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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO DECIMOQUINTO
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CAPO DECIMOQUINTO

L'astrologia indovinar talvolta il vero, perché sempre giuoca ad indovinare.

 

Come dunque indovinano secondo i veri princìpi dell'arte, se l'astrologia non è arte che abbia veri principi per indovinare? Questo è il loro invincibile argomento: il loro Achille, fatato fuor che sol nelle piante, perché si tiene in su 'l falso; ma spiantarlo e ferirlo non pare ad essi che niuno mai l'abbia potuto né il possa. Ben a mal partito e stranamente perplessi si truovano, dimandati: perché dunque non indovinano di sé stessi? Non erano astrolaghi e maestri nell'arte que' tanti che Tiberio gittò a rompicollo giù dallo scoglio di Rodi, predetto a lui l'imperio cosa lontana ad avvenire, e non accorti a vedere il presente lor precipizio? Oh, quanto ben cade qui l'aforismo di Celso, medico fin de' tempi d'Augusto: Scorpio sibi ipse pulcherrimum medicamentum est. A guarire i trafitti e avvelenati da gli astrolaghi non v'ha rimedio più sicuro degli astrolaghi stessi, schiacciati come questi di Tiberio sopra le lor medesime predizioni. Che ben mostrano quel che sappiano delle cose altrui da quel che non sanno delle loro medesime. Ma forse a' meschini in quegli smisurati movimenti de' cieli non si facea visibile quel brevissimo moto che li dovea portare dalle cime al piè d'una rupe, e sfracellar su le pietre e sommergere in mare. Pure il vide Trasillo, e tutto misvenuto e tremante il confessò a Tiberio: non però il vide in cielo, ma in terra, come l'accorta volpe d'Esopo, osservando le orme de' suoi compagni tutte volte in verso la rupe, et vestigia nulla retrorsum. Rispondono i valent'uominí (mirate sottigliezza d'ingegno) che ognun nascendo porta l'istoria della sua vita in figure celesti, descrittagli su la schiena: perché, essendo elle cose da avvenir dietro al nascere, non bene starebbono disegnate d'avanti e in petto, come presenti. Per ciò poter essi leggere le altrui: le proprie no, se non se per miracolo diventassero uomini di due volti, come Giano,

 

solus de superis qui sua terga videt,

 

Ma i più rispondono altramente, che l'amor di sé stessi intorbida lor la veduta, o l'altera sì, che nel giudicare delle cose proprie traveggono. E non hanno amore a' figliuoli, a gli amici, che metta lor negli occhi queste traveggole e questi panni di scurità? Come dunque ad essi più che a gli altri tritano minutamente le nascite e profetizzano risoluto?

 

Ma eccovi (come disse quella sapientissima vergine, disputante contro a' matematici nel convito di san Metodio) un nuovo argomento, cioè un nuovo tormento, da costringere l'astrologia a confessare la verità, che è l a vanità de' suoi indovinamenti. Cardano, un de' sopramastri dell'arte, confessa che delle quaranta predizioni, avvegnaché fatte da' più intendenti e pratichi nel mestiere (or che sarà degl'ignoranti, che son quasi tutti?) non ne tornan vere le dieci. Favorino giura che, delle mille, appena una infelice se ne imbrocca: ed è vero, non delle universali indefinite, facilissime ad accommodare, ma delle particolari individue, miracoli a rinvenire. Ma noi, a far discretamente, mettianci fra il troppo e il poco di questi due, l'uno avversario, l'altro difensore dell'astrologia, e dianle che di cento predizioni se ne avverino tre, e siano anco cinque: per l'altre abbian licenza d'ingannarsi e ingannare; e come già gli efori, senatori di Sparta, oltraggiati da una insolente brigata di giovanastri forestieri, che poi si fuggirono, risaputone il paese natio, decretarono e ne uscì legge: Chiis Spartam venientibus, permissum est agere impudenter: così i matematici abbiano impunità, delle cento volte che profetizzano, mentirne le novantacinque. Or io dimando: non procede l'astrologia ne' suoi giudìci con intendimento e con regole d'arte? Non ne vantano maestri d'eminentissimo grado, sacerdoti, filosofi, re? Non se ne mostrano le osservazioni d'oltre a quattrocento sessantacinque mila anni prima che Iddio mettesse mano a creare il mondo? Ché da tanto addietro, secondo il creder loro, fioriva l'astrologia in Egitto, cioè da tanto avanti che vi fosse il cielo e le stelle, e il moto e il tempo, e gli uomini e la natura. Finalmente, non se ne serbano i volumi, tramandati fedelissimamente per mano da gli avoli a' nipoti? E di tante predizioni se ne avveranrade? Con tanto indovinare sì poco s'indovina? Perché altro, se non sol perché s'indovina? E l'arte è una fantasticheria, e gli avveramenti un caso? Non intendo comprendervi le infermità e talvolta anco la morte, agevole a seguirne: ché ben può abbattersi un tale accozzamento di stelle che, per lo smoderato gittar qua giù d'alcuna lor rea qualità, guastino un corpo già per distemperamento di sanità fatto patibile a quella nuova e nocevole impressione: parlo degli avvenimenti fortuiti, parlo delle azioni, o schiette libere o miste, se non in quanto l'alterazione de' quattro umori può inclinare alle operazioni loro connaturali; parlo, e molto più, di quelle che sormontano l'ordine della natura: e di tutte l'astrologia fa presagi, perché di tutte ha osservazioni e aforismi; ond'ella, o è tutta vera, o tutta falsa, mentre co' medesimi princìpi in tutto indifferentemente si regola.

