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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO QUARTO
    • Scena XIII
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Scena XIII

TRANQUILLO e IPOCRITO.

TRANQUILLO. So ben che voi sete Ipocrito. Ma in quanto a i conforti che mi date, non gli sento; però che se l'amaritudine mi fusse dolcezza, il dolore piacere et il patir salute, non potriano iscemarmi la tristizia, che non vuol ch'io caschi et ha per mal ch'io stia in piedi.
IPOCRITO. Io, che per grazia de la carità non lodo alcun per timore, né il biasimo per audacia, sono per esortarvi, e non per isforzarvi, perché se l'uno è di mia professione, l'altro non è di mio costume.
TRANQUILLO. Per non esser io in me, parmi ciò che io veggio e ciò che io odo una confusione d'orecchie et uno abbagliamento d'occhi.
IPOCRITO. Chi è cagione di ciò?
TRANQUILLO. Artico, Tansilla e la mia sorte.
IPOCRITO. Vi ricordo che i lacci, i capestri e le cavezze fur trovate per istrozzare, per affogare e per istrangolare gli abbandonati da i rimedi.
TRANQUILLO. Io sono uno di quegli.
IPOCRITO. Ponete mente, ser uomo, ad Angizia sorella di chi fa disperarvi; la quale è tanto più bella di lei, quanto la povertà è più brutta de la ricchezza. E trapiantando il vostro amore nel suo orto, lasciate piangere a chi piange.
TRANQUILLO. Che sapete voi di tal donna?
IPOCRITO. Quel ch'io so di me uomo.
TRANQUILLO. Dopo il consiglio venga lo aiuto.
IPOCRITO. Fate ch'io vi ritrovi, che per ora ho da fare.
TRANQUILLO. Ubbidirovvi.
IPOCRITO. Benedicite Solem, et Lunam benedicite.




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