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CAPO DECIMO
Tre pazze condannate: La Fortuna ignuda, alla
ferza; l'Astrologia vaneggiante, all'elleboro; l'Empietà dell'ateismo
bestemmiatore, alla catena. E prima: a cacciar la Fortuna del mondo non
bisognar altro che cacciarla dalla nostra imaginazione.
Della Minerva d'Atene e della Venere di Cipri,
ancorché quella si nominasse vergine e questa fosse di mestier meretrice, a me
pare che indifferentemente s'avveri quel che Lattanzio disse della seconda, cuius
plura numerantur adulteria quam partus. Conciosia che la Sapienza di quella
già sola al mondo dotta Atene, entrando nella Stoa, nell'Academia, nel
Peripato, negli Orti d'Epicuro (quante scuole, tanti prostiboli, dov'ella si
dava in piacere ad ognuno) e quivi facendosi a concepire alcuna cosa di Dio, sì
rade furon le volte ch'ella si congiungesse col vero e sì soventi quelle che
s'abbracciava col falso, che i parti suoi bastardi sono a cento per un de'
legittimi: tanti e sì mostruosi furon gli errori di que' suoi più rinomati
maestri, filosofanti dell'essere e dell'operare di Dio. Anzi, dove parvero
aquile quegli che in verità eran nottole, i nostri savi dimostrano che tali si
fecero per destrezza di mano, non per valentia d'ingegno: e se tutti i Prometei
che accostarono le morte loro faccelle alle ruote del carro del Sole e ne
rubarono il lume, cioè la verità alle divine Scritture, che lessero, fossero
incatenati al Caucaso e il lor cuore dato in pastura a gli avoltoi, quasi
altrettanti vi sarebbono i condannati quanti i filosofi di qualche nome; fra'
quali in più eminente patibolo si vedrebbe quel Trismegisto Mercurio, oracolo
dell'Egitto; indi Pitagora e Socrate e Platone, e quanti altri avvicinandosi al
lor lume divenner chiari per fama di sapienza. Ma dove lavoraron di proprio
ingegno, avvegnaché non isfuggan la nota di temerari mentre ardiron di mettersi
dentro alle più segrete cose di Dio, pure, se non vi trovarono altro che un
buio impenetrabile alla debole lor veduta, è di ragion l'averne pietà;
conciosia che patissero quel ch'è proprio dell'ingegno umano: abbagliarsi al
troppo lume, qualora, scorto dal solo natural suo discorso, si mette nelle più
occulte cose della divinità. Ma nelle apertissime e poco men che evidenti, che
scusa del trasvedere? O che altra cagione dell'inescusabil fallire, se non aver
per chiare ad intendersi le cose oscurissime, e per oscurissime a penetrarsi le
chiare? Così quel tanto fra lor riverita Democrito solea spesso ripetere quasi
in puteo quodam, sic alto ut fundus sit nullus, veritatem iacere demersam.
Nimurum stinte, ut cetera (ripiglia Lattanzio). Non enim tamquam in
puteo demersa est veritas, quo vel descendere, vel etiam cadere illi licebat:
sed tamquam in summo mentis excelsi vertice, vel potius in caelo; quod est
verissimum. Quid enim est quod eam potius in
imum depressam diceret, quam in summum levatam? Nisi forte mentem quoque in
pedibus, aut in imis calcibus constituere malebat, quam in pectore aut in
capite. Adeo remotissimi fuerunt ab ipsa veritate, ut eos, ne status quidem sui
corporis admoneret, veritatem in summo illis esse quaerendam. Nel
qual medesimo luogo egli giustamente annovera fra le più intolerabili loro
arditezze il torre di mano a Dio lo scettro dell'amministrazione delle cose
umane, coll'attribuir che fanno al pazzo arbitrio della Fortuna quel ch'è savio
disponimento della Providenza.
Stupende a raccordarsi (siegue egli) son le
bravure delle più veramente poetiche che filosofiche loro lingue in vitupero
della Fortuna, e niente meno ammirabili a vedersi le battaglie che s'imaginan
di far seco. Cosa d'ognuno è il fingerla cieca, a cagione dell'inamorarsi
ch'ella fa sì sovente per fin de' mostri (ché ve ne ha fra gli uomini per
costumi, assai più che per natura fra gli animali) e lo spasimarne sì
abbandonatamente, che dà loro per dota un mezzo mondo in ricchezze. Così l'amor
suo ordinariamente è come il calore dell'ambra, che non tira a sé altro che
vilissime paglie. Bellezza di virtù, sublimità d'ingegno, valor d'animo, merito
di grandi opere non han da lei uno sguardo benefico: che maraviglia? – dicono.
Ella è cieca. Sentisse dunque almeno le ragioni de' meritevoli non curati, le
dimande de' supplichevoli derelitti, le discolpe degl'innocenti abbattuti, le querele
degli scontenti, le preghiere de' miseri, le appellazioni de' non uditi e da
lei condannati. Appunto il diceste: non è arrendevole a ragione, non è
esorabile a prieghi, né può esserlo, ch'ella è sorda. E perché anco ignuda?
Perch'è prodiga con alcuni, a cui dona tutto; con altri avara, per cui non ha
niente: così per gli uni e per gli altri è ignuda; ed èllo anche in quanto del
suo mal fare non patisce di vergogna onde mai, per ciò, debba aver freno al
rimanersene. E in che altra guisa era più confacevole al dovere che andasse una
meretrice, che d'ogni ora si publica fino alla più vil canaglia? E che non ama
altrimenti che da meretrice, tutta braccia, ma come l'ellera, per più smugnere
cui più stringe e far seco in un dì medesimo il maritaggio e 'l divorzio?
