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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO TERZO
    • Scena V
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Scena V

PORFIRIA vestita, da fantesca.

Lo ismarrimento, in cui ha posto il mio animo il subito et impensato ritorno di Prelio, è sì mortale et intrinseco, che non mi lascia udire i rumori, che sono tra il padre e la madre di me, che avendo determinato il fin che fare debbo non do cura di quello che la mia madre et il mio padre possin dirmi o farmi, per essermene venuta fora di casa più a questa foggia, che in altra. Io nel tosto accorgermi de lo amante, istimando che la grandezza del duolo dovesse subito uccidermi, sentii l'opposito, perocché il cosìcredermi consolommi talmente, che quel proprio affanno, che mi doveva torre lo spirito, me lo diede; onde sono veramente misera da che la morte non vuol me, che non voglio la vita. Ma se la vita brama ch'io mora, e la morte desidera ch'io viva a qual sorte di crudeltà posso io agguagliare la mia sventura? benché in onta de l'una, e in disonore de l'altra, ecco che in abito servile me ne vado dove otterrò tanto di veleno, che mi farà in breve spazio egualmente obliare il vivere et il morire. Ma ecco appunto l'uomo ch'io cerco.




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