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CAPO DECIMOSESTO
Il laccio alla gola dell'ateo bestemmiatore.
Come i bruti animali così anche i vizi hanno i
lor mostri: e sono certe enormissime pravità per cui la natura né intera ha
forme con che stamparli, né corrotta ha materia di che produrli. E come i
mostri se ne rimangono colà dove nascono, nelle diserte arene dell'Africa, non
veduti se non cerchi, così ancor questi, consapevoli dell'esecrabile cosa che
sono, si nascondono, quanto il più possono, nella solitudine e s'intanano nel
segreto; né di più penetrante saetta avvien loro d'esser feriti che dello
sguardo degli uomini, quando lor si mettono in veduta, traendoli in publico.
Così già il filosofo Arcesilao, incaricato di una obbrobriosa soma di
contumelie da Antagora, uomo di sozzissima lingua, e non rimanendosi il villano
di seguitarlo con più ingiurie che passi, quegli, senza mai nulla rendergliene
in risposta, sel tirò dietro sino in piazza: ché l'accecato dall'ira non se ne
avvide, se non quando si vide addosso un popolo d'inaspriti e frementi al
sentire un sì, degno filosofo sì indegnamente trattato.
Ma di quante sceleratezze abbia il mondo, come
non ve n'è niuna più mostruosa, così anche niuna che più tema del publico che
l'ateismo. Per ciò se David volle sentirne venas susurri, bisognò che
furtivamente si facesse alla porta del cuore dell'ateo e a uno spiraglio d'essa
mettesse quell'orecchio che sente anche il silenzio. Quivi udì bisbigliare in
consiglio segreto i pensieri dell'empio, nel dibattere che facevano la
quistione se v'è Iddio. Chi sostenesse in contradittorio la parte del sì, se la
coscienza col suo dettame, se la natura col suo vero principio, se la filosofia
col suo discorso, se l'autorità con le sue testimonianze, egli nol potè vedere:
peroché, spentovi il lume della ragione, si disputava allo scuro. Ben udì in
fine la pazzia che, battendo le mani e schiamazzando per allegrezza, definì
come conchiuso, Ma sotto voce, quel che dovea tenersi, cioè: Dixit insipiens
in corde suo: "Non est Deus". Il che detto, incontanente l'infame
sala di quel cuore peggio che bestiale si consagrò, dice il Crisostomo, in un
tempio all'empietà, senza altro mettervi ad adorare che un mattone di loto,
intagliatovi a grandi lettere: Non est Deus.
Or chi vuol prendersi a dimostrare a questi non
favolosi Ciclopi d'Euripide che v'è il sole al mondo, e tanti testimoni ne ha
quanti raggi a lui escon del volto e a noi il portan negli occhi, se han due
incurabili estremità d i male, esser ciechi, e imaginarsi d'aver mille occhi?
Diagora, un de' più famosi maestri dell'ateismo, trasse, avanti la statua di
Giove fulminante, un ribaldo suo servidore che gli mentiva un furto commesso
veggente lui medesimo; e costrinselo a scongiurar Giove, per quanto gli era in
pregio l'onore della sua divinità e della imperial sua corona e cara infra noi
la fedeltà e la giustizia, che, s'egli mentiva negando il furto, il battesse
morto di fulmine a' suoi piedi: e poiché il ribaldo toccò le sacre cose e
profeti e due e tre volte ripeté il tremendo scongiuro, né per ciò cadde morto,
né Giove si mosse più che una statua, sclamando in vano Diagora e chiedendo,
come colà appresso il poeta:
Audis,
Iuppiter, haec, nec labra moves, cum mittere
vocem
debueras vel marmoreus vel aeneus?