 

Or mento, se io non dimostro che l'indovinare per arte dell'astrologia non è altro che indovinare a caso. E primieramente do sicurtà la mia fede sopra il seguente fatto, sì come quegli che posso farne testimonianza indubitabile ad ogni pruova. Un giovane, ito ad apprender leggi in una delle più celebri Accademie d'Italia, dove fra valenti uomini in ogni altra professione di lettere fioriva altresì un eccellente astrolago – per la felicità del predire, in venerazione e in creditoinvogliato di sapere qual fosse il destino della sua vita avvenire, gli di è i l punto fisso in che nacque, a farvi sopra quel maraviglioso lavoro, tutto di punti in aria, secondo il magistero dell'arte. Formossi la nascita in figure e, con bastevole numero d'accidenti riscontrati con le loro cagioni rettificata, si procedé al rimanente delle predizioni. Miracolo! Quanto negli anni addietro era intervenuto al giovane, il valente maestro glie lo indovinò, sì distinto ogni cosa a' suoi tempi e sì particolarizzato di circostanze, che più non potrebbe se fosse non astrolago, ma profeta o testimonio di veduta. Con ciò, le cose predettegli in avvenire furono allo scolareindubitabili come gli erano le passate. Quinci non so bene a quanto, tornatosi alla patria e cerco nel libro delle memorie di casa e dimandato a' suoi padre e madre, si trovò, fuor d'ogni dubbio, nato un anno prima di quel ch'egli credeva; e, per conseguente, con tutt'altra positura di cielo, configurazioni e significati di stelle da quelle su le quali messer l'astrolago gli avea indovinato il preterito e profetizzatogli l'avvenire. E s'avverò il detto di sant'Ambrogio, che per l'incertezza del punto in che altri nacque, il più delle volte interviene, de altero quaeritur, et alterius genitura proponitur. Or non fu questo operar secondo i princìpi dell'arte, e nondimeno fu egli altro che indovinar senz 'arte? O ciò per isventura è stato accadimento sol d'una volta, e così da non valersene a far eccezione o pregiudicio all'arte? Me ne richiamo alla pruova: che dando a giudicare sopra due punti del vostro nascimento, l'un de' quali sia desso il vero, l'altro a grande spazio di tempo lungi dal vero (tanto sol che l'astrolago non risappia chi voi vi siate) riusciranno avverate altrettante predizioni del vero quante del falso. E forse che la sì ricantata e celebre nascita d'Ottaviano Augusto non ha valentissimi autori fra sé in lite, a diffinire s'ella portasse in oroscopo il Capricorno o la Vergine, od anche il Granchio, sei interi segni lontano dal volgarmente creduto? Come pare ad alcuni doversi all'emendazione de' tempi allora intolerabilmente scorretti. Ma che che sia di ciò, non vedia noi ogni , dato il vero punto a diversi astrolaghi, formarsene la prima pianta della nascita diversamente, a cagione de' vari modi che ve ne ha, e delle tavole che, chi le une e chi le altre, adoprano a calcolare, con diversità fra loro di ben due e tre gradi: il che quanto diversa materia dia di giudicare secondo le direzioni, sallo chi ne pratica l'arte. E pur ciò nulla nuoce all'indovinar talvolta, così gli uni come gli altri, avendo ognun la sua maniera per l'ottima, a pruova d'avveramenti.

