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Scena II
ZEFIRO, che scambia BRIZIO per Liseo, TROCCIO
e TANFURO.
ZEFIRO. Dio vi prosperi.
BRIZIO. Anche voi.
ZEFIRO. Quando non vi fosse disconcio vorrei parlarvi in secreto.
BRIZIO. Se cotesto vostro servitore è leale come il mio, potete dirmi ogni cosa
liberamente.
ZEFIRO. Credo, anzi il so chiaro, che gli andari de la
vita ch'io meno, vi siano in modo noti, che non bisogni contarvigli. De le mie
facultà e de le mie virtù non favello, avvenga che
queste si fanno e quelle si veggono: dirò bene che la nobiltà di quel sangue,
dal quale mi viene origine, è...
BRIZIO. Che proemi sento io? et
a che fine entrar meco in prologhi? io non vi conosco,
e vi rispondo col maravigliarmi che un giovane di aspetto sì grato e di persona
sì vaga, si sia così dato a le ciance.
TROCCIO. Parlate onesto.
ZEFIRO. Taci tu.
BRIZIO. Massimamente, che l'avarizia non vuole più buffoni, et hagli esclusi da
le sue corti, come anco ha fatto le meritrici et i cinedi, benché ciò rovina
altrui, avvenga che il loro mezzo giovava pure a una parte di quegli, che ci
ricorrevano per favore.
ZEFIRO. Il risolvere un che cerca di proporvi onore et utile con la discortesia
è piuttosto insolenzia che umanità, et è certo, che potresti dare colei, che io
vi voleva chiedere per moglie, a peggiore condizion de la mia.
BRIZIO. Tanfuro, va', dimmi a Guadagnino che mi selli adesso adesso i cavalli,
e tu invaligia ogni tattara, che non ci starei più un'ora. Che
patria, e non patria? A me pare essere alla noce di Benevento.
TANFURO. Volete voi a petizioni di cotali cornacchioni torvi da
i vostri spassi?
TROCCIO. Con chi ti pensi tu parlare?
TANFURO. Non tel vedi?
TROCCIO. Che sì?
TANFURO. Che no.
TROCCIO. Al corpo di...
TANFURO. Voi vi sete creduti, perch'io sia stato queto
un pezzo, di manucarci.
ZEFIRO. Seguimi, Troccio, che mi è caduto l'animo di maniera, che non crederei
mai più poter parlarne.
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