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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO QUINTO
    • Scena IX
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Scena IX

PORFIRIA, PRELIO e COREBO.

PORFIRIA. Val più il fumo del fuoco di quella gloria, che vi acquista l'atto de la modestia, che in tanto desiderio di fruirmi vi fece riguardare la onestà mia, che qualunque diletto si possa gustare in donna.
PRELIO. Siccome io sento un piacere incomparabile per avervi consolata, così sentirei una doglia incomprensibile, se io vi avessi afflitta.
COREBO. Taccio, perché la vita che dopo Iddio mi avete largita, vi dee rispondere con la lingua de le perpetue gratitudini.
PORFIRIA. Manca solo una cosa, Prelio, a sommare tutti i nostri contenti.
PRELIO. Quale?
PORFIRIA. Che prendiate Sveva mia sirocchia per moglie.
PRELIO. Chi vi è suto largo de le cose impossibili, non vi può esser avaro delle facili.
PORFIRIA. Or sì che il variar del luogo, né il trascorrer del tempo non è per mai tormi de la mente l'obbligo stupendo che io vi tengo.
PRELIO. Sia pure ogni cosa, che io possa in la vostra volontade.
PORFIRIA. Non si poteva sperare altra risposta da voi, che siete l'obbietto et il suggetto de le cortesi affabilità.
COREBO. O padrone e parente!
PRELIO. È un piacere che partecipa di divinità quel di colui, che ritrae da i benefizî fatti ad altri la dovuta gratitudine.
COREBO. È una passione mortale quella d'una persona grata, che vorria ricompensare il suo benefattore e non può.
PORFIRIA. Andate, cognato, che da mia madre, la quale nel vedermi ripacificherà meco il suo animo, otterrò la grazia che vi darà Sveva.
PRELIO. Addio.
PORFIRIA. Venite meco, marito, e rendiamo a la mia casa la consolazione totale, e predichiamo talmente la bontà di Prelio, che mia madre e mio padre piangendone di letizia abbiano caro d'imparentarsi con seco.
COREBO. Non posso fare altro, che pensare in quale et in quanta felicità di grazia ci ha messi la disgrazia.
PORFIRIA. Nol sapete voi che i gran mali son figliuoli di gran beni, ed i gran beni prole de i gran mali?
COREBO. Nol sapea già, ma lo so adesso.
PORFIRIA. Perché chi si dispone al morire non riguarda più il mondo, non faccio scusa di essermene venuta sola e disornata dove son suta e sono, perché amore non ha rispetto, né il furore vergogna; e perché quello e questo nulla vede e nulla sente, i lor seguaci si lascian menare dove gli chiama lo errore.




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