 

E questi poi son quegli scrupolosissimi intorno a gli scrupoli del tempo; quegl'incontentabili, non che sottili, in pesarlo su la bilancia d'Ermete, aggiungendo e levando ore, fino a rinvenir quel desso indivisibil momento in che lo strolagato finì d'esser fuori del ventre materno: peroché, allora solo, le stelle come ferro caldo lo stampano, o come cera molle il suggellano degli aspetti onde poi, secondo essi, è immutabile la fortuna. E pure, com'io diceva, chi di loro si vale d'una e chi d'un'altra maniera nell'erezion delle nascite; e al calcolare i moti delle stelle inferiori chi adopera queste tavole e chi quelle, avvegnaché v'abbia fra loro divari rilevanti: e tutti similmente indovinano. Al contrario, fate che due gemelli sortiscano vita, morte e fortuna e, come essi dicono, destino, l'un dall'altro sì svariato qual l'ebbero Esaù e Giacobbe, de' quali questi, nascendo, plantam fratris tenebat manu, talché amendue quasi unus infans in longum prolixior nasci videbatur: e quanto ebber fra sé contrarie, non che sol diverse le sorti! Il primo a nascere, diseredato; il secondo, antipostogli per industria della madre; l'uno salvatico, l'altro gentile; l'uno armigero e cacciatore, l'altro pacifico e armentiere. Esaù, di costumi come di corpo, ferino; Giacobbe, tutto avvenente e umano. Per rispondere a ciò, gli astrolaghi corrono ad aggirarvi con la ruota del vasaio, la quale da Nigidio, quinci sopranomato il Figolo, mentr 'ella rapidamente voltava fu segnata con due prestissimi tocchi di mano i quali, di poi fermatala, dimostrò l'uno grande spazio lungi dall'altro; e soggiunse: "Sic in tanta caeli rapiditate, et si alter post alterum tanta celeritate nascatur, quanta rotam bis ipse percussi, in caeli spatio plurimum est". Quod figmentum (soggiunge sant'Agostino) fragilius est quam vasa quae illa rota finguntur. Conciosiaché, quantunque ad ogni minima particella di tempo corrisponda colasù in cielo una grandissima differenza di moto, egli non per tanto non è qui giù sensibile, non che possente, a tramutarci d'una in altra fortuna: altrimenti, ove le congiunzioni e i sestili e i quadrati e i trini e le opposizioni non fossero esattamente partili, fin ne' minuti e ne' secondi, egli non avrebbon la forza che lor si , eziandio se eccedenti o manchevoli in uno e due gradi. E poi, dove son tavole di qualunque sia peritissimo calcolatore le quali battano sì per appunto all'indivisibile, che a statuire, secondo i lor canoni, le positure e gli angoli del primo cielo e i luoghi propri de' pianeti, non si dilunghin dal vero a spazio di tempo incomparabilmente maggiore di quello che tramezza il continuato nascere di due gemelli? Il dicano gli eclissi del Sole e della Luna, ne' cui cominciamenti e fini miracolo è trovare, eziandio fra valentissimi astronomi, due che non discordino anche talvolta d'un terzo e d'una metà di ora, quanto sarebbe di vantaggio al nascere di dieci gran Polifemi, se tutti insieme fossero in un ventre e ad un portato. Il dica la pazza testa di Giorgio Giovachimo Retico, che trovò il cervello che non avea, quando gli fu cozzata e infranta al solaio e al pavimento dal nero Genio che chiamò ad insegnargli come comprendere l'incomprensibile moto di Marte. Il dicano le non ancor da niuno ben divisate e intese teorie dell'andar di Mercurio, poco men che invisibile per lo pochissimo dilungarsi che fa dal Sole i cui raggi, oltre a' vapori dell'orizzonte, cel rubano alla veduta. E nondimeno un sì notabil divario da' veri punti dove si alluogano i pianeti, com'è necessario che siegua dal non saperne infallibilmente i moti, gli astrolaghi, che nel partorir de' gemelli tanto schiamazzano sopra un mezzo minuto, nol recano a niun pregiudicio de' giudìci che formano nello squadrar delle