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Scena III
LISEO e TANFURO che lo stima Brizio suo Padrone.
LISEO. Chi crederia che il consiglio d'Ipocrito uomo indovino e santo mi avesse così in un tratto isgomberato il
petto de le massarizie de i fastidi? et è vero,
fortunaccia, se ti crepasse il fegato, onde ti apprezzo, ti curo e ti stimo
tanto, quanto stimarei, curarei et apprezzarei una sguscia lumache, una insala
fagiuoli et una infarina pastinache.
TANFURO. Messer Brizio dee avere cambiato proposito.
LISEO. Fortunami nel sedere.
TANFURO. Vo' dargli i denari e lo anello, e poi arrancare so bene io dove.
LISEO. Io la uccello.
TANFURO. Eccovi i cento scudi e lo smeraldo. Or in un soffio sarò da voi a lo albergo.
LISEO. Va' e vieni a tuo beneplacito, poi che monna Fortuna dal ciuffo dinanzi
si comincia a pisciar sotto de i fatti miei. Or vedi che pure ha mandato uno
dei suoi messi a placarmi et a ricompensarmi. Ma ricordati,
miccia scrofola, ch'io ti ho stoppato a tutti i versi in quanto a
l'essertene punto grato, e per tutti i piaceri che tu mi fai. Onde tengo fango e feccia i tuoi anelli et i tuoi denari, e con
questo vado in casa per la porta che scansa la gente.
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