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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 3
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Scena 3

           

Tigellino. Signor, deh, perché dianzi non giungevi?

            Udito avresti il singhiozzar di donna,

            che troppo t’ama. Aspra battaglia han mosso

            nel cor tenero e fido di Poppea

            dubbio, temenza, amore. Ah! puoi tu tanto

            affligger donna, che così t’adora?

Nerone. Cieca ella ognor di gelosia non giusta,

            veder non vuole il vero. Amo lei sola...

Tigellino. Gliel dissi io pur; ma chi calmar può meglio

            le fere angosce di timor geloso,

            che riamato amante? A lei, deh, cela

            quella terribil maestà, che in volto

            ti lampeggia. Acquetare ogni tempesta

            del suo sbattuto cor, tu il puoi d’un detto,

            d’un sorriso, d’un guardo. Osai giurarle

            in nome tuo, che in te pensier non entra

            di abbandonarla mai; che ad alto fine,

            bench’io nol sappia, in Roma Ottavia

            appelli; ma non a danno di Poppea.

Nerone.                                                           Tu il vero,

            fido interprete mio, per me giurasti.

            Ciò le giurai pur io; ma sorda stette.

            Che vaglion detti? Il novel che sorge,

            compiuto forse non sarà, che fermo

            fia d’Ottavia il destino, e appien per sempre.

Tigellino. E queta io spero ogni altra cosa a un tempo,

            ove mostrar pur vogli Ottavia al volgo

            rea, quanto ell’è.

Nerone.                                   Poich’io l’abborro, è rea,

            quanto il possa esser mai. Degg’io di prove

            avvalorare il voler mio?

Tigellino.                                             Pur troppo.

            Tener non puoi quest’empia plebe ancora

            in quel non cal, ch’ella pur merta. Ai roghi

            d’Agrippina, e di Claudio, è ver, si tacque:

            tacque a quei di Britannico: eppur oggi

            d’Ottavia piange, e mormorar si attenta.

            Svela i falli d’Ottavia, e ogni uom fia muto.

Nerone. Mai non l’amai; mi spiacque ognora e increbbe;

            ella ebbe ardir di piangere il fratello;

            cieca obbedir la torbida Agrippina

            la vidi; i suoi scettrati avi nomarmi

            spesso la udii: ben son delitti questi;

            e bastano. Già data honne sentenza;

            ad eseguirla, il suo venir sol manca.

            Roma saprà, ch’ella cessava: ed ecco

            qual conto a Roma del mio oprare io debbo.

Tigellino. Signor, tremar per te mi fai. Bollente

            plebe affrontar, savio non è. Se giusta

            morte puoi darle, or perché vuoi che appaia

            vittima sol di tua assoluta voglia?

            De’ suoi veri delitti in luce trarre

            il maggior, non fial meglio? e rea chiarirla,

            qual ella è pur, mentre innocente tiensi?

Nerone. Delitti... altri... maggiori?...

Tigellino.                                             A te narrarli

            niun uomo ardì: ma, da tacersi sono,

            or che da te repudiata a dritto,

            più consorte non t’è? Stavasi in corte

            l’indegna ancora; e dividea pur teco

            talamo, e soglio; e si usurpava ancora

            gli omaggi a donna imperial dovuti;

            quando già in cor fatta ella s’era vile

            più d’ogni vil rea femmina; quand’era

            già entrato in suo pensiero e il nobil sangue,

            e il suo onore, e se stessa, e i suoi regi avi

            prostituire a citarista infame,

            ch’ella adocchiando andava...

Nerone.                                               Oh infamia! Oh ardire!...

Tigellino. Eucero schiavo, a lei piacea; quindi ella

            con pace tanta il suo ripudio, il bando,

            tutto soffriva. Eucero a lei ristoro

            del perduto Nerone ampio porgea;

            compagno indivisibile, sollievo

            era all’esiglio suo;... che dico esiglio?

            recesso ameno, la Campania molle

            nelle lor laide voluttà gli asconde.

            Tra l’erba e i fior, di fresconda in riva,

            stassi ella udendo dalla imbelle destra

            dolcemente arpeggiar soavi note

            alternate col canto: indi l’altezza

            già non t’invidia del primier suo grado.

Nerone. Potria smentir di Messalina il sangue,

            chi d’essa nasce? — Or di’; possibil fora prove

            adunar di ciò?

Tigellino.                     Di sue donzelle

            conscia è più d’una; e il deporran, richieste.

            Detto io mai non l’avrei, se Ottavia mai

            avuto avesse l’amor tuo. Ma, stolto!

            che parlo? Ove ciò fosse, ove mertato

            ella avesse il tuo cor, non che mai farti

            oltraggio tal, pensato avrialo pure?

            Ragion di stato, e mal tuo grado, in moglie

            costei ti diede. Ella di te non degna

            ben si conobbe, e quindi il cor suo basso

            bassamente locò.

Nerone.                       Ma oscuro fallo,

            temo, che il trarlo a obbrobriosa luce...

Tigellino. L’infamia è di chi ‘l fece.

Nerone.                                               È ver...

Tigellino.                                                         Sua taccia

            abbia ognun dunque: ella di rea; di giusto

            tu, che senza tuo danno esserlo puoi.

Nerone. — Ben parli. In ciò, senza indugiar, ti adopra.

           




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