nascite. Per tanto, si tam multum in caelo interest quod constellationibus comprehendi non potest, ut alteri geminorum haereditas obveniat, alteri non obveniat, cur audent ceteris, qui gemini non sunt, cum aspexerunt eorum constellationes, talia pronuntiare, quae ad illud secretum pertinent, quod nemo potest comprehendere et momentis adnotare nascentium? Che díre poi della moltitudine oltre numero grande delle particolarità possibili ad osservare in qualunque sia nascita? Peroché v'ha segni terrestri, aquatichi, aerei e focosi: maschi e femine, semplici e doppi, sterili e fecondi, umani e animaleschi, mansueti e fieri, nocevoli e innocenti, d'una e di più nature congiunte, di mezzo corpo e d'intero. Vi son gli amanti fra loro e gli odiosi, e quegli che scambievolmente s'accolgono o ributtano, crescono o rintuzzano la virtù dei pianeti che si alloggiano in casa. Osservasi il gittar dell'ombre in contrario, il rimirarsi d'occhio amichevole o in traverso, il congiungersi e 'l disunirsi. V'ha maggiori e minori fortune e infortuni, oroscopo, mezzo cielo e profondo, angoli e case e cadenti e succedenti, e tavola di fortuna, e capo e coda di Dragone (che sono i nodi eclittici), carpenti, gaudi, dominatori e signorie, promettitori eàrbitri, esaltazioni, detrimenti, assedi, combustioni, andar conseguente o retrogrado: differenza appresso gli astrolaghi di sì grande importanza, che v'ha di loro chi al maggiore infortunio, Saturno, non forza di nuocere se non quando è retrogrado; e 'l diducono dalla falce attribuitagli con tal mistero: che com'ella tronca e ricide sol quando è retrograda, cioè in quel mezzo circolo che il segatore fa tornandola in dietro dalla destra alla sinistra sua parte, così Saturno è tagliente e dannoso sol in quel mezzo circolo del suo epiciclo in cui si volge addietro, quasi contrario a sé stesso. Talché la cagion del suo nuocere non saran quelle maligne qualità che provengono dall'eccessivo suo freddo, ond'è il figurarlo in gran barba canuta e decrepito, ma l'attossicarsi e l'invelenire, per rabbia del doversi muovere a ritroso contra sua voglia. Or che sarà di Marte, quanto per natura focoso tanto facile ad avvampare in isdegno e divenir più nocevole di Saturno? E qual Musa, delle nove che voltano i cieli, ha rivelato a gli astrolaghi che punto men naturale e proprio sia il muoversi de' pianeti quando intorno al medesimo centro s'aggiran retrogradi, che diretti? Ma torniamo alle contate diversità. Quantus nominum, tantus ineptiarum numerus, in vece di mortium, che disse colui per epifonema al registrar che avea fatto i nomi delle più velenose serpi dell'Africa. Or questa moltitudine e varietà di princìpi diversamente e spesso l'uno in distruzione dell'altro operanti, con ogni poco d'industria che s'adoperi in accozzarli, fa straveder per modo che non v'è menzogna, o sia per dottrina dell'arte o per idiotaggine del maestro, che non appaia in abito di mistero; peroché, o avviene che il pronosticato si avveri: e se ne mostra il perché, nella casa, nell'aspetto, nel significatore che il prometteva; o fallisce: e si ha pronto alla mano un de' tanti contrari che s'intramette e distempera le influenze, e annulla ciò che il benefico o malefico presagiva. Perciò anche i più accorti nel lor predire caminano o su per l'universale, secondo il consiglio di Tolomeo, o tentoni e, quanto il più possono, ambiguo e sospeso: Non enim, disse di lor Favorino, comprehensa neque definita neque percepta dicunt, sed lubrica et ambagiosa coniectatione nitentes, inter falsa atque vera pedetentim, quasi per tenebras ingredientes eunt; et aut multa tentando incidunt repente imprudentes in veritatem, aut ipsorum, qui eos consulunt, credulitate ducente, perveniunt callide ad ea quae vera sunt.

