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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO PRIMO
    • Scena XIII
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Scena XIII

ZEFIRO e TROCCIO.

ZEFIRO. Se a la Gemma, che tu dici, ne aveste dato altrettanti due volte, ella gli meritava, però che ci ha posto la preda in mano.
TROCCIO. Può essere.
ZEFIRO. Messer sì.
TROCCIO. Dice poi l'uom de le cose...
ZEFIRO. Ipocrito, eh? vo' che tu sia certo, che la sua setta tien mano a quanti tradimenti, a quante ribellioni et a quante ladrarìe si fanno al mondo, e giurerei che nel richiederlo di cotal ruffianìa gli parrà di perderci d'onore, per essere alla crudeltà del suo animo cosa minima.
TROCCIO. Perché, essendo egli così, non mi mandavate voi a lui di primo volo?
ZEFIRO. Non ti dico io? per credermi che egli non si degnasse adoperarsi in sì bassi suggetti. Or perché tu lo sappia, io ho composto questa lettera con lo ingegno che mi presta amore, e non con quello che non mi la natura.
TROCCIO. Se lo innamorarsi accomoda altri de lo intelletto, penso d'imbertonarmi il primo della settimana che viene.
ZEFIRO. Ascolta.
TROCCIO. Voi ve ne uscite.
ZEFIRO. A che te ne accorgi?
TROCCIO. Al dir che amore presta il senno, oppenione contraria al cervello, che egli leva a ciascuno che se intabacca con seco.
ZEFIRO. Odi, se tu vuoi.
TROCCIO. Dite.
ZEFIRO. Io mi proposi nella mente di cominciare a un modo, e principiai a un altro, però che la materia abbonda come si entra a trattare de le trame amorose.
TROCCIO. S'ella non lo fa, non vaglia.
ZEFIRO. Mi è parso scriverle di mia fantasia.
TROCCIO. Varrà più il suo sapere che ciò che le dite sia di vostro capo, che cento millia versi che le mandaste fatti per altri.
ZEFIRO. Concorro col tuo giudizio.
TROCCIO. Leggetene due rigarelle.
ZEFIRO. Son contento.

Lettera Amorosa.

«Dappoi che i miei occhi tirarono la vostra immagine ne la mia anima, non ho mai cessato di pregare Amore, che mi assolva di quella prosunzione, che mi rivolge a contemplazionalta

TROCCIO. Non è cetera de la mia penna questa materia.
ZEFIRO. «Però che non solo si pecca a desiderarvi, ma ancora a mirarvi, massimamente con lo affetto, che move che vi adoro, non secondo che meritate d'essere adorata, ma in quanto si stende in me l'atto del potervi adorare».
TROCCIO. Parole spiccate.
ZEFIRO. «Benché dove manca il dover riverirvi come si debbe supplisce il voler servirvi quanto si può, e supplendoci dico che, se bene mi si disconviene il vostro dimostrarmisi grato, non è però da rifiutare la fede di me, che per conoscere che amore è desio de la cosa bella e volontà della buona, amo voi che non pur sete composta di bontade e di bellezza, ma fatta studiosamente da la natura, perché gli uomini veggano le sue maraviglie nel vostro viso, e perché io abbi suggetto di vantare la indegnità de la mia servitù».
TROCCIO. Bella cosa il sapere!
ZEFIRO. «Or benché io non sia di questi amanti, che incitati da la impacienza de lo spirito, scotendo nel petto di tosco l'animo fiero, aguzzano tra i labbri rabbiosi l'ira concetta da lo sdegno preso ne la crudeltà de la lor donna, son però di sorte, che vi serìa gloria il por mente al come io vi amo et al quanto pato amandovi
TROCCIO. Poveretto!
ZEFIRO. «Sì che recreate me innanzi ch'io muoia, o che manchi in voi lo splendore de la presente vaghezza, avvenga che la età verde fugge, come rio che corre; e se ben segue la seconda, non è da confarla con la prima, né con il venire poi de la vecchiezza tacita, la quale, avendo sempre l'occhio a le tenebre de la morte, non sa se non pentirsi del tempo, che ella ha speso indarno».
TROCCIO. Sia savia dunque.
ZEFIRO. «lo vi pongo innanzi cotale esempio più tosto per onorar voi, che per beneficar me, conciossiaché senza altro premio di pietade vi sono servo in modo che ancora che ristituiste me a me stesso, mi vi renderei come quello, che vivo più volentieri vostro che mio».
TROCCIO. Sottoscrivetela con la mano d'un diamantino, se volete che ella commova i sassi.
ZEFIRO. Ah, ah, andiamo a trovar l'amico.

 




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