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CAPO DECIMOQUINTO
Il magisterio e 'l ministerio delle mani manuali
della mente ingegnera.
Se mai v'ebbe opera di scarpello in marmo che
per la finezza dell'arte e per la invenzion dell'artefice meritasse di vivere
immortale, elle furon due statue di Policleto, delle quali ora il mondo altro
non ha che la memoria lasciatagliene da Eliano; e forse elle tuttavia durano,
Iddio sa dove, sotterra, perché all'esser tesori non manchi loro ancor l'essere
sepellite. Pur, che che ne sia, lavorolle quel valent'uomo al medesimo tempo, e
rappresentanti amendue un non so qual medesimo personaggio, vero è che con
insegnamenti di magistero non che diversi ma in estremo contrari: cioè, l'una
in segreto, regolatissima, e tutta come vuol l'arte del buon disegno ricerca e
studiata: e dovette essere quella sì celebre fra gli antichi che meritò il
sopranome di Canone, perché da lei, come da idea esemplare, si copiavano da'
maestri le misurate proporzioni di tutto il corpo umano e la ben intesa
rispondenza d'ogni suo membro particolare. L'altra, all'opposto, lavorolla in
publico, ubbidendo in tutto al piacimento e a' dettati del popolo; e ciò per
torselo una volta di dosso, come già divenutogli insopportabilmente grave per
lo sempre farsi a giudicar delle sue opere e dirgliene mille spropositi in
ammenda: come gli sciocchi fossero nati maestri del suo mestiere, ed egli, dopo
la scuola e lo studio di tanti anni, fosse il discepolo da ammaestrare.
Condottele a finimento, le pose amendue di riscontro a pruova l'una in faccia
all'altra: nel qual confronto elle più non parevano statue morte e insensate,
ma vive vive, mirantisi, come sentissero di sé stesse, con espressione
d'affetto ben confacevole al merito di ciascuna: cio è, la dirittamente formata
a disegno di Policleto, in sembiante di ridersi delle sconce e inemendabili
deformità della scontrafatta del popolo, e questa in atto d'ammirar quella e di
sé medesima vergognarsi; e parea dire: potesse, così volentieri si tornerebbe
alla rozzezza di quell'informe sasso ch'ella era prima di lavorarsi; anzi, più
tosto scoppiare in mille pezzi, e lapiderebbe il popolo circostante, per la cui
ignoranza ella era un mostro, con cento volte più storpiature che membra. Ma
quanto al popolo, egli in solo ve derla ebbe in faccia quanto potea capirvi di
confusione, parendogli in essa vedere un ritratto al naturale di sé stesso, con
eterno suo rimprovero; e nulla meno d'ogni altro che pazzamente si mette a
voler fare del savio dove non sa, chiamando al sindicato le opere de' maestri e
giudicandole, egli senza giudicio, degne d'una tale ammenda, che, in eseguirsi,
di miracoli ch'erano, diventerebbono mostri. Or a che pro della mano io mi
abbia preso a rammemorar questo fatto, tosto apparirà da quel che intanto ne
traggo: ed è che miseri noi, se la natura nel disegnare e dar forma a questa
viva e impareggiabile statua de' nostri corpi avesse, per iscienza
antiveggente, atteso a' forsennati giudìci che di poi ne han fatto in
condannazione ed ammenda, dico eziandio di quegli che si pregiavan di savi: ed
è lor paruto l'uomo essere la peggio intesa opera che sia al mondo, lavorato
dalla natura o negligente per istrapazzo o malevola per dispetto. E vo' che ne
udiate ragionar per tutti un solo, già ch'egli solo si credette intenderne più
di tutti, ed è quel Plinio che in un volume, come Archimede in un globo, compendiò
tutto il mondo, dando, com'egli stesso professa, omnibus naturam et naturae
suae omnia. Io non so se a voi altresì, come a me, sia avvenuto di vedere
alcun infelice legno in alto mare, a mezzo una delle più buie e fredde notti
del verno, da una furiosa tempesta combattuto e vinto, dopo lungo correr
perduto su e giù per mari altissimi, alla fine incontro a terra sospinto
abbattersi a uno scoglio, in una sì cieca fortuna non prima veduto che
incontrato, percuotervi, sfracellarsi, andar sotto; e de' naufraghi alcun
fortunato appresosi a una tavola, e tra per arte notando e per ventura portato
dall'onde al lito, mal vivo, ma pur vivo, afferrarvi. Quivi ignudo nato,
tremante e perduto dal freddo, forestiero in istrania terra, con null'altro
seco che la pesta e mezzo infranta sua vita, aver mestieri, per non finir di
morire, di mettersi in accatto di pane da sustentarsi, d'alcun cencio onde
coprirsi, di fuoco per isgelare, d'un misero abituro da ripararvisi: e quanto
peggio al male, s'egli al tutto spossato non abbia forze da muoversi altro che
per le altrui mani e su le altrui braccia, né lingua da far intendere le sue
miserie per consolarsene, le sue necessità per dimandarne ristoro. E chi mai si
farebbe a credere, né pure udendol contare delle più bestiali non che sol
barbare nazioni del nuovo mondo, che questo fosse lo stile colà praticato di
mandare un nuovo re a prendere il possesso della terra dove ha da
signoreggiare; e ciò per legge fattane dalla sua medesima madre che il generò
alle corone e a gl'imperi.