 

Han poi, oltre a ciò, uno scampo dove, convinti avvegnaché mai non confessi rei di falsità, si riparano e son franchi: cioè le nascite universali, al cui più forte destino convien che le fortune de' particolari soggiacciano. Imperoché, domandate loro come mai s'accordano a navigare insieme novecento, mille e più passeggeri, quanti tal volta ne trasportano d'Europa in India le gran caracche, o quattro e sei mila, tra schiavi, marinai e soldati, che in uno stuolo di galee s'ingolfano ad alto mare e, per tempesta che gli strovolge o gitta a rompere incontro a scogli, tutti in brieve ora profondati, periscono? Eran questi malnati tutti nati ad un medesimo punto e sotto una medesima configurazione di stelle? Anzi, perché indubitatamente non l'erano, e secondo le nascite di ciascuno dovean vivere in avantaggio e correre varie fortune e usciur del mondo per vie l'un differentemente dall'altro, come avviene ora che tutti insieme annegando si bevano una medesima morte? Altrettanto vuol dirsi d'ottanta, cento o più mila abitatori subbissati improviso entro una voragine apertasi per tremuoto, o diroccata addosso ad una gran città una fenditura di monte che sfracelli e sepellisca vivi i suoi cittadini. Rispondono che la sventurata nave si varò in tal punto, e in tal altro si fondò la città: che quella le stelle a ciò possenti la destinarono a commergersi, questa a sprofondare; e i passaggeri dell'una o gli abitatori dell'altra, co' minori loro destini, soggiacevano a quel maggiore. Or vadano gli strologati a promettersi, per dire sol di questo, vita e morte, quanta e quale lor prenunziò l'indovino. S'egli non hanno, per riscontrarle con le lor proprie, ancor le nascite delle navi e delle città e d'ogni altro particolare edificio, sacro e profano, publico e privato, proprio e d'altrui (peroché anch'essi nel punto del gittar che si fece ne' fondamenti la lor prima pietra, secondo i costoro insegnamenti, sortirono la fortuna dovuta a gli aspetti del cielo che in quel momento correvano), chi li sicura dall'annegare, o dal rimanersi infranti sotto le rovine delle pareti e del tetto, il cui tenersi o cadere in tal punto è opera delle stelle?

 

E qui sovverrà forse anco a voi quel che a me viene in pensiero, di chieder a gli astrolaghi co 'esser può che uno stuolo di cencinquanta, ducento e più legni da traffico, da guerra, da corso (quanti ne truovo, non negli antichi istorici solamente, ma nelle fresche memorie de' nostri tempi, combattuti in mezzo all'oceano da una insuperabil burrasca, rotti e messi in fondo) nati nel ventre a lontanissimi arsenali, varati in diversissimi tempi e sotto punti di stelle affatto in fra loro dissimili, nondimeno tutti indifferentemente s'accordano ad incontrare una medesima fortuna di vento e di mare, a perire in una medesima ora, a rimaner sepelliti in un medesimo fondo? Io, per me, non so indovinare, né spero udir risposta più conseguente a' loro princìpi, che dicendo quel pelago esser dominato in tal punto da un così fatto abbattimento di stelle, che il fa possente a sforzare e sottomettersi i particolari destini degli sventurati legni, allora incontratisi a solcarlo. Ciò che altresì vorrà dirsi delle campagne, dove tutto un esercito, messo al taglio delle spade de' vincitor, si rimane preda degli avoltoi e de' lupi. E altresì delle selve, de' monti, delle foreste e de' campi, dove quanti v'ha che sortirono al nascere una configurazione di stelle possenti a farli gran prìncipi, gran capitani, gran letterati, e pur tanto altramente riescono, boscaiuoli, caprai, bifolchi, agricoltori, villani? Ma, non più di questi increscevoli vaneggiamenti di che quella negotiosissima vanitas, come san Basilio chiamò l'astrologia, ha pieni i libri e 'l cervello per far riuscir vera l'osservazione d'Ippocrate che l'imaginarsi di correr dietro alle stelle, effetto di cervello riarso, è indicio di frenesia.

