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Testo
Nel venerabil convento di San Domenico in Modena, essendo
priore del luogo frate Agostino Moro da Brescia, avvenne che la terza festa di
Pasqua un eccellente predicatore, che tutta la quadragesima (quaresima) aveva,
con general soddisfacimento di tutta la città, predicato nella chiesa d'esso
convento, pigliò, come costumano molti, licenza con quelle cerimonie che per
l'ordinario fanno i predicatori.
E sapendosi per la città che quella doveva essere l'ultima
predicazione del padre, vi concorse tutta la città, che pareva che in quella
chiesa fosse la plenaria indulgenza; e tanto fu la calca e numerosità di gente,
che la chiesa, per l'alito di tanti uomini e donne, resto tanto calda e ardente
che, finita la predica, che era durata, avendo predicato dopo desinare, fin
quasi a le ventidue ore, con grandissima difficoltà i frati dissero vespro e la
compieta (preghiera per scongiurare le tentazioni notturne) insieme.
Il sagrestano, che era persona discreta ed avveduta, per
disfogare la chiesa, aperse tutte le finestre che ci sono e gli usci, e stette
più tardi che potè a serrar la porta grande d'essa chiesa. E tanto più che
quella sera medesima bisognò, nel
cominciar della notte, seppellirvi un reo uomo di molto triste fama e del quale
s'era detto per tutto che il diavolo gli era visibilmente apparito nella sua
infermità, e ciascuno credeva che dovesse esser portato via in anima e corpo.
Finite l'esequie di questo reo uomo, il sagrestano, fermata
la porta grande della chiesa, lasciò aperta quella che ha l'adito sul primo
chiostro, a ciò che nella notte la chiesa meglio si rinfrescasse.
Era, quella stessa sera, venuto un frate che aveva predicato
in montagna, ed aveva le sue cosucce portate suso un asinello nero come pece, e
l'aveva riposto in una stalletta. Il quale asino, dopo che tutti furono a
dormire, non so come, si partì dalla stalla e andò dentro il chiostro, dove
l'erbetta era tenera e grassa e quivi stette buona pezza, pascendo l'erbetta
d'esso chiostro. Da poi, avendo forse sete, andò per tutto fiutando, e
s'avvenne al vaso dell'acqua benedetta, la quale tutta bevve, come poi il dì
seguente i frati s'avvidero.
Pasciuto che fu e cavatosi la sete, andò su la sepoltura del
reo uomo seppellito la sera innanzi, che tutta era coperta d'arena, e quivi,
più volte aggirandosi, si distese per riposarvi.
E' consuetudine che sonato il matutino, i novizi se ne vanno
al coro e quivi apprestano le candele e i libri per cantar l'ufficio. Andarono
dunque a l'ora del matutino due giovinetti per preparar ciò che era bisogno, e
passati per la sagrestia, ne l'uscir di quella per andare al coro, videro
messer l'asino disteso su la sepoltura, con gli occhi che assembravano due gran
carboni ardenti, e duo orecchiacce lunghe che proprio rappresentavano duo
corna.
Le tenebre, fomento ed aita del timore, il sepelito
frescamente in quel luogo, col vedervi su quella orribile, a quella ora,
bestia, levarono di sorte il giudizio ai timidi giovani che, senza pensare più
innanzi, credettero fermamente quella bestia essere il diavolo. Onde,
spaventati, si mossero quanto più le gambe ne gli poterono portare, a fuggir
via, tenendosi ben avventurato colui che più forte se ne fuggiva.
Giunti in dormitorio, ansando e non potendo quasi formar
parola, incontrarono alcuni frati che se n'andavano al coro, tra i quali era il
maestro dei novizi.
Egli, veggendo, per lo lume che tutte le notti arde in
dormitorio, costoro tornarsene indietro, disse loro perché non andavano ad
apprestar l'ufficio; i quali, con perturbata e timida voce, gli risposero che,
su la sepoltura dell'interrato la sera, avevano visibilmente veduto il nemico
dell'umana natura.
Il buon maestro, che non era perciò il più animoso uomo del
mondo, cominciò a tremar di paura, e stava fra due se doveva discendere o no.