Perciò anche eccola alata, e in un tale andamento di vita che non sapete se sia
giungere o partirsi: così non è durevole nulla del suo, ché il flusso e 'l
riflusso del dare e del ritorre, ch'ella fa, non va neanche come quello
dell'acque a misura di tempo, moventesi con la Luna, che pur è simbolo
dell'incostanza: l'oggi pieno come un mare, domani è secco come un diserto; e
si truova essere stata felicità di ghiaccio solubile ad un fiato d'austro
quella che pareva diamante incontrastabile alla durazione de' secoli. Il tener
poi ch'ella fa sotto a' piedi una ruota in taglio, ella è questa sua medesima
facilità del volgerla col toccarla e girar con essa il mondo, cioè mutare la
scena delle umane cose, e far sentire il pianto delle tragedie dove testè ridevano
le commedie: ché l'auge e 'l fondo di quella ruota, ancorché opposti, non son
lontani, ma dall'uno all'altro si passa senza mezzo: come la Luna, dall'esser
piena all'eclissarsi. Finalmente, a compendiar tutto insieme quel che può
dirsene, ella è pazza; né mai ha in capo un giro che si volga concentrico alla
ragione: così tutto fa, e nulla discerne; onde, guardivi Iddio da' suoi colpi,
come d'un Polifemo di gran forza, ma cieco. Tal ci divisano la Fortuna que'
savi, niente più fortunati in affaticarsi a combatterla che in crederla
combattente. E pure cum hac se compositos ad proeliandum putant: nec ullam
tamen rationem reddunt, a quo et quam ob causam; sed tantum, cum Fortuna se
digladiari momentis omnibus gloriantur. E spettacolo non saprei se di più
compassione o diletto è il veder le forze e le maraviglie che di sé fanno,
mettendo mano alla più fina e tagliente filosofia che abbiano e armeggiando
contra una fantasima finta da loro stessi, e nol sanno; e si dibattono e vi
sudano intorno e le girano al capo fendenti con che tagliano in mille pezzi
quell'ombra che però mai da lor non si parte, e potrebbonlasi cacciar tutta
intera d'avanti con un soffio; e pur Ercole non vantò mai né niuna in
particolare né tutte insieme le dodici sue fatiche, quanto questi l'aver domata
la Fortuna, infrantale la ruota e spennatole l'ali.
Udiste mai raccordare, colà nelle memorie
d'Ateneo, quella casa dell'antica Girgento, celebratissima per l'avvenimento
ond'ella s'intitolò la Galea? Cotal sopranome ella prese da una ciurma di
giovani che vi s'imbriacarono: con un sì ugual bollire di spiriti e ondeggiar
di vino dentro a' lor capi, che a tutti parve essere in alto mare e correre la
più dirotta e furiosa fortuna che imaginar si possa e, se non a gran forza e a
grand'arte, impossibile a reggervi, sì che la galea, ché tal parea loro quella
casa, vinta dal troppo gran pelago non affondasse. E ben vi si adoperavano da
valenti, sì pazzo era il correre che qua e là facevano, tutti male in piè e
traballanti per lo barcollar che loro pareva far la galea e andar su e giù per
gli alti marosi del vino che aveano in capo; e davano stramazzate in terra,
benché lor paresse a chi su la corsia, a chi attraverso i banchi. Le grida poi
e 'l disperare e 'l farsi animo e l'invocar Nettuno, le vere tempeste non ne
han di più vere. Non così il comandare, dove tutti a un modo aveano in capo il
mestiere: tutti contramastri e piloti; e chi volea mano a' remi, chi correre a
fortuna, chi disarborare, chi ammainare o caricar la vela; e orza, e poggia, e
afferra, e sferra, e quant'altro è dell'arte messa in confusione, fin che pur
s'accordarono a quell'estremo rimedio del getto: che fu lanciar fuor delle
finestre quanto v'avea in casa di masserizie per fino a' letti; e ben fermo
credevano che tutte le s'ingoiasse il mare; ma a lor gran guadagno, poiché la
galea sembrò rilevarsi alquanto, ed essi, tra mezzo vivi per la speranza e
mezzo morti per la stanchezza, profondarono in un altissimo sonno: né prima del
dì seguente se ne riscossero; e parea loro d'esser già in mar tranquillo e
avere intorno un coro di Tritoni, la cui mercé, veggendoli, si credettero
salvi: ed erano ufficiali colà inviati dal publico ad intendere che pazzia
fosse la loro.