anzi, scoccare un fulmine, non gittare un grido;
ma né pur questo udendosi, altro non bisognò a Diagora per darsi convinto a
credere, non una statua non poter essere Iddio, ma Iddio non essere altro che
una statua. E da quel punto in avanti, per fin che visse, non vi fu peso
d'autorità né forza di ragione possente a farlo ravvedere; parendogli il
ravvedersi un volontario accecarsi, negando a' suoi occhi medesimi quel che, né
anche traendolisi, non poteva far sì che non l'avesser veduto. Così
quell'altro: "Quanti v'ha" disse "qui in ipso Capitolio
fallunt, et fulminantem periurant Iovem". Per ciò egli altresì non
riconobbe altro Dio che il mondo e la natura, intesa a tutt'altro che a dispor
delle cose umane. Or, avvegnaché i più ostinati, e per ciò più malagevoli a
rimettere in istrada, sien quegli che danno a guidare l'intelletto alla
volontà, cioè la potenza veggente alla cieca, il che è ordinario degli atei,
che nel vivere da animale han perduto il discorrer da uomo, pur nondimeno egli
si vuol fare come il sole, ch'entra eziandio negli occhi a' ciechi; onde poi,
del trasviarsi e inciampar ch'essi fanno, tutta a sè attribuiscono la cagione,
non a lui, quasi o non sia in cielo o non ne venga a scorgerli fino a terra. E
per cominciare dalla ragione: nel dimostrare con irrepugnabile evidenza esservi
Iddio, i savi in ragion naturale e divina han gareggiato, pare a me, con quella
felicità d'ingegno che già Apelle e Protogene, nel tirare quegli in prima senza
aiuto di regolo, per su una tavola ignuda, una dirittissima linea di non so
qual colore e strettissima, e di poi questi, in mezzo a lei, d'un altro colore,
un'altra più sottile, ma nondimeno spartita in lungo da Apelle con una terza,
già non più capevole, per la sua sottilità, d'una quarta che la rigasse: opera
di sì gran pregio, come ne scrive l'istorico che la vide, che placuit sic
eam tabulam posteris tradi: omnium quidem, sed artificum praecipue miraculo.
Chi dunque adopera la concatenazione de ' moti, i quali, salendo su per essi,
dall'infimo mosso e non movente conducono al supremo movente e non mosso, ch'è
Iddio; chi l'intrecciamento e l'ordine delle cagioni, le quali necessità vuole
che finiscano in una prima che non riceva l'essere da verun 'altra, ma l'abbia
essa per sé medesima, cioè per necessità di natura, onde per conseguente sia
eterna; chi dal puramente passibile, ch'è la materia, sale al puramente agibile
e immateriale: e così altri, per altre vie tenendosi, il pruovano speditamente;
se non forse in quanto il voler ciascuno che la via scelta o spianata da lui
sia la più diritta e la più agevole, il fa non so se trovare o mettere ingombri
con che s'impacciano le altrui. A me niuna ragione sembra o più chiara a
vedere, o più possente a convincere, d'una la quale truovo caduta, quasi ad un
medesimo tempo, in mente ad alquanti valentissimi ingegni della nostra età; ed
è in brievi parole: non è impossibile per ripugnanza di veruna imaginabile
contradizione un tal sommo ente ideatoci nel pensiero, in cui concorrano tutte
e sole quelle semplicissime perfezioni le quali, come proprie di Dio, a lui
degnamente si attribuiscono e confanno; e discorrasi per la semplicità
dell'essere, per l'eternità, per la sapienza e l'immensità e l'onnipotenza e
tutte l'altre simili perfezioni convenienti a formarsi in mente l'idea d'un
primo e sommo ente: di tutte ugualmente s'avvera, niuna, né quanto a sé sola,