 

His omnibus consideratisconchiude sant'Agostinonon immerito creditur, cum astrologi mirabiliter multa vera respondent, occulto instinctu fieri spirituum non bonorum, quorum cura est has falsas et noxias opiniones de astralibus fatis, inserere humanis mentibus atque firmare, non horoscopi notati atque inspecti aliqua arte, quae nulla est. E vaglia il vero, grande oltre modo e sicuro convien dire che sia il guadagno che in perdimento delle anime traggono i mali Spiriti da questa nocevole curiosità: tante e in sì svariate maniere diverse sono l'arti, che hanno inventate, d'antivedere e predir le cose avvenire. E primieramente i tuoni, interpretati come espresse voci del cielo per istruzion della terra, osservandone le destre parti o le sinistre onde venivano, lo spazio più o men da lungi, lo scoppiar tutto a un colpo o a poco a poco. Con essi, il pazzo andar delle strisce de' lampi, come cifere di gran mistero, scritte in oro e significanti secondo le varie lor figure e le plaghe del cielo dove apparivano. {D}e' fulmini creduti annunzi de' consigli di Dio, udite come ne parla lo Stoico: quod futura portendunt nec unius tantum aut alterius rei signa dant, sed saepe longum fatorum sequentium ordinem nuntiant, et quidem decretis evidentibus longeque clarioribus quam si scriberentur. Poi le viscere delle bestie vittimate; e la specie, e 'l numero, e 'l volato, e 'l diverso beccare, e 'l cantar degli uccelli: tutte parti dell'agurio, studiatissime dalla Toscana, e da Roma in ciò sua discepola, che ne avea maestri uomini stimatissimi, e volumi di osservazioni fin da' secoli più antichi; e miracolo era, se il miracolo del predire secondo i precetti dell'arte non riusciva. Èvvi anche il vario colorirsi e dibattere delle fiamme, le salite e gli ondeggiamenti del fumo, lo scintillare delle lucerne, gli aggiramenti dell'acque ne' gorghi e le figure del ghiaccio; e quel di che v'ha tuttavia professori e libri che ne insegnano i misteri: le macchie dell'ugne, i monti e le linee delle mani, della fronte, delle piante de' piedi; le fantasie de' sogni, i numeri del proprio nome, i punti nel casual gittamento de' dadi, e che so io? Tante maniere v'ha di palesar l'occulto, di prevedere il lontano, di saper certo il libero, di rivelare il futuro? E può trovarsi uomo che abbia viva in capo scintilla di lume al natural discorso, e si persuada che tanto caglia a Dio il farci senza niun degno pro antivedere le buone e le ree nostre venture, che quante son le maniere da indovinare tante porte egli s'abbia fatte in petto dove solo è l'infallibile conoscenza dell'avvenire, e date le chiavi d'aprire e balia d'entrarvi ad una feccia d'uomini, non so se più empia che ignorante? E pure elle son tutte messe in tal forma che sembrano arti: han princìpi stabili, osservazioni antiche, aforismi, e regole universali: e indovinano particolarità e circostanze tanto individue, che l'astrologia ne perde. Or s'elle non son cosa di Dio, anzi, se apertamente combattono la providenza di Dio e tirano a disertarla, traendone le libere disposizioni a necessità di destino e a violenza di stelle, di cui altro sono elle fatture che de' demòni? Ma che? dunque a' demòni è presente l'ordine delle cose avvenire, ed eziandio delle libere e contingenti sanno il come e il quando de' loro accadimenti? No: altrimenti, que' fra loro dottissimi, l'Ammone, il Trofonio, il Delfico, il Pithio, e gli altri che presiedevano a gli oracoli, non avrebbono rendute le risposteavviluppate, sì ambigue e da non potersi interpretare al vero, fuor che sol da' successi: e questo altresì è un fortissimo laccio che strozza l'astrologia. Conciosiaché, se le stelle avessero negli aspetti figurato a presagio del futuro, chi meglio il comprenderebbe che i demòni? Non dico per ciò che ne videro sì da presso i moti e ne misurarono le distanze e gli spazi nel precipitar che fecero giù dal cielo: ma per l'eccellenza del natural loro ingegno, in che a mille doppi sopravanzano il nostro; e per l'osservare che potrebbono aver fatto dal primo nascer de' tempi per fino ad ora. E se fingessimo che lor non soffera il cuore di metter gli occhi in cielo, per la troppo odiosa e dolente memoria d'esserne rovinati, non potrebbono farsi astrolaghi, indovini e profeti su i libri degli astrolaghi? Come dunque, interrogati dell'avvenire, rendean quelle artificiose risposte di due contrarie facce, a fin che non loro ignoranza, ma poco avvedimento de' ciechi interpreti paresse il non apprendersi a quella delle due che di poi il successo avverava.

