne il moto. In tanto, a dimandar per giuoco come
fe' Iddio a formare e sospendere in aria una sì grandissima volta com'è il
cielo stellato, raccorderò il partito che il valente Brunelleschi architetto
propose a' Fiorentini, dovendosi far la cupola a S. Maria del Fiore, opera,
allora che non ve n'era esempio, avuta per sì malagevole a condurre che si
venne fino a propor da' periti di farne come l'anima dentro, levando una
montagna di terra, rimescolativi de' danari, perché di poi, voltatale su 'l
ritondato della cima la cupola, il popolo via ne portasse tutto insieme la
terra, e in essa il prezzo dovutogli per la fatica. Ma il Brunelleschi,
intramessosi, prese a fornir quell'opera, non da meccanico a forza di schiena e
di braccia, ma per giudicio ed arte; e percíoché gli Anziani, non potutisi
persuadere che un sol uomo sapesse quel che tutti insieme gli altri ignoravano,
il vollero obligare a prendere almeno un compagno del mestiere in aiuto; egli e
l'accettò e gli di è liberamente le prese: "O voi fate i ponti ed io la
catena da legare le otto facce e girar la volta; o voi questa ed io i
ponti". Ma come l'uno e l'altro richiedea quel giudicio e sapere che non
era fuor che nel Brunelleschi, tutta rimase a lui solo l'opera, che felicemente
condusse, e la gloria che tuttavia glie ne dura nell'opera immortale. Or per
giuoco dissi io di chiedere come Iddio armasse i ponti e le centine da gittarvi
sopra e sostenere quegl'immensi archivolti del cielo, mentre li fabricava, come
li concatenasse e commettessene le giunture: peroché più addietro ne vedemmo il
come, e che tra il lor cominciarsi ed esser finiti non frammezzò tempo, né a
far che fossero bisognò altro che comandarlo, e furono: dandoci, come disse il
B. Ennodio, mundi fabricam perpendiculo repentinae iussionis exactam.
Proseguiam nel medesimo stile (già che eziandio
valentissimi uomini han così usato nell'insegnare, e prima di Platone, che in
ciò fu eccellente, haec Socratis Musa fuit, disse Galeno, ut seria iocis
misceret) a dimandar, de' pianeti, come li sospese Iddio colasù in cielo:
non incassati e chiusi entro sfere di cristallo, comprese l'una entro l'altra
come gli scogli delle cipolle, secondo il filosofare all'antica che già non si
tiene alle indubitate osservazioni de' più savi moderni, ma pendenti e liberi
in aria: corpi smisuratissimi e movevoli, ma non pericolosi di piombar su la
terra, né possenti ad ergersi fino alle stelle. Havvi canapi e ruote e taglie e
cotali altri ingegni? Havvi, dice Vitruvio, quel che opera il somigliante a
questi. E d'onde altro abbiam noi imparata l'arte del sollevare i pesi e condur
salve le machine? Advertamus primum et aspiciamus continentem solas et
lunae, quinque etiam stellarum naturam, quae nisi machinata versarentur non
habuissemus in terra lucem nec fructuum maturitates. Cum ergo maiores haec ita
esse animadvertissent, e rerum natura sumpserunt exempla etc. Ed io credo
che si credesse averne trovato il segreto quel famoso architetto Dinocrate, se
per avventura udì raccordar que' filosofi che appresso Plutarco insegnarono il
Sole essere un pallone di ferro rovente. Fabricò egli dunque la volta del
tempio d'Arsinoo di gran pezzi di calamita, imaginando ch'ella ne terrebbe
sospesa in mezzo l'aria la statua di ferro, contrapesata sì che non potesse
tirarla fin su alto, né lasciarla in tutto cadere. Ma la morte gli ruppe il
disegno e l'assolvè dal debito della promessa forse non impossibile a riuscire.
Rimettianci ora sul vero.
Ha Iddio sospesi in mezzo il cielo i pianeti,
non dando loro né leggerezza da salire, né gravità per iscendere. Conciosia
che, essendo queste due qualità poste nella natura ad effetto sol di riordinar
lo scomposto rimettendo nel lor luogo inferiore le cose gravi e nel superior le
leggieri, e ciò per lo più brieve di tutti i movimenti, che è il diritto dal
centro e al centro, i corpi celesti, che il doveano aver perfettissimo, cioè a
dir circolare, non abbisognavano di qualità sol convenevoli al moto retto e
supponenti imperfezione e slogamento. Quindi appare quanto lungi anco dal
verisimile menasse l'adulazione Lucano, colà dove a Nerone, poi che sarà
divenuto, come Giulio Cesare, una stella, raccorda:
Aetheris immensi partem si presseris unam,
sentiet axis onus. Librati pondera mundi
orbe tene medio.
