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Scena VII
ARTICO, MAJA, LISEO e GUARDABASSO.
ARTICO. O padrona e padrone, che suocera e suocero non ardisco dire, perocché la insolenzia del furor giovinile mi
ha fatto prevaricare in modo, ch'io sono indegno di così chiamarmi.
MAJA. Questa è l'altra, Liseo, e pur per tua colpa.
GUARDABASSO. Non può negarlo.
LISEO. Colpa o non colpa, io son d'ossa e di polpa, e ben venga maggio.
ARTICO. La gioventudine è scusabile.
LISEO. Ella è, s'ella è, e s'ella non è, ella non è.
GUARDABASSO. Non lo spuntaria, lo spunta.
MAJA. Quante volte t'ho detto: non correre a furia, marito? non
ci correr, Liseo?
GUARDABASSO. Voi il consigliavate bene.
LISEO. Ci son corso per aver i piedi, e gli ho avuti per correrci.
GUARDABASSO. Cosìle dite.
ARTICO. Non mi son per levare di ginocchioni fin che non mi si
perdona.
LISEO. Se ti par di starci, stacci, e se ti par dilevartene, levatene.
GUARDABASSO. Voi gli date una libertà ampia.
MAJA. Voglioche chi è sua, sia sua, e chi è d'altri, d'altri.
GUARDABASSO. Che donna!
LISEO. Se tu vuoi, vuoi, e se tu non vuoi, non vuoi.
GUARDABASSO. Che uomo!
MAJA. Levati suso, figlio, levatene, dico.
GUARDABASSO. L'amorevolezza istessa!
ARTICO. O madre!
MAJA. Verrai pur meco.
GUARDABASSO. Attaccatevele a i panni, e piove a sua
posta.
MAJA. Come ti supplisce il cuore di non ti rallegrare del suo ritorno?
GUARDABASSO. Ne disgrazio Nerone.
LISEO. Quel conto, ch'io ho fatto da oggi in qua del suo non tornare, faccio
ora del suo essere tornato.
GUARDABASSO. Chi vi può apporre, vi apponga.
MAJA. Rimaritare le maritate, messer no, che non sarà così. Tansilla è di lui,
et altrui darassi? sì che vientene meco a casa da lei.
ARTICO. Madre mia diletta!
GUARDABASSO. Adorate sì fatta matrona.
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