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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO QUINTO
    • Scena VI
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Scena VI

COREBO e PRELIO.

COREBO. Porfiria cadendo si è fatto del letto feretro.
PRELIO. Il giovane ch'io veggo, non può esser altro che il marito di colei, che, essendo felice, si pensa d'esser misero.
COREBO. Il duro de la sorte mi rende pietra il molle del core.
PRELIO. O solo, che puoi vantarti d'essere da donna amato.
COREBO. La mansuetudine del sembiante e la soavità de le parole mi fa credere che voi siate Prelio.
PRELIO. Caccia gli spaventi da i tuoi spiriti.
COREBO. Nel vedervi io, han fatto ciò da se stessi.
PRELIO. Non si può in tutto chiamare cortesia quella, che è mossa da la onestà e da la forza che spinse me a restituirvi Porfiria, ma si dee ben dire così al dono che vengo a farvi adesso.
COREBO. O più divino che umano!
PRELIO. Chi crederà che io levi del sepolcro chi mi ci ha posto?
COREBO. O pietoso tra i pii!
PRELIO. Pongasi da canto la gelosia et andiamo da Porfiria, perocché il mio amore è suto modesto sempre; in tanto disciogliti da i legami con cui ti cingono i timori de la morte, perocché la bevanda vi farà dormire e non morire.
COREBO. Entriamo in casa, autore de i miei gaudi.




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