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Scena VII
ZEFIRO, IPOCRITO e TROCCIO.
ZEFIRO. S'io non vi trovava dove vi
ho incontrato, moriva.
TROCCIO. Moriva certo.
IPOCRITO. Che vi piace?
ZEFIRO. Non vi domando di ciò che vi aviate concluso,
né del dare de la mia poliza, perocché ne lo sdegno che messer Liseo ha
dimostrato meco, conosco la irresoluzione, onde ho paura che non si sia avvisto
di qualche cosa de lo amore nostro.
IPOCRITO. Niente.
ZEFIRO. E perché cosi?
IPOCRITO. Io non ho anco parlato ad Annetta mia figliuola
in anima et in carità; perocché mi è parso tanto onorevole il partito, che ne
volsi prima fare motto al padre che a lei, sì per onestà loro, come per debito
mio.
ZEFIRO. Da prudente.
IPOCRITO. Però che il sempliciotto, è talora superbo in dimandare, rustico in
provocare e ritroso in rispondere, per esser contaminato da moltissime
bizzarrie di cose. Ma consolati, che oltre che l'uomo è di natura, buona, io so
ciò che io mi faccio.
ZEFIRO. Le ragioni che mosseno voi a parlargli, moverono ancora me.
IPOCRITO. Se non che la carità mi tira al giovamento
del prossimo, andrei ora ora a suburnare la fanciulla, e forse forse...
ZEFIRO. Non per conto di dono, ma per un atto di amistà
voglio che godiate questi...
IPOCRITO. Che sono eglino?
TROCCIO. Ducati larghi.
IPOCRITO. Che bei frutti!
ZEFIRO. Vedrete in altra forma la liberalità mia.
IPOCRITO. L'avrò caro per lo esempio che la caritade
vostra darà a i miseri.
TROCCIO. Che tratto!
IPOCRITO. Adesso ch'io sono spedito da l'altre
faccende, vado a lei.
TROCCIO. Il prossimo non gli tira più la carità.
IPOCRITO. Non mi dite altro; ché farò, e basta.
TROCCIO. Ladro!
ZEFIRO. Mi riposo, e confidomi ne la discrezione e ne
la sollicitudine vostra.
TROCCIO Che costui la disvia.
ZEFIRO. Tu me lo fai pensare.
TROCCIO. Non vi dissi che i denari son da più che le filastroccole de le
dicerìe?
ZEFIRO. Sento calpestìo di piedi, e di sotto e di sopra a questa strada.
TROCCIO. Sì che andiamcene.
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