né in risguardo dell'altre considerata, involgere contradizione o ripugnanza
che renda impossibile a lei l'essere e a quel sommo ente l'averla; ma di queste
una è anco l'esistere, cioè l'essere in atto: adunque quel sommo ente, in cui
tutte le sopraccennate perfezioni concorrono, cio è Iddio, veramente esiste; e
sol in questo è necessario il conchiudere dal possibile il difatto. Anzi,
percioché impossibile non che indegno del primo e perfettissimo ente è l'avere
un esistere separabile e avveniticcio, tal che il debba o il possa ricevere per
estrinseco producimento d'altra virtù necessariamente superiore (il che la
ripugnanza stessa de' termini contradittori, al concedere e negare il medesimo
supponendol primo, dimostra non poter cadere in pensiero altro che ad un
forsennato), dunque in Dio è necessario che l'esistere sia la medesima cosa
coll'essere; ma l'essere, come dicemmo, non involge niuna impossibilità: dunque
Iddio di fatto necessariamente esiste. E dica pur quanto sa, non che il Sisifo
del Poeta Euripide (già che egli, per non bere alla tazza di Socrate la cicuta
degli Areopagiti in Atene, mise in bocca ad un empio favoloso quel ch'egli,
vero ateo, si nascondeva nel cuore), ma tutto insieme Diagora, Teodoro,
Prodico, Evemero, Bione, Crizia, Protagora, Epicuro, e quanta è tutta in un
corpo la greggia degli ateisti, mai non sarà che spengano una scintilla del
troppo evidente chiaro di questa irrepugnabile verità: anzi ella farà di loro,
primogeniti tra' figliuoli delle tenebre, quel che Teodoreto disse aver fatto
il Figliuol di Dio con gli iddii del paganesimo: omnem illorum coetum, non
secus ac noctuarum catervam, iustitiae sol exoriens, in tenebras ire coegit.
Alla sommessa e piana voce della ragione succeda
in dar testimonianza dell'esservi Iddio l'universal grido di tutte insieme le
nazioni del mondo: la quale è un'armonia tanto più concertata quanto più
dissonante, accordandosi la diversità di tutte le lingue degli uomini, e
costumati e barbari, e colti per iscienza e rozzi, e in mille altre guise
contrari, ad intendere senza maestro e confessare senza ambiguità esservi
Iddio; avvegnaché poi, nel rappresentarlo, pochi abbiano lo specchio della
mente sì piano e terso che il figuri qual veramente egli è: ma chi d'un solo ne
fa molti, e divide l'indivisibile; chi dà membra di corpo materiale al puro
spirito; chi ne figura il ritratto e fa veder l'invisibile: e così altri, in
altre guise formandolo, più o meno il disformano. Come gli aghi della calamita,
stornati dall'attrarli che a sé fanno le diverse qualità magnetiche della
terra, dal lor vero punto del polo si sviano, dove assai e dove poco e in certi
pochissimi luoghi niente, tutti però verso lui mirano, peroché tutti, per
istinto di natura, quasi dissi l'intendono e, quanto il più posson diritto, a
lui si rivolgono con la punta, così le menti umane a Dio: non v'è né ignoranza
né errore che affatto ne le distorni, sì che mai il perdano di veduta,
avvegnaché qual più e qual meno imbrocchi il segno e 'l conosca non isvariando
dal vero. E datevi pure – dice Plutarco – a girar per attorno tutta quanta è l
a terra: ben avverrà che troviate città senza mura, senza teatri, senza reggie,
senza academie, senza re né forma di governo civile; e adunanze d'uomini, per
la barbarie men che mezzi uomini, privi d'ogni coltivamento di lettere, d'ogni
regola di buon costume, d'ogni amistà e commercio, rozzi, alpestri,
intrattabili; ma niuna tale adunanza, né fra le più abbandonate solitudini, né