Ben più malagevole che del pendere in aria è
trovar la cagione del muoversi de' pianeti e del mai non uscirsene niun di loro
oltre a' termini della sua sfera. D'un muoversi poi tanto, non so se mel debba
dire misterioso o bizzarro, certamente intrigatissimo, ma nondimeno
regolatissimo, ch'ío per me lodo di savi gli Egiziani, che dipingevano il lor
Dio avente il cielo in vece di capo, come tuttavia si vede ne' geroglifici
delle guglie; peroché non è che d'una mente divina tanta varietà con tanto
bell'ordine, tanta libertà con sì stretta ubbidienza: consentire al rapimento
del mobile superiore, e non intramettere il proprio andare in contrario;
osservare in un medesimo giro centri e poli diversi, e con diversi circoli
comporre una figura non ancor ben trovata qual sia né se rispondente eziandio a
sé stessa con parti commensurabili o no, onde l'anno platonico sia impossibile
a mai compirsi. Poi quell'andar che i pianeti fanno or precipitosi or lenti, e
nel salire e scendere parer fermi e pur muoversi come sempre. Un così vario
andare fe' andare sì svariato il cervello a certi filosofi raccordati da
Lattanzio, che, non sapendo meglio, fecero i cieli un aringo e i pianeti
animali in continuo esercizio di correre senza mai allentare, come quelli che
non truovan la meta dove fermarsi. Quam solertiam– dice egli – divinae
potestatis in machinandis itineribus astrorum, quia philosophi non videbant,
animalia esse sidera putaverunt, tanquam pedibus et sponte, non divina ratione
procederent. Meno intolerabilmente, avvegnaché nel contrario estremo,
Platone e la sua scuola li credettero avere anima e mente se non divina certo
un non so che meglio che umana: peroché, dicono essi, il moto circolare che
tutto è dentro sé stesso, tal che da sé, movendosi, non si diparte, è proprio
della mente: come altresì il far sempre a un medesimo modo dov'è libero lo
svariare mostra operarsi con avvedimento. A noi, che ne insegna la naturale,
ammaestrata dalla divina filosofia?
Io mi rendo all'autorità de' più e in parte
ancora alla ragione: e dirò in che particolarmente, dopo avervi fatto udir
Filone che, in altro proposito ragionando, serve tutto in acconcio al mio. Un
cavallerizzo, dice egli, buon maestro nell'arte, sedutosi su un puledro già
addottrinato, a dir vero è portato dal puledro; ma nondimeno, vero è altresì
ch'egli porta lui, in quanto il fa essere dove e come vuole, e ubbidire alle
redini, alla verga, allo sprone, e parare e volgere, e ir di passo e di
gualoppo e a tutta carriera, quanto e come gli aggrada. Come altresì il
nocchiero porta la nave da cui egli è portato: ch'ella non va dovunque il
vento, che talvolta le dà per fianco, la spinge, ma dove egli, maneggiando per
arte il timone d'accordo con le vele, l'invia. Nec mirum videri debet –
dice Filone – ascendente enim equite, simul ars equestris ascendit, ut iam
duo periti insideant atque ita unum imperitum animal facile moderentur: e
l'applica mirabilmente bene alle animalesche passioni governate dalla ragione.
Or mirate i pianeti: né dico solo i sette nominatissimi, peroché altri ve ne ha
oltre ad essi, novamente scoperti. Tre se ne aggirano intorno a Saturno, e con
lui va del medesimo passo quella mirabil falda nel cui centro egli ha il suo;
ma ella non solamente si muove seco, ma, con un suo proprio quasi dondolare, si
alza e si abbassa. Or chi ne sa la cagione e gli effetti? Il cielo non ha cosa
o più mirabile o più segreta di questa. Quattro altri, vivacissimi come
diamanti, circondano Giove, e ancor essi, come que' di Saturno, a diametri ben
misurati, qual veloce e qual tardo, secondo la più o meno ampiezza de' circoli,
gli si volgono intorno. E qui osservate che la buona e la mala fortuna, anzi
l'ottima e la pessima, quella Giove questa Saturno hanno compagnia, l'uno al
giovare e l'altro al nuocere: ma il nocevole, quanto al numero de' compagni, è
minore; benché, a dir vero, que' soli tre di Saturno, quanto alla grandezza,
sian forse più del doppio maggiori di tutti insieme i quattro di Giove. Ma chi
può dire che non ve ne abbia degli altri, a noi fin ora incogniti, come
incogniti furono questi sette a tutti i secoli avanti il ritrovamento del
grande occhiale che ce ne ha fatto la spia? Oltre a ciò, il Sole perpetuamente
s'aggira in sé medesimo a guisa di turbine o paleo; e in un medesimo tempo i
poli dell'asse intorno a cui si volge per due opposti cerchielli regolatamente
s'obliquano. E di qui è l'osservatissimo andar seco de' fumi o vapori che da
lui, che è tutto fuoco, si lievano, e de' medesimi accesi e, di livide macchie
che manzi parevano, divenuti fiaccole luminose senza dilungarsi sensibilmente
dal sole che, rotando, seco le trae e con la medesima impressione dell'andar
suo le obliqua: e ce le dà a vedere moventisi or diritte nel mezzo, or quinci e
quindi in arco più o men piccolo e curvo. La quale apparenza, mostrandosi ancor
nelle fasce parallele che attraversano il corpo di Giove, pruova che ancor egli
come il sole s'aggiri e si obliqui. La Luna anch'essa ha un cotal suo proprio
barcollare, che solo Iddio che gliel diede ne sa la cagione e gli effetti.
