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Scena VII
TROCCIO e GEMMA pollastriera.
TROCCIO. Cancaro alle ruffìane et a sua signoria, che non si
ha voluto attenere a i miei ricordi, perché non è
dubbio che ne la manifattura de le donne si debbono mettere i martelli che ben
battono i fiorini, non che i doppioni di traboccante battuta, conciossiaché
solo essi favellano stando queti, et isforzano tenendo a sé le mani, et il
ventilarne una dozzina in presenza del genere donnesco, senza altrimenti dir:
"piglia" tirano a casa le drude; poni pur i baiocchi in tavola, e
rimescola un tratto le carte, e se il giocatore non ci corre, come l'api al
bacino, senza invitarlo, dipignimi. Ma che strega
veggo io strascinarsi il cul dirieto?
GEMMA. Fuss'io crepata dieci anni fa!
TROCCIO. Disperazioni.
GEMMA. Mi vien voglia d'impiccarmi.
TROCCIO. Mo che vuol dir questo, Gemma?
GEMMA. È possibile che tu mi raffiguri?
TROCCIO. Ringraziane il fregio che ti minia la faccia.
GEMMA. Mi avesse il cotal colpo mozzato il collo.
TROCCIO. Dove sono le patacchine che ti facevano lucere il pelo? Chi te le ha
malandrinate.
GEMMA. I gabba santi.
TROCCIO. Lasciagli che il foco gli arda, e comincia a tessere una tela, ch'io
ti ho di già ordita.
GEMMA. Che mi rechi tu di conforto?
TROCCIO. Il padron mio non men ricco che innamorato, è tanto liberale quanto
galante; spera nel viso verbo delle sue opere.
GEMMA. Questi cenci ti rispondano che non è più quel tempo.
TROCCIO. Si dice pure che tu sei la governatrice di tutte.
GEMMA. Era già.
TROCCIO. E chi ti ha furato l'esserne ancora?
GEMMA. Non te l'ho io detto? i colli torti.
TROCCIO. Ribaldoni!
GEMMA. Fratello, egli interviene a me, come a quegli che tanto arricchiscono
quanto fanno una arte buona soli, dando poi giuso
tosto che gli invidiosi ci multiplicano. Dico che ne
lo avvedersi gli Scribi et i Sacerdoti, che il ruffianeggiare era una
mercatanzia muta et uno utile che potea far le fica a lo onore, si diedero a
cotal traffico senza una vergogna al mondo; onde io ne cominciai a divenire di
badessa conversa, seguitandogli di mano in mano pedagoghi e cortigiani; e di
qui nasce i favoreggiamenti, che mantengono coloro ne le case, e costoro in su
le gale.
TROCCIO. Io la vado capendo.
GEMMA. Ma pur benché e le ciurme predette, e le domestiche in le case, come
saria il barbieri, il sarto, il compare e la comare, mi avessino scemato il
guadagno, ci si poteva quasi che stare, et io anche ci saria bello che stata,
se gli non isputa in sacrato non venivano a lupeggiarsi per simil via ogni mia
sustanzia: sì che attàccati a loro se vuoi che i disegni ti rieschino, e non a
me, che dove passo, i cani abbaiano, le oche gridano, le galline schiamazzano,
i putti piangono e le donne fuggono.
TROCCIO. Saresti tu mai la tregenda?
GEMMA. E la versiera ancora.
TROCCIO. Povera Gemma!
GEMMA. Ci è tra gli altri un ser Ipocrito, che
corromperebbe la primavera.
TROCCIO. Credo conoscerlo.
GEMMA. Chi non conosce lui, non ha conoscenza né anco de la Luna.
TROCCIO. Piglia questo testone, poi che io, ch'aveva ismarrito la strada, ci
son rientrato bontà tua.
GEMMA. Che limosina!
TROCCIO. Godetelo.
GEMMA. Egli condurrà la gatta al lardo, pur che il tuo padrone sappi
cerimoniare d'intorno a lo squinterna pater nostri.
TROCCIO. Or confortati.
GEMMA. In buon'ora.
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