su le più inaccessibili punte dell'alpi, v'avverrà di trovare che non abbia
religione e Dio; e per lui giuramenti, e a lui voti, offerte e preghiere e
sacrifici e solennità e cerimonie e misteri: imo, soggiunge egli, citius
videatur mihi civitas sine solo, quam respublica, opinione ex toto de Diis
sublata, constitui vel durare posse constitutam. Mercé che la notizia
dell'esservi Iddio è, come disse Tertulliano, animae dos a primordio, né
si acquista per fatica di studio, ma per eredità di natura; e per essere in
questa parte teologo basta esser uomo: ché, stampata in noi con indelebil
carattere, l'imagine viva di Dio non ci lascia ignorare del tutto l'originale,
di cui ella è copia e noi ritratto. Da questo universal consentimento di tutte
le nazioni del mondo, adoperato altresì da Platone nel libro decimo delle sue
Leggiin pruova dell'esservi Iddio, veggasi quanta ragione avesse il Crisostomo
d'esclamar contra il pazzo allora che dentro lo scelerato suo cuore proferì:
"Non est Deus". Non est Deus? – dice egli – Et quomodo omnis lingua hominis Deum nominat? Falluntur
ergo omnes hominum myriades, quae Deum esse dicunt, et solus insipiens reputat
se verum dicere, qui solus ita mentitur? Et qui quinque vel septem testimonia
vult in testamentis evertere, per consensum reprobatur ac reiicitur, quando
iudicat veritas: publicam autem totius orbis et universam mundi linguam solus
vult insipiens evertere? La qual ragione è di troppo più peso e forza che altri per
avventura non imagina: conciosia che quel ch'è innato a tutta indifferentemente
una specie e perpetuo in lei dal suo primo essere fin per tutto il suo durare,
questo è istinto di natura, la quale negli universali princìpi, or sian
dell'intendere o dell'appetire, mai non si truova fallibile. Così l'avere
ognuno inclinazione al bene che convenientemente al suo essere si confà, così
l'approvar come giustissimo il non fare altrui ciò che altri per sé non
vorrebbe, e somiglianti, de' quali nasce maestro così il barbaro e l'alpigiano
come il dimestico e 'l civile, uomo non s'è trovato sì incredulo e contumace
che non gli accetti come princìpi naturali, sopra la cui rettitudine e verità
pazzia sarebbe il contendere e non indursi a crederli, se non gli si pruovano
con evidenti ragioni. Or a questo dell'esservi Iddio (comunque poi se ne formi
l'idea, più o men somigliante al vero, secondo la diversa attitudine de'
soggetti) qual parte manca di quelle che si richieggono ad essere puro
principio di natura? Quisquamne est hominum – dice Arnobio nelle sue Disputazioni
contro a' gentili – qui non cum istius principis notione diem primae
nativitatis intraverit? cui non sit ingenitum, non affixum, imo ipsis pene in
genitalibus matris non impressum, non insitum, esse regem ac dominum cunctorum
quaecunque sunt moderatorem?
Se già, percioché v'ha degli ateisti che niegano
o degli empi che strapazzano Iddio, non paresse da dirsi universale, e però non
degno d'annoverarsi fra ' princìpi che si han per istinto di natura; e non si
truova uomo che non li si porti fin dal ventre materno scritti indelebilmente
nell'anima. Ma se ciò è da concedersi, sarà altresì da negare poco men che
tutta la legge naturale: conciosiaché in quanta più moltitudine son coloro che
con un principio d'essa ne distruggono un altro, e dell'appetire il proprio
bene si vagliono a fare altrui quel che per sé non vorrebbono? Per ciò v'ha