Or tale appunto sembra a costui il metterci che
la natura fa alla padronanza del mondo quel primo dì che nascendo v'entriamo: ut
non sit satis aestimare, dice egli, parens melior homini, an tristior
noverca fuerit. Conciosia che, a contrapesarne gli effetti, parvi egli amor
di madre e non anzi odio di matrigna, partorito un figliuolo, metterlo, senza
difesa, come il Saracino a' colpi de' giostratori, che son le infinite miserie
che tutte con la lancia bassa l'aspettano e appena comparito l'investono? Questo
è nascer re all'imperio, o reo al supplizio? Reo di quest'unica colpa, d'esser
nato: come avessimo la vita per furto, e non in dono. Ben il mostran le grida
che sole sappiam formare senza maestro: mutoli al rimanente, eloquenti solo al
dolore. Il mostran le lagrime che ci nascono insieme con gli occhi, testimonie
del nascere insieme con noi le miserie: anzi, che il nascer medesimo è miseria
da piangere ancor prima d'intenderla. Non così il riso, che, come cosa a noi
pellegrína e venutaci di lontano, tardi ci arriva, e in apparire sfolgora come
un baleno. Mirinsi gli animali, se a così dura legge del nascere d'ogni lor
necessario bene sproveduti soggiacciono. In che scuola, e per cui magistero
disciplinati, apprendono ad esser medici alle lor cure, artefici a' lor lavori,
peritissimi al nuoto, al volo, al corso, al salto: guerrieri, cacciatori,
architetti, ingegneri, musici, tessitori, geometri, astrolaghi e, al lor
bisogno, filosofi? Procacciansi il vestire? Se di lor medesimi nasce e lor
cresce in dosso alla giusta misura de' corpi a chi dure croste e nicchi e
scogli sassosi, a chi scaglie e squame con ammirabil tessitura commesse, a chi
morbide piume e penne, ancor, per più decoro, maestrevolmente miniate, a chi
velli dilicatissimi e folte lane, a chi duri peli e setole e spine, a chi
grosse cuoia, tutto insieme abito e armadura. Soli noi, che soli abbiam senso
di vergogna, nasciamo ignudi: e, di corpo più dilicatamente temperato, più
esposti agli stemperamenti delle stagioni; quanto meno armati neanche sol per
difesa, o almanco velocissimi alla fuga e da un elemento sicuri di trovare
scampo nell'altro, quanto meno sperti e di scienze e d'arti, cui tutta la vita
non ci basta ad apprendere; sol d'ingegno tanto più infelicemente quanto più
degli animali felicemente proveduti, per meglio conoscere le nostre sciagure e
attristarcene, antivedere i pericoli e inorridirne, saper certa la morte e,
aspettandola, sentirne le ferite prima d'averne i colpi. Così egli in obbrobrio
della natura; la quale veramente in lui, formandolo, non errò se non nel fargli
il cuore: ché allora a troppo grandi affari intesa, senza ella avvedersene, con
un grazioso scambio di mano gli mise in petto peponem cordis loco; che è
quel che Tertulliano disse di Marcione, poco anch'egli dissomigliante a Plinio
nello scioccamente discorrere della natura. Ma se saviamente fanno i prìncipi,
come diceva un di loro, a non s'inimicare gl'istorici nelle cui mani sta il
dare la morte o l'immortalità alla fama, ch'è la seconda e sola durevole vita
de' grandi, sia contentato Plinio, il quale era uomo di professione istorico; e
concedutogli ciò che gli par giustamente doverglisi, di calunniatore diventi
panegirista della natura. In tanto, si porti qua fin da Atene e tutto si
ripulisca e netti lo specchio della prudenza: dico quello che il filosofo da me
altrove rammemorato tenea nella sua scuola, riposto a tal uso che, in sentire
alcuno degli sbarbati suoi giovani uditori mettersi a disputare, molto più se a
diffinire altissime quistioni delle quali nulla per anco sapevano, egli, fattol
subitamente trar fuori e nettatolo con diligenza, gliel presentava finanzi,
dicendogli tutto insieme all'orecchio: "Mirate colà entro quel giovane:
voi vedete che ancor non gli spunta un pel di barba al mento, e al sentenziar
che ne fa egli già si crede aver compreso quello che, quando per l'età e per lo
studio avrà canuta la mente, confesserà di non sapere. Così ora, giovane e
sciocco, non sa tacerne; allora, vecchio e savio, non saprà favellarne: ché
della filosofia non è men dotto il silenzio e lo stupore, che la facondia e 'l
discorso: e il pazzo in nulla rassomiglia un savio fuor che in tacer di quello
di che non può altro che scioccamente parlare". Così detto, il maestro
riponeva lo specchio e, con esso, il discepolo la baldanza.