Somigliante al folleggiar di costoro era quel
de' filosofi che Lattanzio poco fa diceva: imaginarsi e vantare d'esser
continuo alle mani con la Fortuna, ma in bonaccia deriderne le lusinghe, come
d'una frodolente, e in tempesta domarne le furie, come d'una pazza; né mai
condursi a darle in mano il timone della lor vita e reggersene un sol momento:
conciosiaché, per la cieca nocchiera ch'ella è, son più gli scogli a che rompe
che i porti dove afferra. Ma di costoro per traversia fortuneggianti chi può
rappresentar le grida di che han pieni i libri, e 'l comandar diverso secondo i
diversi princìpi delle loro sette? Chi v'empie gli orecchi delle misteriose
cere d'Ulisse perché navighiate sicuri, in quanto sordi, per mezzo a
gl'incantesimi delle Sirene. Chi vi dà certe sue poche stille d'olio che,
spruzzatone il mare in calma, e distesovi sopra in un sottilissimo velo, vi
fari vedere gli orribili mostri che vi s'annidano dentro e i gran cadaveri,
anzi l'ignudo e scomposto ossame di cento navi divorate e sepellite in quel
fondo; e discernere le onde giganti, che non compaiono ora che dormono e stan
prostese; ma per isvegliarle e far che lievino il capo fino alle stelle non
bisogna lor più che sentire un fischio di vento in aria. Per ciò vi consigliano
a navigar terra terra: men nominati, men ricchi, men riguardevoli, ma sicuri, e
quinci veder con diletto i rompimenti e i naufragi di quegli che in cerca di
gran fortune si gittano a gran rischi colà in alto mare e, vaghi di comparire,
non curano di perire. Altri, al contrario, v'invitano ad ingolfarvi nel più
spazioso pelago della Fortuna: a' senati, alle corti, alle publiche
amministrazioni, a quanto può dar l'industria d'utile e la gloria di splendore,
ma v'insegnano come sfogar la vela quando è troppo favorevole il vento, a
temperarla quando carica tempestoso; e vi danno ancore su le quali tenervi, e
timon di rispetto da valervene quando è burrasca; e dove pur finalmente non si
possa altro che dar con la nave a traverso e rompere a uno scoglio, son presti
a porgervi una tavola a cui afferrarvi; e già v'han dato l'arte d'adoperar le
braccia con tanta e forza insieme e maestria, che notando vi riconduciate salvo
a terra ferma; dove giunti, alziate un trofeo alla generosità della vostra
virtù trionfatrice della Fortuna.
Così essi; i quali, chi non direbbe che
impareggiabilmente giovassero a stabilir l'animo nella instabilità delle cose
umane? Ma, se ben dritto si mira, ne avvien l'opposto: conciosiaché ci rendano
sempre ondeggianti, mettendoci in mano alla Fortuna, di cui non siamo; e
facendola credere una non so qual cieca e pazza podestà che dispone ad arbitrio
d'ogni cosa mutabile, non riman luogo a persuadersi né ad intendere che Iddio
sia quegli dalle cui sole mani tutto ci viene, or sia prosperevole or avverso,
e che di noi dispone con providenza di principe e con amor di padre; anzi, quel
che mai niuno avrebbe ardito di proferire, se Iddio medesimo non ci avesse
poste le parole in bocca e datacene scrittura autentica di suo pugno: tu,
dominator virtutis, cum tranquillitate iudicas et cum magna reverentia disponis
nos: subest enim tibi, cum volueris posse: la qual brevissima lezione
dell'eterna Verità e Sapienza, tanto sol che s'intenda, non ci lascia
bisognevole in nulla la superba e loquace filosofia del secolo, per voltarci le
tempeste in bonaccia e non fortuneggiare coll'animo in qualunque sia varietà d
i fortuna. Né per altro è sì pieno di scontentezze il mondo, se non perché toto
mundo et locis omnibus omnibusque horis, omnium vocibus Fortuna sola invocatur:
una nominatur, una accusatur, una agitur rea, una cogitatur, sola laudatur,
sola arguitur et cum conviciis colitur: volubilis, a plerisque vero caeca etiam
existimata, vaga, inconstans, incerta, varia indignorum fautrix. Huic omnia
impensa, huic omnia feruntur accepta, et in tota ratione mortalium sola
utramque paginam facit, adeoque obnoxiae sumus sortis, ut sors ipsa pro deo sit
qua Deus probatur incertus.
Lucilio mio (dice Seneca, udito anche in questo
da' suoi adoratori come un oracolo di sapienza) imaginatevi di veder la Fortuna
librata in alto su l'ali, col seno colmo di quanto le ingorde brame della non
mai sazia cupidità maggiormente appetiscono: tesori di preziose gemme, scettri
e corone reali, e porpore e ammanti d'oro, e titoli maestosi e amicizie di
grandi, e preminenze e onori e signorie di stati, e grandi eredità e donazioni
inaspettate, e nozze e beltà e doti regie. Or ella, così cieca di mente come
l'è d'occhi, senza in nulla discernere il meritevole dall'indegno, preso a
brancate quel che prima le si dà alle mani, il gitta e sparge sopra
l'innumerabile turba degli uomini: ciascun de' quali tien fissi in lei cento
occhi e stende verso lei cento mani, pregandola de' suoi favori. E ride, la
sciocca, e fa le mille pazzie d'allegrezza, sentendo quagiù il fremito, i
tumulti e le scondite voci, confuse in un quelle di giubilo e quelle di doglia
ne' concorrenti a ricogliere ciò ch'ella gitta, per lo contendere e
accapigliarsi che fanno, strappandolsi l'un dalle mani dell'altro e usando chi
l'ingegno per frode e chi il potere per forza; fuor che solo certi, il più delle
volte neghittosissimi, trovati dalla Fortuna ch'essi non s'incommodavano a
cercare. Quinci le meraviglie di che son piene le memorie de' secoli, quanto
più antichi tanto men pericolosi a raccordare: cadere una corona sopra chi non
ha testa, maneggiare uno scettro a chi si dovrebbe una zappa, sedere al governo
a chi meglio starebbe il remo, regger uomini un men che buon condottiere di
pecore e tener teste d'oro sotto piedi di loto; possedere un mondo di ricchezze
chi, vendendolo ignudo, non varrebbe un danaro; ingioiellarsi il petto e
guernirsi d'oro a chi v'ha dentro un'anima di sambuco e un cuor di piombo: e
cosi fatte mostruosità d'ogni maniera possibile ad imaginarsi. Hanc imaginem,
dunque – dice lo Stoico – animo tuo propone, ludos facere Fortunam, et in
hunc mortalium coetum honores, divitias, gratiam excutere, quorum alia inter
diripientium manus scissa, alia infida societate divisa: col rimanente del
testo sumministratomi alla chiosa.