corsali e ladroni e ingannatori e politici che non riconoscono altro onesto che
l'utile, e fino della religione si servono a guadagno. Ma se egli possono
contrafare alle leggi della natura,possono anco distruggerle e cancellarlesi
affatto dal cuore? Posson rendersi mutola la coscienza allo sgridarli,
perch'essi le si rendono sordi a sentirla? Niente più al certo che trasformarsi
d'uno in altro essere: e divenir bestie nella natura, perciò che le
assomigliano nel costume. Altrimenti, mai non tornerebbono uomini, come pur al
continuo tanti che si ravveggono, e con diporre a forza di coscienza il vivere
animalesco che usavano, mostra ch'egli era, non che accidentale, ma contrario
alla natura. E in verità, chi spiasse ben dentro al cuore degli empi, vi
troverebbe l'ateismo natovi non di generazione, per discorso di mente, ma di
putrefazione, per ribaldaria di costumi. Così ateista era Bione filosofo, ma
sol per fino a tanto che, preso da una mortale infermità, quasi messo al
tormento come testimonio falso, confessava il vero e, temendo la morte non men
che amando la vita, preghiere e voti offeriva a Dio, riconoscendolo solo
possente a rimetterlo in sanità. Stultus, dice saviamente l'istorico,
qui mercede voluit deos esse: quasi tunc dii essent, cum illos esse Bion
arbitraretur. E così avviene alla più parte de' somiglianti a lui: far la
natura ne' gran bisogni uno sforzo e, come le lucerne allo spegnersi, splender
più chiaro, sì che l'intelletto, non mai del tutto cieco alle prime e
semplicissime verità, vegga esservi un sommo e possente, ove il voglia, a
sovvenirci d'aiuto. Ma quanto bene starebbe il fare anco ad essi quel che
Erofilo a Diodoro Crono? Costui, fosse ostinazione o pazzia d'ingegno che vel
traesse, dava un gran che fare a' filosofi del suo tempo, provando, con uno al
creder suo insolubile argomento, il muoversi da luogo a luogo, ancorché paia,
non essere; anzi esser del tutto impossibile. Percioché – diceva – l'animale e
'l sasso o che che altro sia, nel muoversi che fa, o egli è dov'è, o dove non
è: se dove egli è, non si muove; se poi dove non è, adunque egli sarà per
tutto, fuor che solo dov'è. Così disputando, il misero un dì cadde, e tal diede
uno stramazzone in terra che gli si dislogò una spalla, e gli fu mestieri della
presta mano d'Erofilo, gran notomista e medico in cirugia. Ma questi, come
chiamato a curare un ch'era stolto niente meno che storpio, fattosi inanzi a
Diodoro, negò di volere adoperar seco l'arte e gittar la fatica ove non n'era
bisogno: percioché, quanto a cotest'osso – diceva – nel dislogarsi che fece, o
egli era dove era, o dove non era; e qual delle due si fosse, ne traeva
ugualmente impossibile quello essersi mosso. Dunque, a che far di lui per
ritornargli un osso colà onde mai non sera partito? E strillando tra per dolore
e per rabbia Diodoro, e proseguendo a stringerlo Erofilo e mostrarsi convinto
da quel suo insolubile argomento, tanto il tenne in ispasimo che gli curò prima
il cervello, e poi la spalla. Or se Iddio, al sentire degli atei, non v'è,
perché pur l'invocano infermi? E se v'è, perché il niegano sani? Se non perché
sani son pazzi e infermi ricovrano il giudicio della natura. Come ordinario è
avvenire de' veramente pazzi, che in appressarsi alla morte non pochi d'essi
ritornano in buon senno, peroché i l prima distemperato lor cervello per
eccessivo calore e siccità, co' pochi spiriti che gli salgono in quell'estremo
si riduce a convenevole temperamento.
