Parola e testimonianza
Charles de Foucauld, ha scritto: “Il
Signore stabilisce un prezzo molto accessibile per la nostra salvezza: non
vergognarsi di quelle cose di cui lui non si vergognò: la compagnia di poveri, di emarginati, di peccatori; non vergognarsi del suo
insegnamento, delle verità della sua religione; non arrossire della sua sposa,
la santa Chiesa; non vergognarsi di adottare il suo stile di vita; non
arrossire se si vivono i suoi comandamenti e i suoi consigli che sono in netta
contraddizione con le idee del mondo… Solo una cosa dovrebbe farci vergognare:
non amarlo abbastanza…”.
Chi anima è chiamato/a a
vivere con gioia e in comunione la propria vocazione nella Chiesa, a essere
sale della terra e lampada sul moggio, anche perché il mondo veda e creda!
L’ultimo documento “Ripartire da Cristo” ci invita
a contemplare il volto di Cristo, a dare il primato alla Parola di Dio nella
nostra vita, a interiorizzarla con sapienza e proporla con parrhesia; a riaffermare la centralità
di Gesù Cristo, Redentore e Salvatore e la presenza e
l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e nella storia, a sostenere una
antropologia cristiana che riproponga la dignità della persona umana – uomo e
donna - con tutti i suoi diritti (la vita, la libertà, la salute, il lavoro, la
famiglia). Per realizzare tutto questo, io credo, c’è oggi bisogno di una
conversione che è ecologia del cuore, ecologia della mente, ecologia della
vita. I nostri voti non possono essere vissuti anche come impegno ecologico?
Ecologia della mente, innanzitutto, cioè
onestà intellettuale per dare alle situazioni e alle cose il loro “giusto nome”
(chiamare male il male e bene il bene, senza paure o compromessi), per
denunciare senza paura le ingiustizie, la violazione dei diritti dei più
deboli, non demonizzando o legalizzando tutto e tutti; ecologia del cuore per vincere la prostituzione del corpo e quella
dello spirito che genera manie di potere e di grandezza ad ogni livello e
aumenta sempre più il numero dei “non aventi diritto”,
degli esclusi; ecologia della vita per cercare il “solo necessario”, avere il
coraggio di condividere i propri beni materiali e spirituali e lottare contro
lo spreco delle cose, della natura, del linguaggio, del dolore, della gioia,
dell’amore. I nostri voti sono una scelta ecologica
fondamentale. Noi consacrati/e contribuiamo all’umanizzazione della cultura,
impegnandoci a ricomprendere i consigli evangelici
come vie di civiltà, vie missionarie, possibilità singolari di
umanizzazione. Nella cultura disumanizzata,
nella cultura dello spreco e dell’inquinamento, deve essere nostro impegno fare
una scelta alternativa e controcorrente, e proporla alle nuove generazioni,
vivendo la castità come ecologia del cuore, la povertà come ecologia della vita,
l’obbedienza come ecologia della mente.
Il coraggio dell’annuncio è una nota peculiare del
Magistero di Giovanni Paolo II, strenuo difensore del Vangelo e della dignità
della persona umana, ed è stata una nota peculiare del suo ministero episcopale
in Polonia nei tempi duri del contrasto tra il Regime
e la Chiesa. Leggo ancora dalla biografia citata. Alla fine
del 1963, Karol seppe di essere stato scelto
come arcivescovo di Cracovia. E a favorirlo, in
qualche modo, erano state le stesse autorità comuniste, che avevano bocciato
ben sei nomi proposti da Wyszynski. E li avevano bocciati perché convinte di poter trovare, in quell’attento studioso del marxismo, un interlocutore più
conciliante e malleabile del cardinale primate. Quando i rapporti tra Chiesa e
Stato divennero estremamente difficili, Wojtyla fu in prima linea a favore della gente e del
popolo, senza paura, e il regime scoprì di essersi completamente sbagliato nei
suoi confronti (cf. p. 163).
Al riguardo - in occasione del Giubileo dei giovani
- ha scritto Indro Montanelli: “Questo papa anziano,
che le parole, anche nella sua lingua, le pronuncia
con fatica, ha detto ai giovani cose di cui la più moderna e aggiornata ha 2000
anni di età. Ma è proprio questo, credo, che i giovani inconsciamente cercano
in un mondo dell’effimero come quello in cui noi li abbiamo fatti crescere,
qualcosa che non abbia tempo perché è eterno, e che offra
alcunché di stabile su cui posare – e riposare – i piedi”.
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