ATTO SECONDO
Scena
I
TRANQUILLO che doveva sposar Tansilla, e COREBO promesso in
marito a Porfiria, amata da Prelio.
TRANQUILLO. Cognato?
COREBO. Non mi chiamare anco per tale.
TRANQUILLO. Tu puoi tanto temere che il tuo avversario ritorni, quanto io temo
che colui che già prese per donna Tansilla venga oggi.
COREBO. Lo aver noi visto più miracoli a i dì nostri che le persone di tre
secoli a i loro, mi fa talmente dubitarne, che non mi posso rallegrare.
TRANQUILLO. Chi non sa augurarsi il ben suo, adombra quel d'altri.
COREBO. Se così è, non favellar meco, acciocché le tue felicitadi non
rimanghino ammaliate.
TRANQUILLO. Vèstiti ed accònciati, come mi sono acconcio e vestito io; e poi
vientene alla festa doppia e comune.
COREBO. La superstizione di Porfiria è quella che mi offusca la mente co i
nuvoli de la confusione.
TRANQUILLO. La mia parente è alla condizion di coloro, che, per aver detto di
non voler mangiare, stanno più presto a patto di morir di fame, che di ridirsi.
COREBO. Ma perché non si toglie il tempo quanti anni gli pare di quegli che io
debbo viverci, e far che oggi sia domane?
TRANQUILLO. Anch'io essendo fanciullo avrei voluto
fare il partito che vorresti far tu, caso che il sabato che monda l'ova, si
fosse trasformato ne la Pasqua che le benedice.
COREBO. Ci sono anche de i guai per te.
TRANQUILLO. Che pensi tu che pagassino quegli che odiano le mogliere loro, come
noi amiamo le nostre, a cambiar sorte teco?
COREBO. Ciò che pagherei io a cambiarla con essi;
tuttavia che intervenisse quel che potrebbe intervenire.
TRANQUILLO. Eccoti Porfiria in sul balcone da basso; andiamo ad assaltarla con
le arme dei preghi, isforzandoci di farla prigioniera con essi.
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