 

Or come non per tanto ispirino a gl'indovini alcuna volta il vero, eccone alcuni modi. Dispositiones Dei, dice Tertulliano, et nunc Prophetis concionantibus excerpunt et lectionibus resonantibus carpunt. Ita et hinc sumentes quasdam temporum sortes aemulantur divinitatem, dum furantur divinationem. Anzi, anco il dire che da' buoni angioli rubino alcun segreto di cui poscia si vagliono a far gli astrolaghi indovini, difendesi coll'autorità di sant'Agostino; avvegnaché egli adoperi più sovente questa seconda ragione: darsi da Dio, in pena dell'umana curiosità, licenza a' demòni d'operare alcun effetto che poi spirino all'indovino: ed egli il predice, ed avverrà perch'essi l'opereranno. Per ciò, aliquando nefarii spiritus ea quae facturi sunt velut divinando praedicunt. Oltre a questo, come i demòni delle cose infra l'ordine della natura sono intendentissimi e ottimamente discernono a che sian per condurre le tali e le tali altre disposizioni di qualunque suggetto, posson farne pronostichi eziandio da gran tempo inanzi: e il farli riscontrare all'astrolago con alcuna configurazione di stelle è agevolissimo, secondo quel che avanti ne dimostrammo. In fede di che, mi sovviene d'un'ottima osservazione di san Pier Crisologo, sopra il lunatico invasato dal male spirito, di cui scrive l'evangelista san Marco: ed è, che il malizioso demonio indugiava a tormentarlo fino a certi punti di Luna, affinché, essendo allora il corpo di quell'infelice più secondo natura disposto ad alterarsi, sembrasse effetto della Luna quel che veramente era di lui. Così è, dice egli: aut humanae naturae, aut caelestis elementi, Daemon, quod suae artis fuerat, voluit tunc videri: aptans Lunae cursibus hominis passiones. Vexabat ergo corpus lunaribus incrementis, ut esse Lunae crederent, quod erat diabolici criminis et furoris. La quale, se anche sol de' mali del corpo è finissima ribalderia, quanto maggior dovrà dirsi di quegli dell'anima, che ufficio de' diavoli è con ogni arte loro possibile procurar che ci avvengano! E quanti v'ha uomini di perdutissima coscienza, a' quali, per consentire a qualunque sia atroce misfatto, altro più non bisogna che averne di fuori l'occasione, e dentro la suggestione? E 'l presentar l'una e metter l'altra è molto agevole a' demòni Così può francamente profetizzare l'astrolago quello in che gli spiriti suoi colleghi hanno sì gran potere a far che poscia intervenga. E mancano aforismi universalissimi per li quali il giudiciario riuscirà veritiere, di qualunque gran ribalderia pronostichi ad alcuno? Come a dir quello, d'aver Marte in opposizion partile coll'ascendente. Così quel che sarà operazion de' demòni, parrà violenza, o almeno impression delle stelle: e in predirne gli astrolaghi, come fossero effetti d'esse, sì abbominevoli sceleratezze, magnam caelo faciunt iniuriam (disse sant'Agostino) in cuius clarissimo senatu ac splendidissima curia opinantur scelera facienda decerni: qualia si aliqua terrena civitas decrevisset, genere humano decernente, fuerat evertenda.

 

