3.
Portare i pesi gli uni degli altri
Desidero esprimere
il mio pensiero al riguardo facendovi partecipi di una esperienza
che ho letto recentemente (La guerra di Fran). L’ha scritta una giornalista che ha vissuto in
prima persona la guerra in Bosnia… Per comunicare questa esperienza
l’ha trasformata in romanzo (Debbo confessarvi che non leggo volentieri libri
sulla “guerra”, tanto la realtà “guerra fredda o calda” pesa sulla mia vita…).
Fran è un’adolescente che sta vivendo la
terribile guerra della Bosnia… Mentre enumera le sue sofferenze e quelle del
suo popolo, parla anche dell’amicizia con un sacerdote cattolico (Patrick) e ricorda una storia che lui le ha raccontato.
Un soldato, dopo anni, era
finalmente tornato dalla guerra del VietNam e aveva
chiamato i genitori dall’aeroporto di San Francisco, chiedendo se poteva portare a casa anche un suo amico. Gli dissero subito di sì, che sarebbero stati contenti di conoscerlo, ma quando egli
aggiunse che l’amico era saltato su una mina e ci aveva rimesso un braccio e
una gamba, e chiese di poterlo ospitare perché l’amico non aveva un posto dove
andare, gli risposero che erano molto dispiaciuti, e che forse potevano
trovargli un alloggio da qualche parte. No, replicò il soldato, voi non avete
capito. Io voglio che venga a vivere da noi. Allora i suoi gli dissero che
dispiaceva loro, ma non potevano prendersi sulle spalle un peso simile e che
egli non si rendeva conto di che cosa volesse dire un disabile in casa…
Facevano già fatica a tirare avanti per conto loro senza questo problema.
Insomma, gli consigliarono di lasciar perdere l’amico, che avrebbe trovato modo
di arrangiarsi, e lo invitarono a tornare a casa da solo. Il ragazzo riattaccò
il telefono e i genitori non ne seppero più nulla.
Dopo diversi giorni
ricevettero una telefonata dalla polizia… Li avvertiva che il figlio era morto
suicida… Disperati volarono all’obitorio e vennero
accompagnati per l’identificazione del corpo. Quando lo videro e lo riconobbero
furono scioccati perché scoprirono quello che neppure
lontanamente avevano sospettato, e cioè che era proprio lui, il loro figlio, il
soldato senza un braccio e senza una gamba…
Portare i pesi gli uni degli altri… Care sorelle, chissà se a volte non siamo anche
noi come i genitori di quel ragazzo… Ci è facile amare chi non ha problemi, o
non ci causa fastidi e difficoltà, amare i fratelli e le sorelle dei Paesi che
non abbiamo mai visitato… E’ facile escludere dalla nostra cura chi ci ha fatto
uno sgarbo, una indelicatezza, chi ci ha lasciato da parte o non ci ha
ascoltato...; seguire la legge dell’occhio per occhio, dente per dente…
Ho citato prima la logica di
Dio. Voglio ripeterla per me: la nascita da una vergine, lo scandalo della
croce, il perdono dei nemici…, magari 70 volte 7, cioè
sempre e in ogni caso. E’ vivendo questa
“logica” che diventiamo “operai dello Spirito”, “servitori della Parola”;
“fedeli e credibili annunciatori del Regno”.
A questo proposito si potrebbe
aprire il grande capitolo del “discernimento” comunitario.
Il nostro Capitolo Generale ultimo ha proposto il discernimento come via e
forza di trasformazione in questo tempo di pluralismo, di superficialità e
frammentazione. Ne ha approfondito il significato: dono dello Spirito per la
comunione, certezza che Egli è nella storia e si fa presente a chi lo cerca con
umiltà e fede. Dono da scoprire anche attraverso la mediazione di chi ha un
ruolo di animazione e, vivendolo generosamente, conosce la forza e la gioia di essere accolto
e amato da Dio e per questo vive quotidie la
capacità di accogliere, amare, prendersi cura..
Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola in
una recente pubblicazione hanno scritto: «Ciascuna
donna e ciascun uomo, nella reciprocità del convivere, apprendono l’umiltà di
essere limitati, la necessità di riconoscersi l’uno nell’altro, di stimare ed
essere stimati, di essere, alternativamente, ora il pieno ora il vuoto, ora
l’attivo ora il passivo, ora il discepolo ora il maestro […]. Sarebbe un danno essere sempre maestri […]. Sarebbe parimenti un danno
essere sempre e solo discepoli, se ciò significasse
rinunciare a far emergere i tesori nascosti che ciascuno
porta in sé…».
Tenendo presente quanto detto fin qui vorrei ora sottolineare alcune condizioni che - a mio avviso –
costituiscono l’ identikit dell’animatore, dell’animatrice di un
Istituto o comunità religiosa e sono imprescindibili per costruire una comunità
in cui la comunione possa essere una realtà vissuta e sostenuta da tutti/e.
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