Librasi e volta, a mostrarci una tanta parte di sé che poi, rifacendosi in
contrario, ci nasconde. Or tanti e così strani andamenti gli hanno i pianeti
per natural principio dell'esser loro? No, dicono: ma elle sono Intelligenze
assistenti, che loro, per dir così, stanno a cavaliere, e col freno in mano e
con gli sproni al fianco, per le vie che veggono nella mente a Dio disegnate, e
su alto e giù basso e verso l'un polo e l'altro li guidano: anzi, veramente li
portano, come nature insensibili e non aventi moto onde solo abbisognino d'arte
estrinseca per regolarlo. E così anco de' cieli. Conciosia che, essendo un
corpo sferico, quanto a sé, indifferente a volgersi da qualunque sia verso,
s'egli ha cardini e poli convien dire che gli abbia solo ab estrinseco.
E quanto a' pianeti, mancando essi di gravità e leggerezza, come dicemmo, il
salir alto e calar basso che fanno per i loro eccentrici ed epicicli necessario
è che per altrui sospignimento l'acquistino. Così essi.
Pur se in una scuola di tanti e così degnamente
rispettati maestri, quanti son quegli che a ministero d'Intelligenze
attribuiscono il muoversi de' pianeti e de' cieli, è lecito entrar dubbioso per
uscirne certificato, mi si para d'avanti l'acqua nel mare avente da Dio
precetto di non traboccar sopra i liti e inondar la terra: né altro le fa
bisogno per rattenersi, eziandio se fosse contro natura, fra' termini a lei già
prescritti. Infuria sovente l'acqua nel mare, e a guisa d'una schiava ubbriaca,
come dice il mirabile Pisida, si dibatte e mugghia e orribilmente scommuovesi e
tempesta, e contro alla terra con altissime onde s'avventa; e ingoierebbela, se
non che Iddio, poi ch'ella è giunta al lito, l'afferra ne' capegli, e tutta per
isdegno schiumosa e gridante la ributta in dietro. Così egli da poeta, e perciò
non in tutto sul vero: peroché non ha mestieri che Iddio ogni volta che il mare
infuria accorra al lito per risospignerlo accioché nol trapassi. Già fin dal
primo nascer del mondo egli n'ebbe il precetto, né potrebbe volendo, né
vorrebbe potendo, prevaricarlo. Così ne parlano concordemente i Padri sì greci
e sì latini, co' quali è da tenersi, anzi che co' filosofanti che il recano a
natura. Ma odan questi il teologo Nazianzeno, che della prigionia del mare
entro a' liti ragionando, Ecquid habent hic, dice, quod dicant
physici, vanaeque disciplinae periti, qui cum tantas res cogitatibus suis
complecti conantur, re vera cyatho mare metiuntur? e soggiunge: del non versare
il mare non esserne altra cagione che edictum quoddam, quod Deus aquae
superficiei circumdedit. Odano S. Ambrogio che, descrittolo tempestoso, del
non istendersi ad allagar la terra dà per ragione perché velut habenis
quibusdam caelestis imperii a praescripto sibi fine revocatur. E, oltre a
tanti altri, Basilio Seleuciese: che, in giungere egli alla spiaggia, vi legge
scritto nella rena quell'invisibile e indelebile Usque huc venies, et non
procedes amplius e, mutato il furore in riverenza, Domini vocem
litoribus inscriptam cum intuitum fuerit, curvatis fluctibus, termini positorem
adorat.