Ma noi ragionia degli antichi come sol fallo di
quell'età ignorante di Dio fosse il dare un tal essere e un sì gran potere alla
Fortuna, essendo il vero ch'ella è tuttavia in bocca eziandio de' fedeli; i
quali già non se la fingono deità, né donna avente signoria delle cose mutabili
attenentisi all'uomo, ma un non so che simile, per non dire un altrettanto:
imaginando che quelle ch'essi chiaman venture e disavventure non siano
ripartite con infallibile avvedimento e con ordine a fini di rettissima
providenza. E percioché, se non han del tutto spenti in capo i due lumi, della
ragione in quanto uomini e della fede in quanto son cristiani, risovvien loro
dell'esservi Iddio e dell'aver tutto il mondo in pugno e ogni cosa in balia, io
non saprei come altramente indovinare che accordassero questa indubitabil
certezza con la perplessità in che danno, veggendo andar le cose umane per sì
diverse vie da quello che lor parrebbe doversi, se non che imaginan forse che
Iddio inalzi e abbassi cui vuole, senza altro fine che di prendersi quel
piacere, dirò così, a maniera di giuoco: qual de' essere il descritto colà da
Minuzio Felice, e forse altro non ve ne avrà più vicino ad esprimere il
fantastico lor pensiero. Is lusus est, dice egli, testam teretem
iactatione fluctuum levigatam legere de litore, eam testam plano situ digitis
comprehensam inclinem ipsum atque humilem quantum potest super undas irrotare,
ut illud iaculum vel dorsum maris raderet vel enataret, dum leni impetu
labitur, vel summis fluctibus emicaret, dum assiduo saltu sublevatur. Sarà
egli dunque simile a questo il farsi Iddio giuoco di noi, per suo diletto?
Gittarci in questa vita come i fanciulli le scaglie della pietra sul mare,
dando loro un continuo aggirarsi e un tale andar piane o di taglio, e con più o
meno destrezza e forza che le une appena mai si sollievino un dito, ma radendo
l'acqua le si striscino sopra – che, secondo essi, sarà il basso stare de' male
avventurati – le altre, in solo toccar l'acqua, rimbalzino e vadano, come ne
trionfassero, saltellando per aria – che saranno i felici, portati in alto
dalla Fortuna – fin che le une e le altre, abbandonate dalla virtù che loro
impresse la mano, qual più tosto e più vicina al lito, e qual più tardi e
lontana, discendano a trovare una medesima terra in profondo? Or non è egli
questo un discorrere da fanciullo? Se non in quanto egli purtroppo è d'uomini,
e fra loro anche di molti che si spacciano per saputissimi; e a ben considerare
qual si figurino l'andamento delle cose umane, egli è il medesimo o in piccola
differenza. E non sarà maraviglia che anche non siano persuasi un tal fare
esser degno della grandezza di Dio, secondo il parere di quell'Acmat staffiere
di Maometto imperadore de' Turchi, a cui disse il maggior atto di signoria, e
per cui più che per null'altro un principe si pruova grande, essere far grande
il piccolo e piccolo il grande, a piacer suo, senza risguardo a merito o
demerito che sia in loro; né altro crear di niente o ridurre in niente aver
l'uomo con che più somigliarsi a Dio: e 'l vide egli subito adempiuto in sé,
cui quel barbaro, quivi allora senza indugiar momento, in un momento trasformò
di staffiere in bassà o visir che si fosse, facendolo, senza n è pur vedere il
mezzo, salir dall'imo al sommo grado di quella corte. Ma egli è oramai tempo
che ritogliamo alla fortuna quel ch'ella non ha fuor che nel pensiero degli
uomini: restituendo in prima al merito de' fortunati quel chè sua parte, poi
alla providenza di Dio quel ch'è suo, cioè ogni cosa.
E quanto al primo, è mi torna ottimamente in
acconcio il fatto di Gaio Furio Cresimo, raccordato nelle antiche memorie de'
Romani. Questi, uomo di men che mediocre fortuna, ma, per sua industria,
valente a fare che il suo poco gli rendesse più che a gli altri il molto, avea
un campicello che lavorava a sue mani, ed era la più grassa, la più fertile
terra di quel contorno. Egli di lei non perdeva una zolla che non la
coltivasse, né ella a lui un grano che non gliel rendesse centuplicato. Così,
al mietere, mai la ricolta non gli falliva abbondante, e simile la vendemmia,
per le viti che avean più uve che pampani. I confinanti il miravano di mai
occhio, come quegli che dentro ne intisichivan per astio, oltre che quello era
un continuo rimprovero della loro infingardaggine o ignoranza: come sapendo non
volessero o volendo non sapessero adoperare altrettanto che egli, per coglierne
altrettanto; percioché il piccolo suo terreno dovizioso, congiunto con una
semplice e commun siepe a' loro grandissimi, ma poveri campi, non era né di
pasta migliore, né volto a più benefica guardatura di cielo. In fine tanto poté
in essi la tristizia e 'l dolore che per ispiantarlo dal mondo, non che da quel
maladetto suo campicello, l'accusarono d'incantatore, e ne andò la querela al