Conchiudo ogni cosa con un atto di sdegno, ma preso in prestanza da Seneca, che n'è pieno; e acconciamente il rivolgo sopra coloro che tanta fede prestano all'astrologia e delle sue predizioni, come non fossero indovinamenti ma profezie, si conturbano. Non apparisce, dice egli, cometa in cielo, non si fan per riflesso di nuvola due Soli, non s'accende alcuna esalazione un poco durevole in aria, che il mondo non isgomenti e tema, credendolo esser pronostico di qualche universale sciagura: et cum timendi sit causa nescire, non est tanti scire, ne timeas? Chi vuol perdere ogni credito all'astrologia e farsi impossibile il temerne, come senza qualche segreta assistenza degli spiriti di sotterra possa indovinar nulla di certo fuor che solo nelle universali alterazioni degli elementi e de' corpi che di lor si compongono, spenda alcun brieve tempo in istudiarla; ch'ella ha questo infallibile effetto in chi tien dramma di senno: quanto più è intesa, tanto meno esser creduta, sì deboli e da per sé rovinosi sono i fondamenti su' quali ella sostiene la gran machina di tutte le cose avvenire, e sì a capriccio e fuor d'ogni convenevolezza e ragione sono le fantasie, ch'ella suppon verissime, delle nature, del sesso, delle nemicizie, de' gaudi, della podestà, e di quant'altro ella sogna delle quarantotto costellazioni e de' dodici segni, non del naturale e vero, ma del fantastico suo zodiaco: fino a dare efficacia, per grandissime operazioni, a' due segamenti dell'eclittica e del circolo deferente della Luna, che van col terribil nome di Capo e Coda del Dragone, avvegnaché ciò in verità non sia altro che cosa puramente imaginaria, come altresì la tanto adoperata Parte della Fortuna.

 

E se gli astrolaghi trarran fuor del sepolcro Lucio Bellanzio, un de' primi maestri dell'arte, che atterrò e infranse (dicono essi) le dodici machine degli altrettanti libri che quella Fenice degl'ingegni, il Pico Mirandolano, scrisse contro all'astrologia giudiciaria, e le atterrò e le infranse con un soffio, predicendo a lui la morte, che si avverò l'anno 1494, trentesimoterzo dell'età sua, voi, o il crediate o no, traetene altresì Luca Gaurico, astrolaghissimo, il quale d'un principe italiano, ucciso a coltellate da' suoi medesimi sudditi, lasciò scritto che di tal morte le stelle, in verità, non ne seppero nulla: onde non fu possibile prevederla per via di stelle, mercé de' suoi peccati, che furono il violento e maligno quadrato di Marte, che il di è a morire di ferro. Anzi contro a quantunque esser possano i lor presagi avverati, con che solo si studiano di parer veritieri, usate voi saggiamente la risposta con che il pazzo Diagora si levò di dosso chi gli provava Nettuno esser vero Iddio, perché, mirasse (dicea colui) quante tavolette pendevano nel suo tempio, appiccatevi per le mura in voto da quegli che invocandolo eran campati dall'imminente naufragio. "Tu di' vero" ripigliò sorridendo Diagora "E' son venuti qua a sciorre il voto i campati dall'affogare in tempesta, perché gl'invocanti indarno Nettuno, e nondimeno affogati, non son potuti venire". Mostrano tutto baldanzosi gli astrolaghi certe lor poche predizioni, Iddio sa come avverate, perché d i queste sole serban memoria e le mettono publico: dove le innumerabili non avverate si sepelliscono in fondo alla dimenticanza. Parlano di Nerone e contano la famosa predizione fattane ad Agrippina, dell'imperio e del parricidio, ma taccion di Claudio, antecessor di Nerone, quel che Seneca ne fa dire da Mercurio alle Parche: Patere mathematicos aliquando verum dicere, qui illum, postquam princeps factus est, omnibus annis, omnibus mensibus efferunt. Esaltano il predicimento verificato in Ottaviano Augusto, ma non raccordano i falliti in Giulio Cesare antecessore d'Augusto, né in Pompeo, né in Crasso, tutti e tre morti di ferro, l'uno a mano di congiurati, l'altro di traditori, il terzo di barbari in battaglia. Quanto chiari e provatissimi aforismi professa d'aver quest'arte per antiveder nelle stelle, o violente di natura o maligne d'aspetto, tali disavventurate uccisioni? E nondimeno, quante volte ho io sentito – dice M. Tulliopredire a gli astrolaghi, di tutti tre, neminem eorum nisi senectute, nisi domi, nisi cum claritate esse moriturum! Ut mihi permirum videatur quemquam extare qui etiam num credat iis quorum praedicta quotidie videat re et eventis refelli. E di somiglianti predizioni fallite ve ne ha a mille, per una delle avverate. Ma il pochissimo che se ne vede fa parer la lor arte una vera divinità, dove il moltissimo che non se ne vede la mostrerebbe una verissima vanità.

 




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