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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO PRIMO
    • Scena II
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Scena II

IPOCRITO solo.

Chi non sa fingere non sa vivere, perocché la simulazione è uno scudo che spunta ogni arme, anzi un'arme che spezza ogni scudo: e mentre si prevale de l'umiltade apparente, conversa la religione in astuzia, predomina la roba, l'onore e gli animi altrui. Non han che brigare gli ignotoni con noi altri, conciosiaché il porcheggiare de la lor gola mescolato con la assordaggine de la lor ciarlìa sazia fastidiosamente. Oltra di questo i gaglioffacci svergognano ciascuno che gli intertiene, onde è forza torsigli da canto, perocché è ben bue chi crede a le adulazioni, che in sì sfacciata maniera gli cascano giù de la bocca. Dico che bisogna serrargli l'uscio, accarezzando un mio pari, da che sotto spezie di bontà mi vaglio d'ogni tristizia. Avvenga che è un bel tratto quello del demonio, quando si fa adorar per santo. Certo ch'io non apro le braccia con maraviglia, mentre i miei benefattori mi pasteggiano, esaltando la sciocchezza de i loro detti con quello oh lungo, che accresce autoritade a la ammirazione. Ma lodogli ne l'opre pie, ne le virtù, ne la vita e ne la carità. E per assecurargli ne le crapule, ne le lussurie e ne le usure, ristrettomi a un tratto in le spalle con un certo ghigno da beffe, allego la fragilità de la carne, e ciò faccio, perché chi non si mostra amico de i vizi, diventa nimico degli uomini. Ma chi sento io? neque in ira tua corripias me.




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