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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO QUARTO
    • Scena 2
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Scena 2

           

Nerone. Perfido; ed osi al mio divieto?...

Poppea.                                                           Ah! vieni;

            vieni, ed udrai...

Nerone.                       Che udir? fra poco anch’egli

            la ragion stessa, che alla plebe appresto,

            udrà da me. — Ma, oh rabbia! ancor non cessa

            il popolar tumulto: i preghi chiusa

            trovan la via: verrà tra breve il ferro,

            e sgombrerassi ampio sentiero. Acqueta

            l’alma, o Poppea: domani al ciel risorte

            tue immagini vedrai: nel fango stesso,

            ma d’atro sangue intriso, strascinate

            vedrai le altrui.

Poppea.                       Che che ne avvenga, Roma

            sappia or da te, ch’io non ti ho chiesto sangue

            ad espiare il ricevuto oltraggio;

            benché a soffrir grave mi fosse. Ardisce

            pur crude mire la ria plebe appormi:

            e costui pure, il precettor tuo, m’osa

            ciò appor, bench’ei nol creda. Io te, mio primo

            Nume, ne attesto: il sai, s’altro ti chiesi,

            che l’esiglio d’Ottavia. Erami duro

            vedermi innanzi ognor colei, che s’ebbe,

            non lo mertando, il mio Neron primiera:

            ma, del suo esiglio paga, a’ suoi delitti

            stimai che pena ella ben ampia avesse,

            nel perder te: pena, qual io...

Nerone.                                               Deh! lascia

            parlar Seneca, e il volgo. A Roma or ora

            chiaro farò, qual sia quest’idol suo.

Seneca. Bada, Neron; più che ingannar, t’è lieve

            Roma atterrir: l’uno assai volte festi;

            l’altro non mai.

Nerone.                       Ma, di te pur mi valsi

            ad ingannarla io spesso; e a ciò pur eri

            arrendevole tu...

Seneca.                        Colpevol spesso

            anch’io: ma in corte di Nerone io stava.

Nerone. Vil servo...

Seneca.                        Il fui, finch’io mi tacqui; or sorge

            il , ch’io sciolgo a non più intesi detti

            libera lingua. Al mio fallire ammenda

            fian lieve i detti, è ver; ma in fama forse

            tornar potrammi alto morire.

Nerone.                                               In fama

            io ti porrò, qual merti...

Seneca.                                    Infin che grida

            di plebe ascolto, che il furor tuo crudo

            col tuo timor rattemprano, t’è forza

            soffrirmi ancora: e l’irritarti intanto

            giova a me molto; e il farti udir sì il vero,

            che al ritornar del tuo coraggio io cada

            vittima prima: e, se me pria non sveni,

            Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro.

            Io trar di nuovo, e a più furore, io posso

            la già commossa plebe; appien svelarle

            io posso i nostri empi maneggi: io, trarti,

            più che nol credi, ad ultimo periglio. —

            Io di Neron fui consigliero; e m’ebbi

            vestito il core dell’acciar suo stesso.

            Io, vil, credei per compiacerti, o finsi

            creder, (pur troppo!) del perduto trono

            reo Britannico pria; quindi Agrippina

            d’avertel dato; e Plauto e Silla rei

            d’esserne degni reputati; e reo

            di più volte serbato avertel, Burro:

            ma, reo stimai me più di tutti, e stimo;

            e apertamente, a ogni uom che udire il voglia,

            in vita, e in morte, io ‘l griderò. Tua rabbia,

            sbramala in me; securo il puoi: ma trema,

            se Ottavia uccidi: io te l’annunzio; tutto

            sovra il tuo capo tornerà il suo sangue.

            Dissi; e il dir m’importava. — A me in risposta

            manderai poscia, a tuo grand’agio, morte.

           




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