Tragga ora qua inanzi Plinio co' suoi lamenti, e
fattogli in prima concedere, quel che non può giustamente negare, che se i
pregi da animale son pregi da uomo, dunque tutti insieme si debbono all'uomo,
che solo di tutti insieme gli animali è più degno. Incominciamo dal capo ad
arricchirnelo: e diangli in prima una fronte di montone, ferrata; ché non è di
ragione che un insensato animale, manchevole di cervello, abbia un capo di
bronzo e possa anche per giuoco cozzarsi con le saldissime pietre e non
patirne, e all'uomo, in cui van del pari l'esser uomo e l'aver cervello, per
ogni lieve percossa, se non s'infrange, pericoli. Così ben rassodata, gli si
armi la fronte di corna: e perché, alle tante maniere che ve ne ha e per
adornarsene e per battagliare, egli non potrà far luogo a tutte, gli si dian le
prese, ad eleggere quelle che più gli siano in grado: o le voglia alte e
ramose, o d'un sol fusto, corte e ben appuntate, o erte o chine, riversategli
su le spalle, o serpeggianti, o attorcigliate intorno alle tempia, o noderute,
o lisce: ché d'ogni tal foggia ve ne ha, e di tutte gli animali son più
dell'uomo terribili al comparire e forti al combattere. E se un ne volesse
uscentegli di mezzo alla fronte, lungo, acutissimo, e come una lancia sempre in
resta diritto, sì gli si pianti, e non abbia che invidiare al liocorno: né al
rinoceronte, ove un tal altro ne voglia che gli spunti d'in su 'l filo del
naso. Or gli si appicchi alle tempia un paio d'orecchi, del più sottile udito
che sia, e movevoli a volgersi e prendere il suono da ogni ancor lontanissima
parte: sian di lepre o di cervo, avvegnaché meglio stessero d'alcun altro
quadrupede più orecchiuto. Poi gli si traggano gli occhi, peroché fra gli
animali ve ne ha di troppo miglior veduta, e in lor vece, incassiangliene un
paio di lince, penetranti con lo sguardo fin dentro terra; o, s'egli è più vago
delle cose celesti, sian d'aquila, ben ritondi e focosi, e stiano a pruova sì,
che incontro al sole non battano. II muso, perché non gli manchi un sottilissimo
odorato, gli si vuole allungare, come a' segugi e a' bracchi; e, come a'
cignali, armar le mascelle di due forti sanne taglienti e adunche. In tanto,
mentre gli si lavorano le lunghe e sottili gambe di levriero agilissime al
corso, e le branche unghiute o gli artigli alle mani e, per vestirlo, le giubbe
de' lioni o 'l duro cuoio degli elefanti o la pelle degli orsi o delle capre
foltamente lanuta (se pur non amasse meglio vestirsi delle cortecce de' suveri
o delle querce), gli si presenti lo specchio della prudenza, che
apparecchiammo, e in esso si raffiguri. S'egli ha spirito d'uomo, spiriterà a
vedersi fatto sì mostruoso col bello degli animali. Che se quella bellissima
Io, trasformata in giovenca, specchiandosi in una fonte
nova ut conspexit en unda
cornua, pertimuit seseque exterrita fugit,
che dovrà egli, con tanto della bestia in capo
quanto ne avea nel cervello quando bestemmiò la natura tutta provida con gli
animali, tutta spensierata dell'uomo? Or mentre egli si mira, facciamo
rinsavire e tornare uomo, dicendogli all'orecchio che i pregi da animale, per
questo medesimo che sono da animale non sono da uomo; e savio consiglio fu il
non darceli, a fin che non ci credessimo esser non altro che animali. Aver noi
quel di che essi mancano, e per cui non ci fa mestieri aver nulla di quel
ch'essi hanno; e per cui ciò che hanno e sono l'han per nostro utile, il sono
per nostro servigio. S'egli si fosse trovato in ispirito presente alla natura,
che ingiuriosamente chiamò matrigna e non madre, quando ella, secondo lui,
formava i corpi alle bestie e all'uomo, l'avrebbe forse veduta far quello che
il famoso sonatore Ismenia Tebano, il quale mai non dava lezione a' suoi
discepoli che, fatta loro udire la sonata che doveano apprendere, non dicesse:
"Così de' farsi e non così", soggiungendone incontanente un'altra
simile, ma rea e usata da gl'ignoranti. Tale ancor la natura. Questa fronte
(dovea dire dell'uomo) ignuda, spiegata, capevole di tante significazioni
dell'animo; questi occhi, che hanno a parlar con lo sguardo ciò che lor detterà
il cuore; questa bocca interprete della mente, mantenitrice dello scambievol
commercio, per cui la sapienza delle naturali e delle divine cose maestra de'
farsi intendere; queste fattezze di volto, al pari amabili che maestose ed
atte, cambiandosi in più sembianti, a mettere in visibile apparenza tutti gli
affetti dell'animo; questa dirittura di corpo a un contemplatore de' cieli, a
un principe dell'universo; questa rispondenza di membra a un che intende
proporzione e armonia di parti e può ammirarne l'artificio e goderne il bello;
questa attitudine a ogni convenevol maniera di maneggiarsi per qualunque opera
gli abbisogni; in fine, questo corpo disarmato, e per ciò innocente, a un nato
per vivere tutto dimestico in adunanza e in pace bene sta; e non in quest'altro
modo, ispido, peloso, lanuto, o incrostato di squame, vestito di penne, involto
in ruvide cuoia, con grifo e muso e lunghi denti alle mascelle, e corna e
branche e unghioni; abbianlo (e lor bene sta) gli altri animali: gittati
boccone in su quattro piedi, come sol nati a' lor ventri e non più alti dalla
terra coll'anima di quel che ne sian col corpo; senza intendimento da
provedersi per loro medesimi, e per ciò dovean nascere proveduti: ma proveduti
come si conveniva a solitari, a feroci, a violenti, a predatori, a ingordi, a
servili e timidi e fuggiaschi e stupidi e, finalmente, a bestie.
Succedano ora a uno storico pazzo due filosofi
savi: a Plinio, Aristotele e Galeno; amendue questi, che delle membra e parti
tutte del corpo e de' ministeri di ciascuna trattarono sì altamente, ch'elle
son fra le più eccellenti opere de' loro ingegni, fattisi in mezzo al sempre
loquace popolo degl'ignoranti mormoratori della natura, cui fanno o troppo
scarsa o poco avveduta nella formazione dell'uomo; e, tratti fuori i dottissimi
libri che ne composero in difesa, par che dicano quel che altrove mirando il Satirico:
Fert animus calidae fecisse silentia turbae,
maiestate manus.
