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| Vittorio Alfieri Ottavia IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 4
Seneca. E che vuoi far? Ottavia. Morir; sugli occhi loro. Seneca. Che parli?... Oimè! tel vieterà, se il brami... Ottavia. E un sì gran dono da Neron vogl’io? — Ad altri il chieggo; e spero... Nerone assai; ma pur, nol niego, or sono d’atro stupor compreso. Ognor più fero ch’altri nol pensa, egli è. impresa, io te nel mio pensiero ho scelto. S’hai per me stima, amor, pietade in petto, oggi men puoi dar prova. A me già fosti mastro di onesta, e d’incorrotta vita; di necessaria morte esser mi dei or tu ministro. Seneca. Oh ciel!... Che ascolto?... Morte d’impeto insano esser de’ figlia? tanto mi hai tu, che d’immutabil voglia non mi estimi capace? Or, non è forse morte il minor dei minacciati danni? ch’altro mi resta? di’. — Tu taci? Ottavia. Su via, rispondi: altro che far mi avanza? Seneca. ...Mi squarci il cor... Ma, poss’io mai sì crudo esser da ciò?... Ottavia. Saviezza in te fallace or tanto fia? Puoi dunque esser sì crudo da rimirarmi straziata in preda della rival feroce, a cui mia vita poco par, se mia fama in un non toglie? Lasciarmi esposta alle mal compre accuse d’ogni ribaldo hai core? alla efferata del rio Nerone insaziabil ira? Seneca. ...Oh giorno infausto! Or perché vissi io tanto? Ottavia. Ma, e che t’arresta?... e che paventi?... Ancora forse hai speme? Ottavia. Tu, men ch’ogni altri, speri: Neron troppo conosci: hai fermo tu per te stesso (e certo a me nol nieghi) sfuggir da lui con volontaria morte: tu, fermo in ciò, da men mi credi; e m’ami? Tremendo ei m’è, fin che dell’alma albergo queste misere mie carni esser veggio. Oh qual può farne orrido strazio! e s’io alle minacce, ai tormenti cedessi? se per timor mi uscisse mai del labro di non commesso, né pensato fallo, confession mendace?... Da lunghi anni uso a mirar dappresso assai la morte, tu stai securo: io non così; d’etade tenera ancor, di cor mal fermo forse; di delicate membra; a virtù vera non mai nudrita; e incontro a morte cruda ed immatura, io debilmente armata: per te, se il vuoi, fuggir poss’io di vita; ma, di aspettar la morte io non ho forza. Seneca. Misero me! co’ miei cadenti giorni salvar sperava i tuoi. Dovea la plebe udir da me le ascose, inique, orrende arti del rio Neron;... ma invano io vissi: tace la plebe; ed altro omai non ode che il timor suo. Di questa orribil reggia mi è vietato l’uscire... Oh ciel! chi vale contro empio sir, s’empio non è? Me dall’infamia, e dai martìr, deh! salva: da morte, il vedi, ogni sperarlo è vano. Salvami, deh! pietade il vuole... Seneca. E quando.. io pur volessi,... in sì brev’ora,... or... come?... Meco un ferro non ho; giunge a momenti Nerone... Ottavia. Hai teco il velen sempre: usbergo solo dei giusti in queste infami soglie. Seneca. Io,... con me?... Ottavia. Sì; tu stesso, altra fiata, tu mel dicesti. I più segreti affetti del travagliato animo tuo, qual padre tenero a figlia, a me svelavi allora. Rimembra, deh! ch’io teco ancor ne piansi. — Ma, il nieghi? Io già maggior di me son fatta. Necessità fa prodi anco i men forti. Giunge or ora Nerone; al fianco ei sempre cinge un acciaro: io mi v’avvento, e il traggo, e men trafiggo... La mia destra forse mal servirammi: io ne farò pur l’atto. Di aver tentato di trafigger lui, mi accuserà Nerone: e ad inaudita quai strali di pietade a me saetti?... Per me il vorrei... Ma,... t’ingannasti; io meco non ho veleno... Ottavia. ...E ognor non rechi in dito un fido anello? eccolo; il voglio... Ottavia. Invano... Io ‘l tengo. Io ne so l’uso: ei morte deh! ten prego,... mel rendi... Or, s’altra via... Ottavia. Altra non resta. Eccolo schiuso... Io tutta già sorbita ho coll’alito la polve mortifera... Ottavia. Gli Dei t’abbian mercé del prezioso dono, opportuno a me tanto... Ecco... Nerone. A liberarmi... deh!... morte... ti... affretta.
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