Resta ora a sentire il terzo testimonio in
pruova dell'esservi Iddio; anzi, a dir vero, un mondo intero di testimoni, cioè
quante nature e quante lor parti individue contiene quest'universo: le quali
tutte, accennando chi lor di è il principio all'essere, la durazione al
conservarsi, il moto e la virtù all'operare, e il legamento alle assolute e
l'ordine alle diverse e la varietà alle simili e la pace alle discordi, e a
tutte la proporzione, la dipendenza, l'armonia, la bellezza, gridano ch'elle
non son nate di sé medesime, né da sé han preso luogo nel mondo, né hanno
attrattive l'una dell'altra per cui senza niun vincolo concatenarsi, né
intelligenza per divisarsi e comporre di sì contrarie parti un tutto sì ben
inteso; né concordia per unirsi ad operar tutte insieme a un sol fine, operando
ciascuna diversamente secondo il suo naturale istinto. Esservi dunque, prima
che nulla fosse, una mente in cui si modellò in pura idea il disegno d'una
machina così ben congegnata, così varia e rispondente nell'ordine delle sue
parti. Esservi un braccio di forza nulla men che infinita, sì come possente a
trar del puro nulla ch'ell'erano e sostenere, perché non vi ricadano, tante e
sì diverse nature, e avvegnaché la più parte manchevoli ne' loro individui,
nondimeno, per sempre nuova sustituzione al perduto, perpetue. Esservi una
bellezza esemplare da cui poter ricavare innumerabili copie, che tutte sian fra
loro diverse e nondimeno tutte a lei simili: tutte ritratti del medesimo
originale, ma, non che niuna esprimerlo al naturale, neanche in menoma parte
l'adombrano. Esservi un monarca di sovrano imperio, che ad una sì gran
republica di nature e sì varie e sì numerose presieda, e lor dia legge per cui
tutte si rendano al suo volere ubbidienti, fra loro stesse in accordo, per noi
continuo in opera: e le lor leggi sia il solo invisibil suo cenno, ma tale
ch'eziandio le insensibili cose il sentano e senza intendimento l'intendano.
Così elle. Né a me sodisfà, ancorché paia dir molto, l'eloquentissimo Arnobio
nel sopraccennato libro: Ipsa denique hiscere si animantia muta possent, si
in linguarum nostrarum facilitatem solvi: imo si arbores, glebae, saxa, sensu
animata vitali, vocis sonitum quirent et verborum articulos integrare, ita non
duce natura et magistra, non incorruptae simplicitatis fide, et intelligerent
esse Deum, et cunctorum Dominum solum esse clamarent? Conciosia che pure il
facciano: che se in noi sono altri orecchi che quei che hanno anco le pecore,
v'è ben anche altro suono e vi sono altre voci da farsi udire in silenzio alla
mente, la quale, come insegna Platone, sola è conoscente dell'artificio delle
cose, sola abile a goder delle proporzioni, sola perita a giudicare della
bellezza: e dal magistero dell'opere sa argomentare la qualità del maestro. Per
ciò appresso lei, habet Deus testimonium (come disse Tertulliano) totum
id quod sumus et in quo sumus. Costringiamo ora per ultimo a comparire in
giudicio tutta insieme la turba degli atei, e veggiamo se non riuscirà vero il
detto del grande Atanagi che, senza noi dir parola, ipsa rerum natura
quodammodo contra illos exclamat ostenditque suum conditorem ac dominum atque
opificem Deum. E in ciò fare imiteremo il Crisostomo, il quale, afferrato
ne' capegli quel pazzo che disse in corde suo: "Non est Deus",
gli fa, mal suo grado, levare il volto in contro al cielo, poi tutta a parte a
parte riguarda la natura, e" Che te ne par?" dice " Non est
Deus?" Non v'è architetto? Insipiens. Come dunque si è formata
e come si tiene in piè salda incontro al consumo de' secoli questa immensa e
proporzionatissima fabrica dell'universo? Chi ha gittate queste immobili
fondamenta della terra, sostenute da uno indivisibil punto? Chi v'ha incavate
dentro le prigioni de' venti e dell'acque in tante grotte e caverne, dove gli
uni si chiudono e l'altre s'adunano? Chi v'ha spianato sopra questo sì vario e
sì bel pavimento che noi calchiamo? Chi ha divisa la parte sua più nobile in
tanti piani quante hanno sfere i cieli e, qual più qual men alto secondo il
giusto dovere, collocativi i pianeti? Chi v'ha aperte le finestre alla luce
colà in oriente? Chi giratavi sopra l'immensa volta di quel bellissimo cielo
stellato, tutto in aria pendente e reggentesi sopra sé stesso? È egli nato da
sé questo mondo? O è spuntato pien d'innumerabili forme dall'informe materia? O
hallo edificato il caso, artefice senza arte di opera sì artificiosa? E quando
mai vedestu nascere dalle sassose viscere delle montagne un palagio, un teatro,
un tempio, composto, ripartito, adornato col più regolato ordine
dell'architettura: con atri e portici, e partimenti di sale e camere, abbellito
di colonnati e fregi e cornici, e pien di statue moventisi e vive?