Ei namque, soggiunge Galeno, qui naturae opera
vere examinat, vel manus sola ante anatomen visa, sufficiet. Ma da più alto
ripigliando Aristotele, discorre, dice, da animale, chi in obbrobrio della
natura discorre degli uomini come altro non fossero che animali. Questi,
limitati a quel solo e invariabile che dal ventre materno si portan seco, ed è
tutto il lor patrimonio onde hanno da procacciarsi da vivere, non possenti né a
crescerlo né a cambiarlo, mancano delle mani per nulla in ciò adoperare: non
così l'uomo, a cui il sustentamento, l'armi, l'abito, e di somiglianti cose un
mondo, sempre il medesimo non si conveniva, e tutto gliel dà e gliel varia,
secondo le opportunità e i bisogni, la mano, per lo cui operare nulla gli manca
del buono che han gli animali, traendone a suo pro l'utile per ministero
dell'arte, senza la deformità e lo scommodo che glie ne seguirebbe, avendolo
inseparabile per natura. Così godiam delle sete, delle lane, delle pelli,
ignude e vellute e squamose e pennute, come ci è in grado volerle; e abbiamo in
dosso e in mano quante armadure a difenderci, quante armi ad offendere sì da
presso e sì da lungi han tutti insieme, di qualunque sian genere, gli animali;
ma possiam diporle e ripigliarle: e tornar, di terribili, amabili, e pacifichi
di guerrieri; ciò che gli animali non possono, per natura determinati a sempre
esser chi timido e chi feroce. Per ciò, né questi mai si disarmano delle lor
corna e unghioni e artigli e zanne, o de' grossi cuoi scagliosi e crostuti si
spogliano, né quegli mai dipongono il timore, e le grandi e movevoli orecchie
sempre tese in ascolta, né le lunghe e sottili o disuguali gambe, dovendo star
continuo in atto di gittarsi al corso e campar da' pericoli con la fuga. E poi,
a che fare delle mani a gli animali, che non han senno da usarle, come quegli
che non per ingegno d'arte, ma per istinto di natura procedono? Elle
abbisognano d'intendimento, e l'intendimento ha mestieri d'esse, come l'arte
degli strumenti, e questi altrettanto dell'arte. Ordina dunque la mente come
inventrice, la mano come fabbra eseguisce; quella dà l'idea in disegno, questa
ne mette il lavoro in opera; l'una inutile senza l'altra, si prestano l'una
all'altra ciascuna la sua metà: che sono, della mente il magistero, della mano
il ministero. E non è, come falso credette Anassagora, prudentissimo l'uomo
percioché ha la mano; anzi, egli ha la mano perch'è prudentissimo:
convenendosi, per lo giustamente richiesto al buon ordine, non dar la musica a
chi ha la cetera, ma la cetera a chi è musico. Quindi eccovi in pregio della
mano l'esser ella strumento moventesi con intelligenza: non mortamente, per
virtù in lei ab estrinseco impressa, ma come parte viva dell'operante,
perita nel suo sapere, nella sua arte artefice, nel suo ingegno ingegnosa: con
che Iddio ci ha dato un sì veridico testimonio della sua savissima providenza
che, come appresso dimostreremo, non è manco sua lode l'artificio della mano,
che della mano i suoi medesimi artifici.
E in prima, eccovi particolarmente in lei quel
che da' savi tanto a ragione s'ammira in ogni altra opera del divin maestro:
l'utile accordato col bello; onde Lattanzio, ragionando di lei: Difficile
est, dice, expedire utrumne species an utilitas maior sit. Studiatela, con
qualunque v'abbiate o nuove misure di proporzione o nuove idee di bellezza:
nulla potrete aggiungere alle mani, nulla torne o diversamente ordinare, che in
quanto belle non le guastiate alla grazia, in quanto utili non le storpiate al
lavoro. Veggianlo. Parrebbonvi elle per avventura star meglio con le dita non
divise e movevoli l'uno separatamente dall'altro? Congiungansi, e tutte insieme
unite le sopravesta e inguaini una pelle continuata. Disorrevole apparenza
ch'elle avranno! Ma sia nulla di ciò: provatele all'operare. De' cento effetti
ne troverete perduti i novanta: più non vagliono a nulla per cui si richiegga
varietà di moto, sottigliezza d'arte, leggiadria e forza, spirito e robustezza.
Di cinque svelti e snelli artefici ch'erano, se n'è fatto un solo, quanto
maggiore tanto più materiale e disadatto. Quanti lavori di maraviglia non si
conducon bene altramente che col ministero di due o tre sole dita in punta
dilicatamente operanti? E ciò raccolte in uno, il che non divise ma pari, l'uno
a lato dell'altro, mai non potrebbono. Poi, dove sarebbe quel più o men
distendersi e raccorciarsi, che appena v'è opera di servigio o fattura d'arte
che non l'abbisogni in cento guise diverso? Tal che con questo solo unir delle
dita perderemmo il più e il meglio di quanto indarno disegnerebbe l'ingegno e
la necessità vorrebbe, non potendolo eseguire la mano. Ma disgiunte le dita,
quanto s'allargano! Quanto si fa maggior di sé stessa la mano! In quante mani,
per così dire, una stessa si varia e trasforma! Or tutta piena operando, or
solo in parte, ferme alcune dita e moventisi l'altre: senza quelle impedir
queste, mentre o se ne spiccano o lievan alto o s'aggroppano in pugno. Così
ella brandisce un'asta e maneggia un sottil capello; zappa e ricama, batte
l'ancudine co' martelli e con una dilicatissima lima forma gli appena visibili
denticelli alle ruote degli oriuoli; remiga e trae per mezzo il mare in corso
un gran corpo di legno, e suona un arpicordo, un liuto, con un sì presto
correre su per li tasti dell'uno e le corde dell'altro, che non è men vago a
vedere il ballo delle dita che soave a sentire il suono dello strumento. Ove
poi bisogni alla mano prendere un granel di miglio, o al contrario afferrare un
che che sia di gran mole, ella all'uno e all'altro è destrissima: conciosia che
né per le menome cose le nuoce l'esser grande, né per le grandissime piccola;
ché a quelle s'adatta, impiccolendosi anch'essa e quasi tutta ricogliendosi
nella punta di due sole dita, e s'ingrandisce a queste, gittando da sé tante
braccia quante dita largo distende, e con esse a ciò che vuole fortemente
s'avvinchia e strettolo il sostiene e l'adopera. Che se alla troppa gran mole o
al peso incomportabile una sola mano non basta, la compagna le accorre in aiuto
e, come acutamente vide Galeno, due mani, nella virtù, diventano come fossero
una sola, ma grande quanto è lo spazio fra mezzo l'una e l'altra; peroché in
tutto esso la forza d'amendue, con una scambievole communicazione, s'unisce e
continua. Quanto fin ora ho detto il comprese da maestro in brieve circuito di
parole il Filosofo, dicendo: In divisione manus, componendi facultas est; in
compositione, vis dividendi non esset.
