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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 1
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ATTO SECONDO

Scena 1

 

Poppea. Comun periglio oggi corriam; noi dunque

            oggi cercare, o Tigellin, dobbiamo

            comun riparo.

Tigellino.                     E che? d’Ottavia temi?...

Poppea. Non la beltà per certo; ognor la mia

            prevalse agli occhi di Nerone: io temo

            il finto amor, la finta sua dolcezza;

            l’arti temo di Seneca, e sue grida;

            e della plebe gl’impeti; e i rimorsi

            dello stesso Nerone.

Tigellino.                     Ei da gran tempo

            t’ama, e tu nol conosci? Il suo rimorso

            è il nuocer poco. — Or, credi, a più compiuta

            vendetta ei tragge Ottavia in Roma. Lascia

            ch’opri in lui quel suo innato rancor cupo,

            giunto al rio nuziale odio primiero.

            Questo è il riparo al comun nostro danno.

Poppea. Securo stai? non io così. — Ma il franco

            tuo parlar mi fa dire. Appien conosco

            Nerone, in cui nulla il rimorso puote:

            ma il timor, di’, tutto non puote in lui?

            Chi nol vide tremar dell’abborrita

            madre? di me tutto egli ardea; pur farmi

            sua sposa mai, finch’ella visse, ardiva?

            col sol rigor del taciturno aspetto

            Burro tremar nol fea? non l’atterrisce

            perfin talvolta ancor, garrulo, e vuoto

            d’ogni poter, col magistral suo grido,

            Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond’io

            capace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,

            le minacce di Roma...

Tigellino.                                 Ottavia trarre

            potran più tosto ove Agrippina, e Burro,

            e tanti, e tanti, andaro. A voler spenta

            la tua rival, lascia che all’odio antico

            nuovo timor nel core al sir si aggiunga.

            Ei non svelommi il suo pensier per anco;

            ma so, che nulla di Neron l’ingegno

            meglio assottiglia, che il timor suo immenso.

            Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.

Poppea. Sì; ma frattanto un passeggiero lampo

            può di favor sforzato ella usurparsi.

            Ci abborre Ottavia entrambi: a cotantira

            qual ti fai scudo? il voler dubbio e frale

            di un tremante signore? A perder noi

            solo basta un istante; a noi che giova,

            se cader dobbiam pria, ch’ella poi cada?

Tigellino. Che un balen di favore a lei lampeggi,

            nol temer, no: di Neron nostro il core

            ella trovar non sa. Sua stolta pompa

            d’aspra virtù gli incresce; in lei del pari

            obbedienza, amor, timor gli spiace;

            quell’esca stessa, ove ei da noi si piglia,

            l’abborre in lei. — Ma pur, s’io nulla posso,

            che far debb’io? favella.

Poppea.                                               Ogni più lieve

            cosa esplorar, sagace, e farmen dotta;

            antivedere; a sdegno aggiunger sdegno;

            mezzi inventar, mille a Neron proporne,

            onde costei si spenga; apporle falli,

            ove non n’abbia; quanta è in te destrezza,

            adoprar tutta; andar, venir, tenerlo,

            aggirarlo, acciecarlo; e vegliar sempre:

            — ciò far tu dei.

Tigellino.                    Ciò far vogl’io: ma il mezzo

            ottimo a tanto effetto in cor già fitto

            Neron si avrà; non dubitar: nell’arte

            di vendetta è maestro: e, il sai, si sdegna

            s’altri quant’ei mostra saperne.

Poppea.                                                           All’ira

            tutto il muove, ben so. Meco ei sdegnossi

            del soverchio amor mio poc’anzi; e fero

            signor già favellava a me dal trono.

Tigellino. Nol provocare a sdegno mai: tu molto

            puoi sul suo cor; ma, più che amor, può in lui

            impeto d’ira, ebrezza di possanza,

            e fera sete di vendetta. Or vanne:

            meco in quest’ora ei favellar qui suole:

            ogni tua cura affida in me.

Poppea.                                               Ti giuro,

            se in ciò mi servi, che in favore e in possa

            nullo fia mai ch’appo Neron ti agguagli.

           




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