criminale del popolo: che Furio gittava l'arte del fascino, con che stregava i
lor seminati e le lor vigne ammaliava; che le rugiade, da lui con iscongiuri
costrette, sopra il solo suo campo cadevano e, de' vicini, loro traeva in esso
tutto il buon sugo, onde, immagriti e smunti, appena rispondevano alla fatica
del coltivarli spighe rade e mal piene, uve squallide e poche. Fu citato a
difendersi, e buon avvocato gli bisognava, ché la causa era capitale, gli
accusatori moltissimi, il fatto della prodigiosa ubertà del suo campo e del
poco rendere de' vicini evidente. Ma il valent'uomo altro sostenitore della sua
innocenza non volle che sé medesimo, né altri testimoni addusse che quegli
stessi che dì e notte intervenivano al suo lavoro. Ciò furono gli strumenti
communi all'agricoltura, avvegnaché que' suoi, fra' communi, avesser di proprio
l'esser maggiori, meglio foggiati, pesanti, e sol da buone braccia
l'adoperarli: aratolo, vomeri, erpici, ronconi e falci, vanghe e zappe e marre,
oltre a ciò un paio di buoi ben in carne, e una sua figliuola di gran persona,
forzuta come lui e addurata alle fatiche, come ben il pareva alle carni riarse
e al volto abbronzato dal sole. Messo ogni cosa in mostra, si volse a' capi
delle tribù, aspettanti a che far quivi di quel grande apparecchio, e "
Romani" disse" accusato di fattucchiere e in nome vostro citato da
Spurio Albino a presentarmi e difendermi, eccomi reo. Confesso il maleficio,
cui non mi gioverebbe negarlo, mentre gli effetti ad ognun palesi il
convincono, ed io, non che pentirmene o temere, ancor me ne glorio. Peroché
questi che qui vedete, e non altri, sono i miei fascini, queste sono le magie
che adopero a rendere il mio campicello fertile e grasso, non dell'altrui, ma
del suo; anzi, a dir meglio, del mio, che mi ci consumo la vita intorno
lavorandolo, perch'egli di poi, ben fruttando, a me la rifaccia. Ma che parte,
altro che menomissima, è questa de' miei mal conosciuti incantesimi? Potessi io
mostrarvi le mie industrie e le mie cure: e le veglie notturne, e le fatiche
del dì mai non allentate né intramesse, qualunque stagione o ciel faccia, il
verno o la state, piovoso o sereno, rigido o cocente. Ben il sanno queste mie
braccia e questi omeri e questa vita, cui non risparmio: il sa questa mia
fronte, de' cui sudori più che delle rugiade del cielo s'ammorbida il mio
campo. Eccone testimonie queste mani; mostra ancor tu le tue, figliuola:
vedetene i calli, e non ne voglion meno così fatti strumenti – ben ne vedete i
corpi – a far profondi solchi, a volgere e ben tritar le zolle e non lasciarne
un palmo salvatico, senza domesticarlo. Cosi ogni piccol campo frutta quanto
ogni grandissimo: percioché quel che rende assai non è i l molto terreno, egli
è il ben colto; e i gran poderi, se ben non si lavorano, che altro sono che
gran diserti?". Così egli disse; e al valente oratore la schietta e fedel
sola narrazione, che fu tutta l'arte del suo aringare, di è guadagnata la
causa: et omnium sententiis absolutus, se ne tornò co' suoi vittoriosi
strumenti in carro a maniera di trionfante.
Or se altrettanto alla distesa potessero dir lor
ragione una gran parte di quegli che il volgo crede portati in alto quoties
voluit Fortuna iocari, e mostrar presenti le faticose e grandi erte che, a
mani e a' piedi in opera, superarono per salirvi, mentre altri tutto neghittosi
al piano si davan bel tempo, per di poi squadrar le nascite degl'ingranditi e
filosofare delle lor vite, farebbonli ravvedere e intendere che ingiustamente
s'attribuisce a giuoco di fortuna quel ch'è valor d'ingegno e merito di fatica:
né altri incantesimi aver essi adoperati ad ammaliare il cuore de' prìncipi e
tirarne a sé la grazia, la quale, se di poi non istà entro a' soli confini del
merito, ma talvolta il trascende fuor di misura, chi può dimandar conto a'
grandi del loro beneficare alla grande? Cio è dell'operare da quel che sono,
non da mercatanti, i quali danno i prezzi niente maggiori di quello che
vagliano le derrate. Ma conciosiecosa che ciò non ritolga alla fortuna altro
che una piccola parte di quello che contra ogni diritto le si attribuisce,
siane detto a bastanza; tanto più, che non oscurità d'errore che ottenebri il
cervello, ma veleno d'invidia che tormenta il cuore suole esser quello che fa
così delirare la lingua. E ne sia in fede quel celebre capitano degli Ateniesi
Timoteo, cui gli astiosi suoi emoli fecer dipingere tutto prosteso e
addormentato a un'amenissima ombra, e la Fortuna in veglia per lui, tutta
affaccendata in tirare a sé una gran rete, dentrovi città e fortezze, le quali
poi gli votava in seno; e volean dire le vittorie di Timoteo doversi alla sua
ventura, non al suo valore. Ma gl'invidiosi poco ne guadagnarono, perch'egli,
non men savio che prode, volgendosi ad onore lo scherno: "Se tanto"
disse "ho io fatto fin ora dormendo, che sarà quando mi svegli?".