Così dimostrata necessaria ad ogni buon operare
la division delle dita, veggiamo se per avventura elle stessero meglio tutte ad
una stessa lunghezza uguali e pari in punta. Evvi cosa in apparenza più lieve a
dimandare? Tanto che, miracolo se a chi legge non increscerà di gittar questo
minuzzol di tempo fino a spacciarsene con la risposta. Ma appunto in acconcio
al mio disegno tornerebbe, se così lieve cosa la giudicaste: peroché in fine vi
converrebbe tanto più ammirar la sapienza di Dio, che con un quasi niente, così
parutovi a prima vista, ha fatto che noi operiamo, si può dire, ciò che di bene
operiamo con le mani. Conciosia che a stringer tutto in uno, allungate a una
stessa misura le cinque dita, eccovi divenuta la mano poco men che affatto
disutile, cioè non possente a operare più di quello a che vagliono le sole
quattro dita più lunghe: che, a ben cercarlo, il troverete poco più di niente;
per non dire ora dello sgarbato apparir che farebbe così figurata la mano,
toltane quella bellezza che dalla varietà ne' simili si cagiona.
Non v'è delle cinque dita veruno che non abbia
una sua dote particolare. L'indice faccendiere, snello, ingegnoso, abile a
tutto, in tutto si mesce e fa; al contrario il mignolo, niente destro, e
ignorante sì come fatto servo, a fin di portar la mano, ché in moltissime delle
sue migliori opere (delle quali anche una è questa che fo dello scrivere)
sostiene tutta la mano che sopra lui giacente si posa, senza però gravarlo più
di quel che tutto il corpo faccia i suoi piedi (domesticum ac familiare
vehiculum, ipsique congenitum, come il chiamò san Basilio) i quali il
sostentano e 'l portano sine ulla oneras iniuria, come avvertì
sant'Ambrogio. Il mezzano, lungo oltre a gli altri, per tanto più prendere e
abbracciare quanto più si distende: con una simil forza, dice il Filosofo, a
quella de' remi che sono in mezzo alle due ali delle galee, e la scienza delle
machine ci dimostra aver essi, per lo maggior porgersi avanti che fanno,
maggior virtù da muovere e sospignere la galea. Ma quel che nella mano fa
tutto, egli è il dito grosso, e tutto fa coll'esser più corto. Come no?
Allungatelo pari all'indice, e non ne avrete pro più che dall'indice col
mezzano, con amendue i quali provatevi a prendere che che sia e molto più a
maneggiarlo: ne vedrete la debolezza e l'inettitudine. Egli dunque, coll'esser
più corto, ha il suo moto di sotto in su, come al contrario gli altri, per
l'opposta cagione, l'han di sopra in giù: per ciò s'incontrano e han forma e
forza di tanaglia per saldamente afferrare; e in tale scontramento accortata,
la mano riesce, con tutta per così dire in pugno la sua virtù, e più destra al
muoversi e più efficace all'operare. Per ciò anche, egli è da parte e
disgiunto, onde fa il suo mezzo cerchio proporzionato a quel degli altri; per
ciò non isvelto con tre nodi fuor della mano, ma dentrovi col principale ben radicato;
e più degli altri corputo, e di più grosse giunture e ossa e nervo e muscoli:
tal che, solo, ha più gagliardia che tutti gli altri, mercé che tutti gli altri
sol seco doveano esser gagliardi. Quindi la cruda legge degli Ateniesi, che a'
miseri Egineti ribelli mandaron recidere il dito grosso ut hastam ferre non
possent, remos vero agere possent, e 'l debilitare un padre il figliuolo a
fin che non serva in guerra, colà ne' Digesti, al titolo De re militari –
punito per legge di Traiano con la pena dell'esilio – s'interpreta da' giuristi
lo snervargli il dito grosso: qui (per finir con Lattanzio) se, velut obvium
caeteris praebens, omnem tenendi faciendique rationem vel solus vel praecipue
possidet, tamquam rector omnium atque moderator. Tal che a dimostrare
quanto è in valor tutto l'uomo, ottima è l'invenzion di Timante, dove di è ad
intendere la grandezza d'un ciclopo, da lui dipinto in una piccolissima tavola,
con porre un branco di satiri affaccendati a misurarne co' loro tirsi il dito
grosso.
