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Scena X
BRIZIO fratello di Liseo e LISEO.
BRIZIO. Son tutto sottosopra pensando a la
manifattura, di questi scambia persone.
LISEO. Se io fossi una spelunca come io sono Liseo, e parlassi le parole che ha
parlato colui che parla, crederei esser quella fantasima, che rende indietro le
voci.
BRIZIO. Sento sonare la mia favella ne la bocca de l'uomo che ragiona colà.
LISEO. Questo tale, che se ne vien via, ha la beretta di velluto, il robbon di
domasco et il sajo di raso, come porto anch'io.
BRIZIO. Se non che io sono in buon senno, direi che questo non fusse Milano, ma
il Giardino de gl'incanti d'Orlando.
LISEO. A fé, che s'io non fussi io, giurarei di esser costui.
BRIZIO. Sto a vedere se la presunzione sua vorrà esser me.
LISEO. Che sì che la fortuna si sarà mascarata con la impronta del mio viso,
acciocché nel non esser me, non lo sprezzi, come sono per isprezzarla, ancora
ch'io non fussi io.
BRIZIO. Se in questa terra gli specchi andassere et avessero la forma che
abbiamo noi, non mi maraviglierei de la cosa, perché la mia immagine ch'io
scorgo ne la sua effigie, saria in lui a la foggia che ella è ne la specchiera.
LISEO. Né anco in cotale trasfigurazione son per temerti, fortunaccia.
BRIZIO. Che guardate?
LISEO. E voi?
BRIZIO. A le barrarìe che qui truffano sino a le
presenzie.
LISEO. Ti conosco. Fortuna.
BRIZIO. A l'andare.
LISEO. A me, ah?
BRIZIO. Agli accenti propri.
LISEO. Fortuna buffona!
BRIZIO. E per più strazio ci si burla sopra.
LISEO. Non ti stimo.
BRIZIO. E perché dunque figurarmi con la mia figura?
LISEO Fortuna volpe!
BRIZIO. Era meglio che io me ne ritornassi a Napoli.
LISEO. Chi v'ha tenuto?
BRIZIO. Il servidor che viene in qua.
LISEO. Ecco anche il mio.
BRIZIO. Andiam, Tanfuro.
LISEO. Vien meco, Guardabasso.
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