Sagliamo ora a cercar l'origine universale onde
provengono tutti que' beni e que' mali che l'ignorante volgo reca all'amore o
all'odio d'amica o di nemica fortuna. E non avremo a stancarci in cercarlo, non
che disperar di trovarlo, com'elle fosser le tanto per ciò famose fonti del
Nilo, ch'è il maggior mostro dell'Africa, in quanto (secondo il credere degli
antichi) non se ne truova il capo. Troppo chiaro è il parlar che ne fa, non
solamente Iddio nelle Scritture, ma la ragion naturale a chi ne la dimanda; né
a me fa bisogno d'aggiungere nuovi argomenti in pruova dei già dimostrato. Sol
mi fermerò alcun poco a mettere in chiaro questa infallibile verità: che le
cose che ci avvengono, or sian prospere or avverse, non provegnenti
immediatamente da operazione umana deliberata e rea, non hanno il primo loro
essere quando prima appariscono, ma per decreto di Dio furono ordinate in fin
da' secoli eterni. Il che ove ben si comprenda, che luogo rimane in noi alla
Fortuna, di cui proprietà inseparabile, nel concetto che se ne forma, è
l'operare senza considerazione o consiglio? Tragga dunque inanzi a farsi sopra
ciò udire (ch'egli solo mi basta) Agostino, vir totus ex sapientia et
virtutibus factus: lode che, senza torla a Simmaco, già che Boezio suo
genero glie la diede, meglio sta a quell'impareggiabil maestro, tutto sapienza
e santità. Or egli: Nihil fit, dice nel terzo libro de Trinitate,
visibiliter et sensibiliter quod non de interiore invisibili atque
intelligibili aula summi Imperatoris, aut iubeatur aut permittatur in ista
totius creaturae amplissima quadam immensaque republica. E se vi piace da
lui medesimo intendere sotto altra similitudine il come, eccolavi, ed è la più
aggiustata di quante a me paia potersene appropriare. Delle cose umane avviene
quel che i Platonici dicono delle celesti, in quanto il muoversi de' pianeti
sembra a' poco intendenti uno sregolato discorrimento di trasviati – or alti,
or bassi, or congiunti, or opposti, or qua e là senza ordine vagabondi –
essendo il vero, dicono essi, che tutto il lor muoversi è misurato a numeri
d'armoniche proporzioni e nella velocità e negli spazi si rispondono a
perfettissime consonanze. Così l'andamento delle cose umane, a chi non ha in
capo altri occhi che quegli de' bufoli e de' giumenti, sembra esser tutto
confusione e sconcerto; ma ella è un magistero di musica maravigliosamente
accordata; e Iddio che la figurò e la compose ne fece tutto solo la partitura e
ne accordò, con arte da noi non bene intesa, le note; né una, per di brieve
durata ch'ella esser possa, diremo così una biscroma (qual e un piccolo
vermicello, e di cortissima vita) gli fallisce ora al canto, cioè al vivere e
all'operare, o sia nell'andar più alto o più basso che dove egli la collocò, o
nel durar più tempo che al valore della sua nota si richiede. Or se d'un pieno
coro di musici voi attendeste al cantare che vi fa un solo la sua parte,
interrotta da pause tal volta di dieci e più battute; poi sopra un minuto corso
di note andar velocissimo e, al contrario, sopra altre di gran valuta
lentissimo; poco appresso, ammutolire; indi ripigliare un non so che di parole
che non si legano in buon senso con quelle che poco dianzi cantava, o ridir le
medesime dieci volte: che altro ve ne parrebbe che male? Ma la parte, non bella
in quanto ella è sola, in concerto è bellissima, e una cotal musica quanto par
più negletta tanto è più studiata; ed ogni poco che vi s'attenda, si conosce
che il tacere di colui era mistero, mentre altri intanto, secondo la varietà
del suggetto richiedente altre voci, cantavano; e 'l suo variare tutto era
artificio, facendo altri, su note al muoversi lente, il canone al suo
contrapunto quand'egli sì s'affrettava, ed egli, di poi lento, ad altri che su
le ferme sue note passeggiano: e fughe mirabilmente intrecciate era quello in
apparenza vano replicare il medesimo, sol variando l'andar più alto o più basso
con le medesime note, incavalcate da chi tien lor dietro in fuga. Or i cantori
non veggono e non sanno l'artificio della lor parte; sallo il componitore che
l'organizzò con mistero e con risguardo al tutto, e riparte a ciascun la sua
conveniente, misuratagli con la battuta, ch'è la maestra che a tutti insegna, e
avvisa dei cominciare e del finire, e del muoversi lento e dell'andar veloce.
Tal dunque è il viver nostro: non dico sol quanto al vivere chi più e chi manco
battute, finendo alcuni in pochi dì la lor parte, mentre altri la durano i
novanta e i cento anni; ma altresì quanto a gli avvenimenti, sì di natura e sì
ancor di fortuna. Chi va alto e chi basso; chi canta solo o con pochi, e chi a
ripieno in turba; chi lungamente posa su le medesime note non mutando quasi mai
stato, e chi va su e giù, variando; uno ha de' sospiri – oh quanti! – un altro
appena mai s'interrompe; oltre al cambiare improvisamente tuono e passar d'un
allegro in un cromatico flebile e pien di durezze, ma anch'elle dipoi risolute
nelle lor convenevoli consonanze.