Non est Deus? Non v'è ingegnero? Insipiens.
Talché i pianeti, que' vastissimi corpi, si saran levati da per sé i n alto, e
senza niun bisognevole ordigno si terran colasù l'un sopra l'altro sospesi, e
quelle immense lor ruote si saran di per sé congegnate, e quelle gran machine
quante ne son dal sommo all'infimo cielo, da lor medesime si volgeranno? E con
che ordine, con che varietà, con che inviolabil costanza in andar tutte a
regola, in tanta nondimento apparente irregolarità! S'io gittassi ben centomila
ruote in un mucchio, ne vedrestu mai accozzarsi né pur quattro o sei in un
corpo e organizzarsene un oriuolo che misuri il tempo a giustissimi spazi, né
mai cambi tenore o si logori e sconcerti? O crederai bisognarvi la mente d'un
ingegnero all'idea e la mano d'un artefice all'opera di comporle insieme e
concatenarle, e i diversi lor moti rattemperare in uno che nella loro
disugualità riesca uguale? E le scene de' teatri, vedestile tu già mai muoversi
di per sé a tempo conveniente, e le regie divenir boscherecce, e queste civili
o marittime, quando il richieggono i recitanti? E 'l mondo ben quattro volte
l'anno su i cardini dell'eclittica muterà scena, cambiandosi le stagioni
opportunamente al bisogno della natura, e non vi sarà chi dia loro il tempo al
moto e il moto a tempo, né a sì grande opera soprantenda?
Non est Deus? Non v'è agricoltore? Insipiens.
Chi dunque ha rivolta la terra a sì differenti plaghe del cielo, a sì diverse
guardature del sole, perché ogni generazione di piante abbiano convenevole
temperamento all'aria e al terreno dove allignare? E le montagne magre e
asciutte per lo discorrimento dell'acque, e le valli ove scolano grasse e
ubertose, e le colline e i prati e i distesi piani delle campagne, tutto sì ben
in acconcio alle selve, alle vigne, a' pascoli, a' seminati. Chi lor conduce e
dirama le acque da irrigarle, facendo serpeggiare per tutto i fiumi, e, perchè
non allaghino e covino con distruzione delle campagne, derivandoli in mare? Chi
trae di sotterra e per occulti canali e acquidocci mena le fontane a scaturire
fin su le punte de' monti e spandersi per li lor dossi, con piccolo ma perpetuo
innaffiamento? Chi raccorcia e chiude tutto un grand'albero dentro al ventre
d'un invisibil seme? Chi gl'infonde quella virtù che il forma, quell'anima che
l'avviva, quel latte che il sustenta bambino, fino a crescerlo a corpo e
statura più che di gigante? Chi loro insegna gittar da sé le foglie e
spogliarsi ignudi il verno, tutto il calor vitale traendosi alla radice, quasi
nulla curando di tramortir nelle membra purché vivan nel cuore; onde poi, fatto
il ciel più mite, torna a diffondersi il calore e gli spiriti e la virtù
produttrice, e tutto l'albero si rinchioma e ringiovenisce? Chi sopra rozzissimi
tronchi innesta rami sì variamente fruttiferi? E de' fiori, chi ne divisa le
spezie? Chi ne figura i corpi? Chi ne organizza le membra? Chi ne stampa in sì
svariate maniere le foglie? Chi tesse loro gli scarlatti, le porpore, i
bianchissimi lini e per fin l'oro filato onde più di qualunque re pomposamente
si vestono, e a ciascuno il suo proprio drappo, la sua particolar divisa? E
que' soavissimi odori che spirano, chi gli ha distemperati e macinatili sino a
ridurli a quella insensibile sottigliezza per cui, svaporando, possano sì
largamente diffondersi?
