ATTO QUINTO
Scena
I
PORFIRIA e PRELIO.
PORFIRIA. Pensando io non a quel morire, al qual son vicina,
ma al violare la santità de l'affezione, che secondo
l'onestà del matrimonio et il merito de le virtù porto a Corebo, poco meno che
lo accidente di una morte sùbita, non si è interposta a quella, che mi ritarda
la vita. Dico che nel pensare al dove io vo, al per
quanto, al perché et al per chi, sono stata buona pezza dentro la chiesa a
riavermi; onde smarrita da la violenza del dolor primo, e confusa da la cagion
del secondo, me ne vado a Prelio.
PRELIO. Niuna fretta è più pigra di quella, che mostra colui che aspetta.
PORFIRIA. Sudo agghiacciando.
PRELIO. Onde non si crede che giunga mai Pora, che suona tuttavia.
PORFIRIA. Buon per Corebo, e per me anco, s'io mancassi de la fede che abbondo.
PRELIO. Sentola.
PORFIRIA. Temola.
PRELIO. La fame, che il digiuno del mio desiderio ha di voi, mi fa rompere le
parole in bocca.
PORFIRIA. Prima che giunga il supplicio, ch'io stessa ho saputo procacciare a
me medesima, disponi di me, che mi confesso tua per ordine de la fede che a te
mi promesse.
PRELIO. È grande il travaglio, che or mi combatte l'animo perocché la
ingordigia del mio desire vuol ch'io vi accetti, e la modestia de la mia
generosità, che vi rifiuti. Onde conosco essere
temerità eccessiva il tenervi, e gentilezza somma il lasciarvi, tal che vorrei
quel ch'io non voglio, e voglio quel ch'io non vorrei.
PORFIRIA. Accelera la tua deliberazione.
PRELIO. Da che sete mia, non vi spiaccia, ch'io vi fruisca con la
contemplazione.
PORFIRIA. Usa il privilegio, che tu hai sopra di me, avvenga che il tosco da
Corebo e da me sorbito te lo annullerà tosto.
PRELIO. Che sento io?
PORFIRIA. Odi. Porfiria, che non poteva premiare i tuoi sudori con la vita, non
avendola, non lascia la stoltizia sua di premiarti con la morte.
PRELIO. Essendo così, non mi osservate ciò che devete.
PORFIRIA. Non sono io in tuo arbitrio?
PRELIO. Sete.
PORFIRIA. A che fare lamentarsi?
PRELIO. Perché non uscite meco d'obbligo?
PORFIRIA. Ne sono uscita.
PRELIO. Cotesto si potria dire, se voi foste a me venuta viva,
e non morta.
PORFIRIA. Oimè!
PRELIO. Per la qual cosa la fede è più tosto delusa da
voi, e per voi illustrata.
PORFIRIA. Misera!
PRELIO. Da che l'omicidio cadde nel mal talento de i cori umani, non fu mai
astuzia simile a questa con cui ora venite a
uccidermi.
PORFIRIA. Amando altri, non poteva amar te.
PRELIO. Avete ben potuto, non ci essendo altra via da farmi esalare lo spirito,
avvelenar me col dare il tosco a voi.
PORFIRIA. Perché indugio a chiuder questi occhi?
PRELIO. Per il piacere che vi prenderete di vedermi in agonia, e perché io non
mi vendichi de le crudeltadi usatemi con le armi de la
cortesia. Come non dovea bastarvi d'avermi tolto la via del possedervi, senza
aggiungerci l'offesa che avete fatto a la mia
magnanimitade, solo col non degnarvi di chiederle in dono l'obbligo, del qual
mi sete tenuta? ma voglio castigarvi de la diffidenza
e de la ingratitudine, con la bontà e con la gentilezza, e per tanto vi
restituisco nel grado che eravate innanzi a sì fallace promessa, e questo
bascio, che la castità del mio desire vi stampa ne la gota, ratifica
l'assoluzione che vi rimanda al donde venite.
PORFIRIA. Ora sì, che mi duole la morte, non perché io la tema, ma perché
morendo non posso rendervene una continua frequenza di grazie: ma farà l'anima
l'uffizio che dovea far la lingua: ella notificando a gli inferi la qualità de
la cortesia, vi acquisterà tanta lode appresso di loro, quanto appresso de i
viventi così notabile atto dee acquistarvi onore.
PRELIO. Perché il sentire le lodi che mi darete voi, mi sarà più dolce, che
l'udire quelle che in ciò mi potriano dar gli uomini, mi vo' trasferire anch'io
ne lo inferno, e con questa risoluzion vi lascio.
|