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Scena IV
MESSER BIONDELLO e PRELIO.
BIONDELLO. Ne lo andare io ad
arguire a i disputanti, mi ho sentito giugnere un messo nel pensiero, che mi ha
detto: Fisico eccellentissimo, colei, che in veste servigiale comprò da voi il
tosco, se n'è ita per la cotale via; e ciò dicendo mostrommi non pure questa
strada, ma questa casa ancora, soggiugnendo: qui abita il meschino, che sì rea
femina vuole uccidere. Ma perché il mio genio ha pronti i vaticini, come le
ricette, vo' bussare: tic toc tac; noi altri
interpreti di Galeno siamo salutari de la salute: tac tic toc.
PRELIO. Non impedite l'uffizio de la miseria a i miseri.
BIONDELLO. Rallegratevi, ché la mala donna ha da me avuto materia da far dormire,
e non tosco da uccidere.
PRELIO. O innata prudenzia d'uomini!
BIONDELLO. Se Eva, che fu santa, ingannò il marito, e
non era stata a pena due ore al mondo; che miracolo se le meretrici, che son
demoni, tradiscono gli amanti, essendoci visse gli anni?
PRELIO. Anco ne la disperazione è speranza.
BIONDELLO. Lasciate andare la ribaldarìa de le ribalde, però che non sono
altro, che rancori, nequizie, penitenzie, fami e guerre, perché da esse
pigliano origine tutti i mali, che la infelicità di chi gli crede prova al
mondo.
PRELIO. Il mio core non sente il vostro proverbiale.
BIONDELLO. Le bellezze, che la fraude gli dipinge nel viso, sono insidie
colorite col pennello de l'arte magica; e chi le vagheggia, di libero diventa
servo, di saggio stolto, di ricco povero, di alluminato cieco, di umile
superbo, di glorioso infame, e bascio la mano di vostra signoria.
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