Non est Deus? Non v'è cocchiere? Insipiens.
Andranno i carri del Sole e della Luna, quello sempre su la medesima
carreggiata, questa per diversissime vie senza però mai trasviarsi, girando
attorno la terra, e non v'è chi li conduca n è guidi? Non v'è chi tenga in
briglia il mare e affreni que' suoi schiumosi e indomiti cavalloni, tal che mai
non sormontino i liti e scorrano per su la terra? Chi dà le mosse a' trentadue
venti da altrettanti punti dell'orizzonte e, sì come han più o meno allentate
le redini, or piacevoli or furiosi li guida, gli uni a portar da lungi le
nuvole, gli altri a risospignerle e sgombrarne il sereno?
Non est Deus? Non v'è dipintore? Non v'è scultore? Insipiens.
E pur compartono a tutta la terra la luce il dì, e l'ombre la notte. Il cielo
poi, chi lo smalta di quel bellissimo azzurro del suo sereno? Chi tinge il mar
tranquillo in tanti colori senza verun colore? E l'aurora in oriente, non v'è
chi la minii, ed è in volto sì bella? Né chi indori le nuvole? Né chi così
perfettamente a compasso giri in circolo l'iride e la colorisca? Né chi dipinga
le penne a gli uccelli e il fiore alle peonie, alle rose, a' tulipani, a'
gigli? Tante figure poi d'animali, d'uccelli, di pesci, di rettili, oltre
all'uomo, tutte d'invenzione, tutte mirabilmente proporzionate di membra e
adattissime a' ministeri dell'anima, non sono idee di scultore intendentissimo
dei disegno, non son lavoro di mano maestra nell'operare? Chi vide mai
generarsi e nascere una statua morta dentro le vene de' marmi? Fattura d'arte
non si fa senza artefice: e fattura d'arte non sono le innumerabili statue vive
di che è sì pieno il mondo, tal che non abbisognin d'artefice a formarle?
Non est Deus? Finianla. Non v'è alchimista? Insipiens.
Chi dunque fermenta la terra entro alle viscere delle montagne e la trasforma
in oro e argento e in tanti altri metalli onde s'empiono le miniere? Chi
impasta e assoda e dà la tintura alle gioie, e rubini e smeraldi e zaffiri e
tante altre care pietre ne forma? Chi congela le acque in cristalli e le
affissa, già più non solubili al fuoco? Chi dà il minerale alle acque e tien
sempre vivo sotterra il fuoco in grado convenevole a riscaldarle, sì che
n'escan le polle qui tiepide e qui boglienti, al vario uso de' bagni? Chi trae
in alto per sublimazione i vapori? Chi li coagula in nuvole? Chi li precipita
in nebbie? Chi li fissa in grandini? Chi li distilla in piogge, e con una
perpetua circolazione torna il medesimo in sé stesso, rivolgendo l'acqua in
vapori e i vapori in acqua?
Ma egli non si vede quest'architetto, questo
ingegnere, questo agricoltore, questo cocchiere, questo dipintore e scultore,
questo alchimista, artefice di quanto è e di quant'opera la natura. Non
video, inquit; quid crediturus sum? Anima enim tua videtur, ut opinor. Stulte!
corpus tuum videtur; animam tuam quis videt? Cum ergo corpus tuum solum
videatur, quare non sepeliris? Et respondet (sapit enim adhuc): Quia vivo. Unde
scio quia vivis, cuius animam non video? unde scio? Respondebis: Quia loquor,
quia ambulo, quia operor. Stulte! ex operibus corporis agnosco viventem; ex
operibus creaturae non potes agnoscere Creatorem?
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