Fassi per ultimo inanzi Galeno, non per più
affaticarvi la mente con nuove riflessioni, ma per sol darvi a vedere onde
ridere della disutil cosa che sarebbon le mani, se le lor dita avesser dentro
un sol osso tutto intero e continuato dalla radice alla punta; per ciò, come
inflessibili, costrette a star sempre tese e, per non adattarsi a nulla, di
niun servigio e di grandissimo impaccio. Al contrario, s'elle fossero
disossate, a che ci varrebbon di forza? Che fermezza avrebbono ne' lavori? E
che grazia a riguardarle? Sembreremmo portar due polpi in vece di due mani, con
le dita a guisa delle callose lor branche, cadenti giù spenzolone e sol mobili
a dimenarsi come serpentelli o ad avvolgersi come viticci. Or non è ella dunque
invenzion d'ammirabile sapienza l'avercele Iddio formate sì ben intese e sì
ugualmente in riguardo al commodo e alla bellezza, che sode e forzute per fossa
sono nientedimeno pieghevoli per le giunture ove si snodano, e con venticinque
muscoli che in ciascuna mano lavorano, in quante diverse parti e maniere si
convenivano a ben usarle in tante si muovono? Ma forse elle avran soperchio le
unghie. Alla grazia no, ché ognun per sé medesimo il vede; ma non ognun ne sa
il buon uso, dell'aggiungere ch'elle fanno tal forza e senso alle punte delle dita,
cui premendo in contrario applicano maggiormente a ciò che tocchiamo, che
perdutane l'unghia è più che mezzo perduto il giudicio del tatto in quella
estrema parte, che l'ha, come più necessario, così più dilicato al discernere
delle cose. Ch'elle poi crescano, questa altresì è ordinazione di providenza
avvertita da Ippocrate: conciosia che, dovendo elle per la sopradetta ragione
(oltre a più diversi altri usi che hanno) giugner fino a sommo il dito e per
conseguente, adoperandole, continuo logorarsi, continuo anche era il bisogno di
ripararne il perduto, ricrescendo, non mica da ogni lato, ché ciò, oltre che
sconcio, fora anche dannoso, ma sol diritto alla punta, dove stenuate dall'uso
s'accortano. Considerata fin qui l'arte e la sapienza del divin maestro nella
tanto ben intesa formazion delle mani, siegue a raccordarne sol tanto in
particolare di quel moltissimo a che elle ci vagliono, quanto è di mestieri a
difendere la providenza della natura, cioè, a dir propriamente, di Dio, dalle
sovraposte calunnie dell'esser noi di più rea condizione degli animali, in
quanto men proveduti che essi: essendo in verità così, che col solo averci dato
il senno, le mani e 'l mondo inanzi (che sono l'arte, lo strumento e la
materia) noi abbiamo in man nostra non solamente ciò che di buono han gli
animali, ma gli animali stessi, a valercene e per necessità e per diletto. Non
vo' io però passar tutta in silenzio quella troppo maggiore e più nobil parte
de' pregi ch'elle hanno, in quanto alle umane e alle divine cose in ogni sacro
e civil ministero ci servono. Sopra che, eccone in ristretto un mondo di lodi
con che sant'Ambrogio, in nulla eccedente il lor merito, le onorò. Succedunt,
dice egli, brachia et validi lacertorum tori, validae ad operandum manus et
procerioribus digitis habiles ad tenendum. Hinc aptior usus operandi, hinc
scribendi elegantia et ille calamus scribae velociter scribentis, quo divinae
vocis exprimuntur oracula. Manus est quae cibum ori ministrat, manus est quae
praeclaris enitet factis, quae conciliatrix divinae gratiae sacris infertur
altaribus, per quam offerimus et sumimus sacramenta caelestia, manus enim est
quae operatur pariter atque dispensat divina mysteria. Manus est quae fecit omnia, sicut dixit Deus omnipotens, Nonne manus mea
fecit haec? Manus est totius corporis propugnaculum, capitis defensatrix. Quae
cum sit loco inferior; totum verticem comit et honesto venustat ornatu. E fin
colà fra' gentili, Galeno: fatture, dice, della mano sono i teatri, i tempi,
gli altari, le statue degl'iddii; e s'eglino han religione, se sacerdoti, se
venerazione e culto, tutto è debito alla mano, di cui sono ministero i
sacrifici, e lo spargimento de' preziosi licori sopra le vittime, e gli odorosi
profumi, e le sacre bende, e i veli a gli occultati misteri, e i solenni
apparati, e le offerte, e le suppliche de' divoti. Chi ha descritte le leggi e
affissele, e con ciò regolato il vivere a forma d'uomo? E chi di poi ne
mantiene la maestà col ferro, giusto vendicator de' misfatti e sostegno della
publica pace? Di cui son opera le città, e questi argini, e queste mura e
baluardi e fosse e torri, che ci fan di sé scudo per tutto intorno, e sicurezza
e riparo dalle estrinseche violenze? e questa gran selva di fabriche, da' gran
patagi sino ai piccoli abituri, e porte e regge e teatri, con ciò che dentro le
correda e fornisce? Scena di tutte insieme le facce, per tutti insieme gli
ordini onde il viver politico in ogni città si compone; e con a ciascun che
v'abita il suo proprio e distinto ricovero, tutta nondimeno altresì di
ciascuno, e per ornamento e per uso. Quivi abbiam terren natio e patria, per
cui non siam forestieri nel mondo; quivi una seconda madre che ci fa veramente