Or se così è del mare – e, perché il sia,
d'altro estrinseco provedimento non abbisogna, diventando, come ben discorre S.
Ambrogio nel suo Esamerone, la volontà di Dio proprietà delle cose, le quali
per natura non sono altro che quel ch'egli vuole che siano – ove pur sia vero
(ma chi ci pruova esser di fatto quel che non è impossibile ad essere e par che
sia?) che i cieli e le stelle non abbiano per natura il così volgersi come
fanno, se Iddio, creando quegli il primo dì e formando queste il quarto, ordinava
loro con un suo cenno che circuisser la terra, e per le tali vie e così
diversamente girandosi come fanno, avrebbevi necessità d'Intelligenze
regolatrici o moventi, per temersene disubbidienza o errore? Quel divin
Trismegisto, il quale (d'onde che si prendesse l'ali all'ingegno) pare a me che
nelle più sublimi cose della natura e di Dio volasse oltre a quant'alto
salirono tutti insieme gli altri filosofi, non trovò machina a cui si
raccomandassero i cieli ad averne quella estrinseca impressione per cui, senza
già mai restare, s'aggirano, se non solo il così volere Iddio. Mens opifex,
dice egli, una cum verbo, circulos continens, et celeri rapicitate
convertens, suam ad se machinam flexit, eamque volvi a principio sine
principio, ad finem absque fine, praecepit: incipit enim illinc semper ubi
desinit. E di qui ancora rimane determinato nel così aver voluto Iddio (e
'l volerlo basta a far che sia) l'andar de' cieli, quanto a sé (dicono)
indeterminati a ricevere il levante dove ora hanno il ponente, e così volgersi
tutto in contrario di quel che fanno: come altresì l'avere i poli dove ora son
fissi e non altrove; al che niente meno indifferenti si credono da quegli che
del mondo discorrono come d'un fascio di nature sfasciato, in quanto ne
disciolgono e spartono il più e il meglio, che sono i cieli, a' quali non danno
intrinseca facoltà, e perciò neanche unione ed ordine naturale onde concorrano
a comporre e far questo universo un tutto concatenato e cospirante a un fine
nelle operazioni d'ogni sua parte. Peroché, mirisi qual si rimane il mondo,
togliendo a' cieli il muoversi per natura: e così andiamo un passo più avanti.
E' si rimane appunto come un cadavero, di bel corpo sì, ma privo di spirito e
per ciò non abile né possente a operar nulla: essendo tutto il muoversi delle
produzioni nella parte elementare cagionato dal muoversi della celeste: tal
che, come la vita a un corpo, così è il moto alla natura. Quanto poi al
dimandare, che certi fanno, qual dunque sarà il bene per cui conseguire i cieli
e le stelle s'aggirano, se per natura s'aggirano: conciosia che ogni moto si
ordini dalla natura a pro del mobile il quale va a cercar dove termina e quieta
quel bene che non ha quivi onde si parte, trattone il muoversi violento per
cagione del vacuo, il cui ben privato ragion vuole che ceda al publico
dell'Universo. Ma il giungere a verun bene non è possibile ove il moto è
circolare, conciosia che egli è senza termine ed infinito: adunque i cieli non
si volgono per natura, la quale non dà istinto a cercare un bene impossibile a
mai trovarsi, e per conseguente a muoversi senza in eterno quietare. Ma se
altra remora che questa appresso alcuni insuperabil ragione non avessero i
cieli, proseguirebbono, come pur fanno, a vele piene il lor corso: percioché
primieramente, s'egli non han principio al muoversi che lor sia intrinseco per
natura, l'avran dunque ab estrinseco da un movente: il quale, trovata
lor debita la quiete, che è lo stato naturale degli esseri a cui nulla manca,
terragli in una perpetua violenza, girandoli eternamente senza niun lor
beneficio: e riuscirà vero d'essi quel che il Filosofo disse dell'anima che si
fingessero avere moventili contra il loro istinto: necesse est Ixionis
cuiusdam fatum sempiternum atque indomitum ipsam detinere: il che riesce
violentissimo a persuadere, d'un'opera lavorata da Dio in tutta perfezion di
natura. Che se diranno i cieli non muoversi indarno percioché il lor muoversi
avviva il mondo sì fattamente che, se pure un sol momento posassero, la natura,
come smarrito lo spirito, tramortirebbe: adunque, ripiglierò io, i cieli non
corron dietro a un bene che già mai non raggiungano; e, dirò ancora, un bene
