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| Vittorio Alfieri Ottavia IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 3
Tigellino. Il tuo signor ver te m’invia. tu almen mia morte? Or che innocente io sono, Tigellino. Il tuo signor per anco tal non ti crede; e, ad innocente farti, non bastava il munir di velen pria Eucero, e tutte le tue conscie ancelle, sì, che ai martìr non resistesser: gli hai tolti ai tormenti, ma a te stessa il mezzo menzogna?... Tigellino. Omai vieta Neron, che fallo non ben provato a te si apponga. Or altra, ben altra accusa or ti s’aspetta; e il reo, non fra’ martìr, ma libero, e non chiesto, viene a mercé. Seneca. D’Agrippina il carnefice! Tigellino. Quei, che Neron d’alto periglio trasse: fido era allora al suo signor; tu, donna, traditor poscia il festi. Ei ripentito, vola or sull’orme tue; primo ei s’accusa; e tutto svela: ma non men sua pena ne avrà perciò. Tigellino. Ei forse l’armata, ond’è duce in Miseno, a un cenno tuo ribellar non prometteati? — E dirti Ottavia. Ahi! lassa me! Che ascolto? oh scellerata gente! oh tempi!... a te Nerone, o di scolparti a un tempo dei sozzi amori, e de’ sommossi duci, e degli audaci motti, e delle tante tese a Poppea, ma invano, insidie vili, e del tumulto popolare; o vuole, che rea ti accusi: a ciò ti dona intero Ottavia. ...Troppo ei mi dona. — Vanne, a lui torna: e pregalo, ch’ei venga qui con Poppea. Narrar vo’ solo ad essi i miei tanti delitti: altro non chieggo: tanto impetrami; va’. Dell’onta mia lieta a gioìr venga Poppea; l’aspetto.
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