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Scena VIII
COREBO e PRELIO.
COREBO. Sia la mia speranza quanto si voglia
essere grande e sicura, che tuttavia che il sospetto ci rimescola pure un
minimo dei suoi dubbi, diventa incerta e piccola; e ciò comprendo mi me
proprio, avvenga che se ben son più caro a Porfiria, che ella non è a sé
stissima, e ben che io debba tra sì poco spazio di termine recarmela in
braccio, non mi pare che il core, fedele consigliero di chi l'ha, me la
prometta senza lo scrupolo del che e del ma.
PRELIO. Ho sentito mentovare Porfiria.
COREBO. Pure non manco di prepararmi a l'atto matrimoniale.
PRELIO. Che ciancia costui di matrimonio?
COREBO. Né di mostrare il viso lieto.
PRELIO. Qui dopo vo' stare ad ascoltarlo.
COREBO. Vo pensando a quel suo dirmi in presenzia di
Tranquillo...
PRELIO. Dubito.
COREBO. Quando avvenisse altrimenti del volere che io vi tengo, mi esporrei a
fare cosa che daria che dire al mondo in perpetuo.
PRELIO. Non me ne cavo construtto.
COREBO. Nel riprenderla io d'averlo mandato con sì fatta promessa errando...
PRELIO. Parla di me certissimo.
COREBO. Mi ha sempre giurato che la compassione e non l'amore la costrinse a
chiedergli ciò che gli domandò.
PRELIO. Non so che farmi.
COREBO. Credendosi finalmente che la impossibilità de la richiesta, la
lunghezza del cammino, e la dilazion del tempo gliene dovesse levare dal
pensiero.
PRELIO. Oimè!
COREBO. E che io solo, ancora che il padre non me l'avesse data per donna, era
per goderla.
PRELIO. Son morto.
COREBO. Onde passato tre ore dopo il Sole tramonto la debbo
godere, sì che me ne andrò infra tanto a spasso.
PRELIO. Ecco, che mo ho scoperto che ella, che va a marito istasera, mi mandò
dove sono andato con fantasia ch'io ci morisse, e di ciò mi accorsi nel dolore
che la soprapprese tosto che ella mi riconobbe, onde, senza pure guardarmi,
intrigò le cose, e mi spedì con il va', ch'io verrò, però che più stimo il
mancare di fede che di vita. Tale che mi èforza aspettare il corbo e non la
colomba; come si sia, mi vado a casa.
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