uomini, che perduti ci piagne, lontani a sé continuo ne richiama, pellegrini o
fuggitivi pur come suoi ci ravvisa e, non ostante se abbandonata, ci accoglie;
e raccordandola in istranio paese c'intenerisce, e sperandola, eziandio se
oltre l'oceano, in capo al mondo, ci racconsola. Ella ci fa di sé nobili, ella
savi, ella ricchi: e terra non men che a noi al nostro seme feconda, mantiene
gli alberi e innesta i rami delle famiglie, e col permischiar de' sangui ne
accommuna i pregi e gli averi, e di più corpi fa un cuore. Poi vivuti ci
riaccoglie e, ciò che solo a' morti è caro, ci dà fra' nostri maggiori sepolcro
e quiete, e sopravivenza al nome e gloriosa fama ne' posteri. Che sarebbe il
mondo senza esse? Una Scizia sempre mobile in su la terra, come le navi in
mezzo al mare, che ancor dove si ferman su l'ancore son passaggere, né han
patria permanente fuor che sol dove affondano. Che sarebbon gli uomini senza
esse? Un commun di gente scommunata, nel proprio paese stranieri, sbanditi da
tutta la terra, senza legge, senza consiglio, senza governo né legamento
d'amistà né vincolo di parentela: uomini nell'apparenza, fiere salvatiche nel
costume. In oltre, chi addottrinato ha il mondo nelle scienze? E a chi, se non
alla mano, si debbe l'avere i secoli susseguenti quanto di prezioso dalle
ricche miniere di tanti ingegni cavarono i trapassati? Mutola è la sapienza,
delle naturali e delle divine cose maestra, mutole l'eloquenza, la poesia,
l'istoria, s'elle con altra voce non parlano che con la manchevole della
lingua: e con ciò perdute le fatiche dell'intelletto e 'l guadagno degli
ostinati studi, delle notturne veglie, delle lunghe pellegrinazioni in accatto
di sapienza; ma la mano oblivionis medicamentum, come la chiamò Clemente
Alessandrino, di manchevoli li fa eterni, e raccolti o dalla mente i concetti
invisibili e dove nacquero sepelliti, o dalla lingua le voci sparse all'aria in
preda e giuoco de' venti, dà loro una forma visibile, una vita durevole su le
carte: e quegli che sarebbono stati poco utilmente tesori d'un solo, rendeli
eredità e patrimonio di tutto il mondo. Quindi le note de' numeri, le linee delle
figure, i caratteri, quasi in tante forme quante sono al mondo favelle,
diversi, onde abbiam rivelata a gli occhi l'ordinata successione de' tempi e le
discendenze de' gradi, l'andar de' cieli e l'intrigato volgere de' pianeti, le
misure de' corpi e le ammirabili lor passioni, i detti di tutti i savi, i fatti
di tutte le nazioni, e in piccole mappe compresi e divisati i confini delle
terre e de' mari, e i riti delle religioni, e i decreti della giurisprudenza, e
i canoni della medicina, e gli scoprimenti che nel piccol mondo de' nostri
corpi ha fatti la notomia. E che vo io cercandole ad una ad una, se basta dir
tutto insieme che anche oggidì non imbalsamati, ma vivi ne' loro scritti
parlano e interrogati rispondono e contradetti disputano e studiati insegnano
Platone, Aristotele, Ippocrate, Archimede, Tolomeo, Demostene, Pindaro, Ulpiano
e mille altri, fatti dalla mano immortali dopo la morte e, di soli che furono,
replicati in tanti quanti sono i luoghi dove col meglio de' loro spiriti vivono
nelle lor opere, e han discepola la posterità e scuola il mondo. Or chi
raccorda quell'ingegnoso ritrovamento di Pitagora, che da' seicento piedi,
quanto era in lunghezza lo stadio olimpico misurato da Ercole, toltone un solo,
sopra la pianta d'esso, argomentando a ragion di giuste proporzioni, fabricò
tutta l'alzata del corpo di quell'eroe e ne di è ad ammirar la statura
confacevole a gigante? Così ben si discorre per rinvenir l'animalesco d'un
uomo, l'orma del cui piè, s'egli è formato a regola e rispondente delle membra,
dà infallibile indicio di tutta la grandezza del corpo. Ma quel che veramente è
un uomo, nella maggiore e migliore nostra parte ch'è l'animo, il vestigio che
di sé nell'opere sue lascia la mano più che null'altro manifestamente il
dimostra.
Ora nulla parrà in paragon del già detto il
soggiungere, ciò che pur si debbe, in pruova dell'averci Iddio, con la mano
formataci, proveduto ad ogni cosa, gli usi ch'ella ha nel rappresentare i sensi
dell'animo: ciò che nel capo antecedente ho mostrato essere una sì necessaria
parte del vivere e dell'usar da uomo, per naturale istinto non solitario né
ramingo, ma compagnevole e civile. Che non esprime ella dunque? Che concepisce,
dentro, la mente o desidera il cuore, che l'uno e l'altra a significarlo non
chiamino come loro interprete e segretaria la mano? Così è, dice il Morale: Epistola
hominem repraesentat; e come raccorda in una sua san Girolamo, Turpilius
Comicus, tractans de vicissitudine litterarum: "Sola, inquit, res
est, quae homines absentes praesentes facit". Non parla ella, e fa
sentirci eziandio un mezzo mondo lontano; anzi, con una innocente arte magica
di pochi caratteri onde verga una lettera, non ci trasporta ella dovunque, e in
mano a chi scriviamo, coll'utile della presenza e non co' pericoli del viaggio?
