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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO QUARTO
    • Scena 1
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ATTO QUARTO

Scena 1

           

Poppea. Da me che vuoi?

Seneca.                                    Scusa, importuno io vengo:

            ma forse, io vengo in tuo vantaggio...

Poppea.                                                                       Or, donde

            tal cura in te dell’util mio? Mi fosti

            amico mai, né il sei? Cagion qual altra,

            che di volermi nuocere?..,

Seneca.                                                Giovarti

            mai non vorrei, per certo, ove non fosse

            misto per or di Ottavia il minor danno

            all’util tuo. Pietà della innocente

            illustre donna, amor del giusto, e lungo

            tedio d’ingrata vergognosa vita,

            parlar mi fanno: ad ascoltar ti muova

            tuo interesse, e null’altro.

Poppea.                                               Udiam: che dirmi

            puoi tu?

Seneca.            Che molto increscerai tu tosto

            a Neron, s’ei pur vede il popol fermo

            tenacemente in odiarti. Il vero

            ti dico in ciò: sai ch’io Neron conosco,

            Roma, i tempi, e Poppea.

Poppea.                                               Tutto conosci,

            fuorché te stesso.

Seneca.                                    Al mio morir vedrassi,

            s’io me pure conobbi. Odimi intanto,

            odimi, prego. — A tua rovina or corri

            col bramar troppo tu d’Ottavia i danni.

            Roma te sola e del ripudio incolpa,

            e dell’esiglio suo: se infamia, o pena

            maggior le tocca, ascritta a te fia sempre.

            Quindi l’odio di te, già grave, in mille

            doppi or si accresce, e il susurrare. Ancora

            spersa non è l’ammutinata plebe:

            ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno,

            ch’ella temer vie più si fa? Poppea,

            trema per te; che il tuo Nerone è tale

            da immolar tutto, per salvar se stesso.

            Esca è forse ad amore ostacol lieve;

            ma invincibile ostacolo, ben presto

            lo spegne in cor che non sublime sia.

            Or, non farti lusinga: assai più in conto

            (e di gran lunga) tien Nerone il trono,

            ch’ei non ti tiene. E guai, se a tale eletta

            lo sforza Roma.

Poppea.                       Ed io Neron più assai

            tengo in conto, che il trono. Ov’io credessi

            porlo per me in periglio... Ma, che narri?

            assoluto signor non è di Roma

Nerone? e fia ch’ei curi un popol vile,

            pien di temenza, che a Tiberio, a Caio

            muto obbedia?...

Seneca.                        Temerlo assai tu dei,

            se non fai che Neron per sé ne tremi.

            Osa pur, osa; il freno sol che avanza,

            togli a Neron; ne proverai tu prima

            i tristi effetti. Inutil tutto è il sangue,

            che alle fatali nozze tue fu sparso,

            se aggiunger v’osi oggi d’Ottavia il sangue.

            Mira Agrippina: ella il feroce figlio

            amava sì, ma il conoscea; né il volle

            mai dall’angoscia del rival fratello

            liberar, mai. Sua feritade accorta

            prevalse poscia; e il rio velen piombava

            all’infelice giovinetto in seno.

            Vana fu l’arte della madre; e il fio

            tosto ella stessa ne pagava. Allora

            di sangue in sangue errar vieppiù feroce

            Neron vedemmo. Ottavia or sola resta,

            freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma,

            e di Neron terrore. Ottavia togli;

            fa’, ch’ei di te sia possessor tranquillo;

            sazio tosto il vedrai. Cara ei ti tiene,

            perché a lui tante uccision costasti;

            ma, se un periglio, anco leggier, gli costi,

            spento è l’amore. Allor mercede aspetta,

            quella, onde avaro mai Neron non fia;

            a chi più l’ama più crudel la morte.

Poppea. Ecco Neron; prosiegui.

Seneca.                                    Altro non bramo.

           




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