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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO QUARTO
    • Scena V
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Scena V

IPOCRITO e COREBO.

IPOCRITO. Ho in opinione che Liseo sarà in verso la carità de le sue disgrazie ciò che si deliberò di essere.
COREBO. È pur forte la fortuna, poi che cadendo mi tira il mio sole a dosso.
IPOCRITO. Chi è ?
COREBO. La miseria de le calamità e la calamità de le miserie.
IPOCRITO. Se vi è morto alcuno confortatevene con la caritade, perocché è tanto onesto di rendere la natura lo essere che ella ci ha dato, quanto il soddisfare de la roba che altro ci accomoda.
COREBO. Né del mondo né de i vostri ricordi ho più bisogno.
IPOCRITO. E vo' che tu sappia, che essa natura è simile al creditore, che, quando gli pare, può costringere ciascuno che gli è tenuto; e ne lo abbattere un di quei decrepiti, che non pensano mai di morire, pare colui che dimanda ad altri un debito vecchio ritrovato allora nel rivedere le scritture antiche. Io me ne vado in ad aspettar la morte e costoro se ne vengono in qua a goder la, vita.
COREBO. Ancor io faccio questa via.




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