Ma io non mi vo' qui allargare più del bisogno,
con prendemi a raffigurare il viver nostro nella musica figurata,
riscontrandone ogni particolarità. Bastimi ritornarvi in memoria quel ch'io
diceva: che le parti non si formano quando elle si cantano, ma furon prima
disposte e tutte insieme accordate nella lor partitura dal componitore tutto
solo; il quale poi le dà a cantare, divise, e non sì che ognun si prenda qual
vuole, ma quella accetti che si conviene alla sua voce, contrasegnatagli nella
chiave. Or è da udirsi il testo di sant'Agostino, quanto copioso di parole
tanto ricco di sensi. Egli dunque, in una sua lettera a san Girolamo,
sodisfacendo ad una tal domanda: "Perché dà Iddio l'anima a que' bambini
che appena nati morranno?", dopo una non così universal ragione che ne
apporta, soggiunge: Possumus etiam recte illius moderationi ista relinquere,
quem scimus omnibus temporaliter transeuntibus rebus, ubi sunt etiam animalium
ortus et obitus, cursum ornatissimum atque ordinatissimum dare; sed nos ista
sentire non posse, quae si sentiremus, delectatione ineffabili mulceremur. Non
enim frustra per Prophetam, qui haec divinitus inspirata didicerat, dictum est
de Deo: "Qui profert numerose saeculum". Unde musica, idest scentia
sensusve bene modulandi, ad admonitionem magnae rei etiam mortalibus
rationabiles habentibus animas Dei largitate concessa est. Unde si homo
faciendi carminis artifex, novit quas quibus moras vocibus tribuat, ut illud
quod canitur decedentibus ac succedentibus sonis pulcherrime currat ac
transeat, quanto magis Deus, cuius sapientia, per quam fecit omnia, longe
omnibus artibus praeferenda est, nulla in naturis nascentibus et occidentibus
temporum spatia, quae tamquam syllabae ac verba ad particulas huius saeculi
pertinent, in hoc labentium rerum tamquam mirabili cantico, vel brevius vel
productius, quam modulatio praecognita et praefinita deposcit, praeterire
permittit!
Così egli, particolarmente del nascere e del
morire, sopra che solo avea bisogno di ragionare. Ma per la stessa cagione –
dell'universale e aggiustatissima armonia di ciò ch'è nell'ordine della natura,
già da lui fino ab eterno composta – si vuole ugualmente intendere di
quant'altro dicevamo recarsi alla podestà e all'arbitrio della fortuna. Ma che?
Dunque è da credersi che le dissonanze de' mali, che sì acerba e sì flebile ci
fanno esser la vita, siano elle altresì nell'original partitura di Dio note
segnatevi di sua mano? Ché quanto è delle consonanze, o voglia dire de' beni,
non è malagevole il crederlo: sì fattamente, che anche oggidì è cosa di molti
lo star fra questi due contrari perplesso e dire con Protagora, raccordato colà
da Boezio: Si quidem deus est, unde mala? Bona vero unde, si non est?
Chi così sente facciasi a considerar meco che, se la musica non si accorda
coll'argomento e non esprime il senso delle parole che canta, tanti solecismi
ella fa quante note. E vi parrebbe egli ben fatto rappresentare un Adamo
penitente, un Giobbe addolorato, un Saul furioso, un Ezechia moribondo, una
Abigail supplichevole, una Tamar piangente, con arie le più allegre e con
armonia la più dolce che far si possa? E dove, se non qui, han lor debito luogo
i semituoni aggiunti e i cambiamenti de' tuoni e le crudezze, con tutto l'agro
della musica? Dolce però al sano palato dell'orecchio, che mirabilmente ne
gode, non per istudio d'arte, ma per istinto di natura, a cui sopramodo piace
il convenevole e 'l ben ordinato. Or alla miserabil progenie d'Adamo, tutta in
lui peccatrice e per ciò odievole, rea e condannata a morte, parvi egli che
stesse bene dar la parte del vivere sì follemente composta che, come tuttavia
fossimo nello stato dell'innocenza, non v'entrasse altro che consonanze di
beni? E non anzi fu senno e buona arte del gran maestro Iddio tramescolarvi a'
suoi luoghi le dissonanze de' mali? E dov'egli è più ammirabile e più da
lodarsi, ivi gli sciocchi e gli empi oseranno metter la bocca e dubitar se vi
sia?
Così levato il pensiero a vedere sopra l'ordine
della natura la cagione de' mali giustamente dovutici, lievinsi altresì gli
occhi a mirare quel che pur è ordine e ci sembra disordine nella natura. A che
fare, il dichiarerò con una saggia ponderazione di sant'Agostino. Fingetevi un
uomo scoppiato da mezzo il ventre d'un acero o d'un faggio: voglio dire, nato
ne' boschi, vivuto su le punte degli Apernnini, forestiere anco nelle foreste,
cioè sempre ramingo e con sol sé medesimo seco. Se avverrà che costui o da per
sé aggirando si abbatta, o altri scorgendolo il conduca, a vedere una città,
quel suo occhio in cui mai non entrarono a stamparsi altro che imagini rustiche
di boschi di roveri o d'abeti, di fiere salvatiche, di solitudini erme, di
caverne, di monti, al farglisi inanzi la sontuosità delle fabriche, il ben
inteso compartimento delle piazze e delle vie, il ricco vestire, il gentile
usare degli abitanti e la gran dovizia d'ogni bene all'uman vivere conveniente,
credia noi che non glie ne parrà sì bene che, per di sasso ch'ei sia, pur non
prenda d'uomo almeno la maraviglia? Or gli si presenti a vedere alcuna cosa
delle arti, delle quali mai non vide né magistero né opera, e lascia via da
parte le più nobili e le più ingegnose: entri nella più che altro spelonca d'un
fabbro, tutta affumicata e caliginosa, e vi ci vegga, colà un gran paio di
mantici, qui una smisurata ancudine, e a lei sparsi per attorno martelli qual
più e qual meno pesanti, e su la fucina tanaglie, e qui morse, qui scarpelli e
lime e che so io? Egli, a che servano quegli ordigni nol sa, ma tace, ammira e