Su questo arrivò frà Giovanni Mascarello, cantore e ottimo musico, il quale,
sentendo questo, animosamente se n'andò giù. E come entrò in chiesa e vide
quella bestia, che aveva disteso le orecchie per lo strepito che aveva sentito,
se gli rappresentò innanzi il morto e la sua malvagia vita, e subito,
rivolgendo le spalle, serrò l'uscio della sagrestia e corse di lungo di sopra,
gridando quanto più poteva: - Patres mei, egli è il diavolo e il nemico de
l'umana natura! - E più fiate replicava simili parole.
Egli ha una grandissima voce e gridava sì forte che non vi
fu frate che non lo sentisse.
Il priore, che allora usciva fuor della cella, se fece
innanzi e a frà Giovanni disse: - Che pazzie son queste, cantore, che voi dite?
Tacete e non fate a quest'ora cotesti romori
Padre - rispose allora il cantore - io non farnetico, ma vi
dico che il diavolo è in chiesa, ed io visibilmente con questi miei occhi l'ho
veduto su la sepoltura di quell'uomo di così mala fama, che iersera
seppellimmo. E credo che sia venuto per portarsene all'inferno il corpo di
costui. Questi dui giovani anco l'hanno veduto.
Domandato dal priore che cosa vista avessero, dissero il
medesimo che frà Giovanni detto avea. Il perché il priore, pigliati seco
alquanti di quei frati che quivi il romore aveva ragugnati, scese giù ed entrò
in chiesa. Ed avendo tutti la immaginazione di ciò che avevano inteso, si
pensavano senza dubbio, come videro l'asino, di veder il demonio infernale. Il
perché tutti, tremando, si fecero il segno della croce e ritornarono in
sagrestia, ove il priore, fatto un poco di consiglio con quei frati che quivi erano,
fece sonar a capitolo (a generale convocazione).
Ed essendo tutti i frati uniti insieme, fece loro una
esortazione, pregandoli tutti a far buon animo, e non temere questa apparizione
diabolica. Esortati ed animati, i frati andarono tutti di brigata in sagrestia,
ove si vestirono de le vesti sacre e pigliarono tutte le reliquie che avevano.
E avendo ciascuno qualche santa cosa in mano, con la croce innanzi, uscirono
processionalmente, cantando divotamente la Salve Regina.
Per tutto questo messer l'asino , che se ne stava a suo
bell'agio, punto non si mosse dal luogo che preso aveva. V'erano pochi che
ardissero alzar gli occhi verso la bestia, e tutti erano così fermati in
opinione che il demonio si fosse, che non vi fu mai nessuno che dell'asino s'accorgesse.
Finita di cantar la Salve Regina, nè per tutto ciò l'asino
levandosi, si fece il priore dare il libro de li esorcismi, che si adopera a
cacciar gli spiriti maligni dai corpi degli spiritati, e lesse tutte quelle
virtuose parole che a simil ufficio si convengano. Né per tutto questo l'asino
fece vista di volersi levare.
A la fine il priore prese l'aspersorio dell'acqua santa, ed
alquanto più del solito accostatosi all'asino, alzata la mano, quello cominciò
col segno della croce a spruzzare d'acqua benedetta e, per la fissa
immaginazione che in capo avea, mai non s'avvide che non demonio, ma asino era.
Ora, avendolo due o tre volte assai bene inacquato, o che messer l'asino
sentisse la frigidezza dell'acqua o pur che dubitasse col bastone de l'aspersorio
esser battuto, veggendo tante volte il priore aver levato la mano come se
bastonarlo il volesse, addrizzatosi in piè, con orribile ragghiar asinino, che
con gran voce mandò fuori, tutta bruttò
la sepoltura. Onde, con questi ridicoli atti diede al priore e a' frati il
segno che non era il diavolo, ma messer l'asino. In questo, tutti i buoni frati
rimasero con un palmo di naso, e non sapevano che si dire né che si fare.
A la fine tutto si risolse in gran riso, e parve loro gran
cosa che giovani e vecchi, filosofi e teologi, tutti restassero de la vista
d'un asino scornati. E certo si può dire che la immaginazione profonda di cose
triste nuoce assai, e che è meglio con ragionevole audacia investigar il vero
che inconsideratamente intrar in timore e creder a l'altrui fantasie.
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