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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO TERZO
    • Scena VII
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Scena VII

ZEFIRO, IPOCRITO e TROCCIO.

ZEFIRO. S'io non vi trovava dove vi ho incontrato, moriva.
TROCCIO. Moriva certo.
IPOCRITO. Che vi piace?
ZEFIRO. Non vi domando di ciò che vi aviate concluso, né del dare de la mia poliza, perocché ne lo sdegno che messer Liseo ha dimostrato meco, conosco la irresoluzione, onde ho paura che non si sia avvisto di qualche cosa de lo amore nostro.
IPOCRITO. Niente.
ZEFIRO. E perché cosi?
IPOCRITO. Io non ho anco parlato ad Annetta mia figliuola in anima et in carità; perocché mi è parso tanto onorevole il partito, che ne volsi prima fare motto al padre che a lei, sì per onestà loro, come per debito mio.
ZEFIRO. Da prudente.
IPOCRITO. Però che il sempliciotto, è talora superbo in dimandare, rustico in provocare e ritroso in rispondere, per esser contaminato da moltissime bizzarrie di cose. Ma consolati, che oltre che l'uomo è di natura, buona, io so ciò che io mi faccio.
ZEFIRO. Le ragioni che mosseno voi a parlargli, moverono ancora me.
IPOCRITO. Se non che la carità mi tira al giovamento del prossimo, andrei ora ora a suburnare la fanciulla, e forse forse...
ZEFIRO. Non per conto di dono, ma per un atto di amistà voglio che godiate questi...
IPOCRITO. Che sono eglino?
TROCCIO. Ducati larghi.
IPOCRITO. Che bei frutti!
ZEFIRO. Vedrete in altra forma la liberalità mia.
IPOCRITO. L'avrò caro per lo esempio che la caritade vostra darà a i miseri.
TROCCIO. Che tratto!
IPOCRITO. Adesso ch'io sono spedito da l'altre faccende, vado a lei.
TROCCIO. Il prossimo non gli tira più la carità.
IPOCRITO. Non mi dite altro; ché farò, e basta.
TROCCIO. Ladro!
ZEFIRO. Mi riposo, e confidomi ne la discrezione e ne la sollicitudine vostra.
TROCCIO Che costui la disvia.
ZEFIRO. Tu me lo fai pensare.
TROCCIO. Non vi dissi che i denari son da più che le filastroccole de le dicerìe?
ZEFIRO. Sento calpestìo di piedi, e di sotto e di sopra a questa strada.
TROCCIO. Sì che andiamcene.




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