non condanna: ché dove egli osservò tutto il rimanente della città andar così
ben regolato, il natural suo discorso, per di poca attitudine ch'egli l'abbia,
pur gli dice che non può farsi altrimenti che quivi altresì non si operi a
disegno. Quegli dunque dover essere strumenti e ingegni adatti ad alcun lavoro
dell'arte. E facciamo che il vegga. Mettasi a rinfocare una informe massa di
ferro nella fucina: ecco spartiti gli uffici, e i mantici scambievolmente levarsi
e far, di quell'aria onde a vicenda si gonfiano, un soffio uguale per cui, in
brieve, il fuoco d'una piccola brace, spargendosi, ad una gran massa di carboni
s'avventa e gli avviva; e il ferro infra essi, messovi freddo, rigido,
indomabile, quanto s'infuoca tanto s'ammorbida e intenerisce. Indi eccogli
l'uso delle gran tanaglie che l'addentano e, trattolo della fucina, il portano
a domar su l'ancudine: e quivi i martelli, girati con bell'ordine, a batterlo e
foggiarlo, fino a condurlo a ciò che l'intelligenza del mastro, nella cui mente
è l'arte, vuol divisarne. Ma percioché su l'ancudine il ferro sol si dirozza e
non vi prende – ma accenna un non so che mal disegnato – la forma a che vuol
condursi, trattone, si consegna alle morse e alle lime, più o men ruvide e
scabre, che tutto diligentemente il ricercano, il figurano, il nettano, fino
anche a dargli pulimento, brunitura e lustro. Or se avverrà che costui, tornato
al suo primiero abitare nelle foreste, vegga un denso e scuro avviluppamento di
nuvoli in aria, e ne senta romoreggiare i tuoni e spirare impetuosi soffi di
vento e caderne giù piogge e grandini e lanciarsene folgori e saette, io non so
s'egli avrà portato seco dalla città tanto di buon discorso che si raccordi de'
mantici, della fucina, dell'ancudine, de' martelli e del lavoro che vide
uscirne per mano de' fabbri; e dove egli pure intende il mondo andar tutto con
ordine regolato, almen come poco dianzi osservava in quella città bene
amministrata, argomenti quel che si fa colà dentro a' nuvoli dover egli altresì
essere opera d'arte, e aver dentro il maestro che v'assiste e lavora: e 'l suo
lavoro non dover esser fattura inutile, ma richiesta al bene dell'universo. Ma
che che sia di colui, nato ne' boschi e allevato senza coltura d'uomo non che
di saggio, e però scusabile se non saprà accozzar tanti pensieri al discorso
che faccia il sopradetto riscontro; indegni sia noi di chiamarci uomini, se la
ragion non ci scorge né pure a tanto che intendiamo esser lavori di Dio ancor
quelle opere di natura che ci riescon nocevoli e dannose: né gl'incendi, le
inondazioni, le sterilità, le pestilenze, i tremuoti, i turbini, i diluvi, le
gragnuole, i fulmini, per dir solo de' generali, prodursi e operare, non dico
senza niuna saputa e consentimento, ma senza espresso volere di Dio; peroché faciunt
verbum eius, ed egli loro assegna i punti del nascere, i luoghi da
infestare, gli spazi fin dove stendersi, il quanto, né più né men, danneggiare.
E che altro vuol dire quel vocavit famem super terram, se non ch'ella
tanto sol viene quanto è da lui chiamata? Quasi fames esset aliqua persona
– dice sant'Agostino – dicta est vocata, ut adesset, quae iam fuerat in
occulta eius gubernatione disposita. E come già Pompeo il Grande suggellò
le spade nelle guaine a' soldati che andavano in Sicilia, per sicurarsi che tra
via non ruberebbono il paese, così, per modo di dire, anche Iddio, quando non
gli è in piacere che le creature al viver nostro dannose ci offendano. Ma non
traia più avanti il promessovi di sant'Agostino: Si intrares – dice egli
– in officinam forte fabri ferrarii, non auderes reprehendere folles,
incudes, malleos. Et da imperitum hominem nescientem quid quare sit, et omnia
reprehendit. Sed si non habet peritiam artificis, et habet saltem
considerationem hominis, quid sibi dicit? Non sine causa hoc loco folles positi
sunt: artifex novit quare, etsi ego non novi. In officina non audet vituperare
fabrum, et audet vituperare in hoc mundo Deum! Ergo quemadmodum ignis, grando,
nix, glacies, spiritus tempestatum, quae ficiunt verbum eius, sic omnia quae
vanis videntur in natura temere fieri, non faciunt nisi verbum eius, quia non
fiunt nisi nutu eius. Quanto poi alle private sciagure di ciascuno, saravvi
egli bisogno di particolar ragione in pruova ch'elle altresì gli vengono
inviate da Dio per fini a lui ben conti, che vale tanto come dire giustissimi?
Egli non gitta le sue saette alla ventura, colgan cui colgono: le indirizza al
bersaglio e ne ferisce determinatamente chi vuole. E qui vi sovvenga in buon
luogo di Filippo Macedone, a cui mentre faceva di sé gran pruove in battaglia
sotto Metone, venne di colà entro una freccia e gli si piantò di posto in un
occhio. Chi non l'avrebbe detto un colpo di fortuna, cieca al vedere dove tira,
già che nelle mischie di guerra le saette non s'appuntano al segno? Ma a questa
confittagli nell'occhio si trovò scritto in su la canna: Astero, al re Filippo:
in un occhio. Or altrettanto si troverebbe in quelle con che Iddio ci colpisce,
di qualunque fatta elle siano; e noi sciocchi maladicia la Fortuna, com'ella
fosse l'arciera e noi il suo bersaglio. Non così Giobbe, che alle tante saette
che gli piagavano il corpo, sembrava, per così dire, un istrice, né per ciò mai
si diruppe in quegli sciocchi lamenti che noi facciamo: sapendo egli da che man
gli venissero e, come anch'egli il leggesse scritto in ciascuna d'esse, diceva:
Sagittae Domini in me sunt.
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