che sia tutto d'altrui tal che non sia ugualmente lor proprio, dando il ben
essere a un tutto di cui anch'essi son parte. E poi, qual maggior nobiltà e
pregio d'un agente che il perfezionare altrui, senza egli in nulla crescere o
nulla, come a lui bisognevole, acquistare? E questa è la differenza fra il moto
circolare e 'l retto (per dire ora solo de' semplici): che il retto non è mai senza
bisogno, e per ciò supponente imperfezione nel mobile; il qual bisogno,
toltogli al giunger che fa al suo termine, egli finisce di muoversi e posa:
dove il circolare, e per ciò anche divino, come il chiama Aristotele e prima di
lui Platone, non cerca, movendosi, nulla che manchi al mobile, peroché
movendosi in sé stesso cercherebbe in sé stesso il suo bene, il quale se già è
in lui, a che muoversi per cercarlo? Ma ben suo è il bene altrui; e quanto a'
cieli, è lor debito per natura il procurarlo, peroché anch'essi sono a parte
d'un tutto, il quale, come abbiam detto, non è un accidentale aggregamento di
nature non concatenate, sì che l'una sia indipendente dall'altra e tutte con
inviolabil concordia non cospirino ad operare ordinatamente in risguardo a un
medesimo fine. Per tanto odasi il Filosofo, a cui non era bisogno d'infonder
l'anima a' cieli, come non possenti a muoversi per natura altrimenti che
s'erano animali: bastando a ciò o l'intrinseca natural facoltà non possibile a
provarsi impossibile, o l'estrinseca ordinazione di Dio. Eorum– dice
egli – unumquodque, si quorum est opus, est gratia operis. Dei autem
operatio immortalitas est: hoc autem est vita sempiterna: itaque necesse est
motum sempiternum Deo inesse. Quoniam autem caelum tale est (corpus enim
quoddam divinum est) ob hoc habet circulare corpus, quod Natura circulariter
movetur semper. E nel testo seguente ne specifica la ragione: Non enim
esset sempiternus motus: nam nihil praeter naturam sempiternum est. Tanto
m'è sovvenuto a dirne: e nulla sia, se in nulla si pregiudica al vero.
Rimarrebbe per fine a dir delle stelle fisse. E che? Il numero. Contile se v'è
chi il possa, tanto sol che cominci da quella che chiamano volgarmente Via
lattea, e non è, come volle il Filosofo, apparenza sottolunare; molto meno,
come i poeti, la strada una volta trita dal Sole e dall'eccessivo fuoco di quel
pianeta riarsa, incenerata e perciò bianchiccia: ma come oggidì può vedersi, e
certi l'indovinarono appresso Manilio,
densa stellarum turba corona
contexit flammas, et crasso lumine candet,
et fulgore nitet collato clarior orbis.
Che? Lo scintillar che fanno e 'l tingersi di sì
vari e bei colori: altre focose, che sembrano adirate, e son marziali; altre
tutto placide e serene; certe malinconiose; certe altre brillanti, come per
giubilo. Ben che veramente tutte, come disse il Profeta, fin da che furon
create, Luxerunt ei cum iucunditate qui fecit illas. Onde ciò sia, chi
mel sa dire altramente che dubitando? Passion dell'occhio, come affaticato
nell'eccessiva distanza, o tremor dell'aria sempre ondeggiante, ivi
massimamente ove più carica di vapori: questa, appena v'ha chi creda esserne
adeguata cagione. Che dunque? Un parosismo di que' corpi ab intrinseco
alterati? Un gittar che da sé facciano fiamme, e in sé gittate ricoglierle? O
son lavorate a più angoli e facce, e girandosi in loro stesse fanno inanzi al
Sole quel che le gemme al muoverle inanzi al lume? Dimostrerei che no: ma
quanto è più facile gittare a terra le altrui opinioni, che stabilir le sue! Che
finalmente? L'inarrivabile velocità. Suppostane la distanza al lume che ce ne
dà la quasi insensibile parafassi di Saturno, una stella nel massimo cerchio,
in quanto noi caminiamo un miglio (che sia un quarto d'ora) al mio conto,
trapassa settecentodieci milioni settecensettantottomila e dugencinquanta
miglia romane antiche. I poli non che piccoli, ma invisibili, la sfera
ugualissimamente librata e la smisurata ampiezza del circolo, tre condizioni
richieste da Platone alla velocità del muoversi una sfera, tutte nel cielo
stellato concorrono.
E tanto basti aver detto de' cieli e delle
stelle: tutto in grazia del Sole, di cui sono reggia e corte in mezzo alla
quale egli, monarca del mondo e come anima della natura, siede e l'avviva e
governa, come qui appresso dimostreremo.
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