E per ciò che la lettera, col necessario passar ch'ella fa per molte mani,
corre tal volta rischio di trovar chi le usi forza e ne rompa il suggello, se
v'è in grado di ragionar segretissimo, la mano sa, quello che mai non potrebbe
la lingua, formare un nuovo linguaggio, non intelligibile a verun altro che a
quel solo con cui vi piace d'intendervi. Ciò sono le cifere accordate, che
portano, non come le lettere d'Augusto la Sfinge espressa nel suggello di
fuori, ma dentro ascosa; e tal se ne inviluppa e di sì oscuri misteri che non
v'ha Edipo che non s'apponga indarno a diciferarla. Quanto poi a gli usi della
mano nel ragionar co' presenti in espression dell'interno, e tal volta anco
facente come più prolissa o meno efficace la lingua, poco ha mestieri dirne,
conciosiaché ognuno per magisterio della natura il sappia e l'abbia
continuamente alla mano. Ella dunque, prendendo i medesimi affetti dell'anima,
imperiosa in atto comanda, adirata minaccia; e chiama e risponde, e interroga e
chiede, e niega e consente, promette, offerisce, accetta, protesta, giura,
rifiuta. Così non solamente tutto fa, ma tutto dice, e in un suo proprio
linguaggio a qualunque, straniere o barbaro, intelligibile: nel che ha uso più
ampio e maggior pregio della lingua. Se poi stende l'indice in verso che che
sia lontano, con solo additarlo il rende ivi presente; così ben disse Polemone
che a un dicitore ignorante rimproverò un solecismo della mano, per la
sconcordanza che il gesto fece con la cosa che additava. Darsi scambievolmente
la mano è atto di benivolenza e di pace: in esse s'abbracciano l'anime, e l'una
all'altra dà il cuore in pegno della sua fede. Della malinconia è intrecciar le
dita e unir di rincontro le mani, con le braccia abbandonate e cascanti; della
disperazione e dell'estremo dolore batterle palma a palma. Sa la maraviglia
levarle alte e sospenderle come in estasi; e l'ira strette aggropparsele in
pugno; e 'l desiderio allargate rivolgerle verso il cielo; e, per non dir
tutto, la miseria, con distenderle pari, quasi mette disteso a' piedi altrui
tutto il corpo, o almeno il cuore di chi chiede grazia, o supplica al perdono.
Oltre a ciò, non sono elle piede a gli storpi, che la cadente vita sostentano e
portano sul bastone? Non sono occhio a' ciechi, che con esse palpando conoscono
quel che non veggono; e, come disse quel comico, per povero che altri sia non
ha egli in due mani due servidori spesati, da ogni ora e ad ogni opera pronti?
Né mai da insospettirne come d'infedeli, o da cacciare come disubbidienti,
peroché lor proprio è il bene del lor padrone, né mai per esso faticano che
tutto insieme non giovino a loro stessi. Ma egli è oramai tempo che traggano
avanti coloro che sì fuor di ragione si lagnano, come trattati dalla natura men
provedutamente degli animali: e che la mano, correndo a prendere e svolger loro
avanti i fasci de' mille strumenti e ingegni che tutti son sue fatture, li
renda mutoli e confusi. Ciò saran freni, morsi, gioghi, aratoli, erpici, ragne,
panie, lacciuoli, geti e lasci, fiocine e sciapiche e spaderni, e balestri e
saette e che so io? di cotali altri ordigni, i quali, a che vagliono in pugno
alla mano che li lavora e gli adopera essa medesima? Non si fa egli nostro, per
essi, ciò che hanno e ciò che sono gli animali, gli uccelli, i pesci? I duri
colli de' buoi, le pazienti schiene de' giumenti, le nodose de' camelli, le
smisurate degli elefanti non ci servono elle di qualunque gran soma le
carichiamo? È vero: non siam centauri su quattro pi è velocissimi al corso.
Sialo chi ama d'esser mezz'uomo e mezzo cavallo; se poi tutto bestia, sel vegga
egli: al certo non fallirà che non sia un mostro. Ma che ne fa mestieri di
trasformarci e imbestialire? Non corriam noi su le gambe de' cavalli niente men
che se fossero nostre? Se per iscampo della vita ci abbisogna fuggire, con un
semplice allentar di briglia e dar di sprone, non ostante l'esser quello che
sono, di spirito sì generosi, rendiamo i cavalli come timidi nel nostro timore,
ed essi, con noi indosso, a tutta carriera battendo ci rendono nella velocità
del lor corso altrettanto veloci. Al contrario, entrando noi in campo a
combattere, essi medesimamente, al pari del nostro animo animosi, diventan
prodi e guerrieri; e affrontano e investono e rompono per mezzo l'armi, fino a
rimaner con noi sul medesimo campo o vittoriosi o morti: nulla di sé curanti,
per ubbidire alla mano che li fe' suoi domandoli; incatenolli col morso, e ne
tiene in pugno con le redini il cuore e la vita. Che si ha a dir de' segugi e
de' levrieri che ci si fan cacciatori, addottrinati da noi? Quegli fiutando a
rintracciare, questi correndo a raggiungere le salvaggine e, o ferme o uccise
che l'abbiano, starsi ivi digiuni, aspettando che noi sopravegnendo le ci
prendiamo, loro fatica e nostra preda e diletto. Che degli sparvieri, de'
girifalchi e per fin dell'aquile che usate al pugno e al fischio ci servono
d'uccellatori? Così giungiamo ancor dove ci bisognerebbon l'ali per giugnere, e
indarno alto volando, fino ad appena poterli noi seguitar con l'occhio, non ci
fuggon gli uccelli, mentre la mano ha che inviar lor dietro altre ali e altri
artigli che li raggiungono e sbranano, e sovente anco glie li portano in pugno;
per non dir delle saette e di cotali altri ingegni con che la medesima li
coglie a mezzo il volo, e trafitti li trae giù dell'aria e ne fa preda. Era
egli poi dicevole che noi altresì avessimo ceffo e bocca e denti di mastino,
per combattere muso a muso con le fiere de' boschi, lupi, orsi, cignali e, dove
ne ha, tigri e lioni, o co' nemici che improviso ci assaltano? Che bisogno di
ciò, se per nostro ingegno i cani stessi ci prestano a lor rischio i lor denti
e i lor morsi? Che per ciò, con Nemesio filosofo cristiano, vivos, hominis
gladios non absurde eos vocaveris. E a quanti usi e in quanto divisate
maniere ci servono? Custodi delle nostre case e da fidarsene molto più, come
scherzando disse |