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Che
l'argomento dee scegliersi pari all'ingegno di chi lo tratta.
La
prima e più d'ogni altra importante fatica è l'invenzione dell'Argomento: di
che eccovi la prima legge d'Orazio, dove avvisa, che se siete un Pigmeo, non
avete a volervi caricar le spalle d'un Mondo, come se foste un'Atlante.
Versate
diu quid ferre recusent,
Quid
valeant humeri.
Se
avete un'ingegno di punta debile e stemprata, non dovete, prendere a lavorare
porfidi, serpentini, marmi molto più duri del vostro scarpello. Misurate la
vela col vento, e 'l timone colle onde; e se voi siete un piccol burchiello,
non la vogliate far da gran nave. Il vostro mare Oceano sarà un lago; le vostre
Indie un'isoletta lontana mezza giornata: Altum alii teneant.
Che
fareste, se pescando a minuto piccoli pesciolini, vi vedeste venir nella rete
un gran Tonno, e farsi vostro prigione? V' incanterebbe egli tanto l'avidità
della preda, che vi togliesse di mente la debolezza della rete? Voi avreste
timore di prendere quello, che, per altro desiderereste d'avere; sapendo, che
non più sono abili alla pesca di quelle bestie sì grandi reti tessute di fila
sottili, di quello che sieno le tele de' Ragni alla caccia de' Calabroni.
Oh
quanti fanno come quell'Icaro delle favole, che non fu nè buon'uccello in aria
nè buon pesce in acqua, già che precipitò volando e annegò notando! il misero
padre, vedendolo andare oltre i confini che gli prescrisse quando gli attaccò
l'ali alle spalle, lo seguiva da lungi, e gridava,
Sconsigliato
fanciul sciocca farfalla,
Già
del foco vicin tocchi la sfera;
Nè
ti sovvien, che debili alla spalla
Porti
dentro le fiamme ali di cera?
Icaro,
oimè! tropp alto, Icaro, salì;
ferma,
Icaro, il volo, e bassa l'ali.
Ma
che pro? se prevalse il gusto al pericolo, e l'occhio all'orecchio;
Coelique
cupidine tactus,
Atius
egit iter:
fin
tanto, che, strutta la cera e spennate a poco a poco l'ali, cadde dal cielo nel
mare, e vi morì. Così va chi lascia il volo al desiderio, e non misura
l'altezza del corso che prende con la forza dell'ali che il portano. Alcuni
argomenti vi sono, che pajono avere l'ambizione del grande Alessandro, che non
voleva che del suo volto uscisse pittura, statua, o impronta, che non venisse,
da pennelli d'Apelle, da gli scarpelli di Fidia, e dalle forme di Lisippo.
Anch'essi sdegnano il lavorio d'ogni altro stile, che d'oro non sia: soli fra
tutti gl'ingegni ammettono i più sublimi, come di tutta la terra Giove sole per
sè prendeva le punte de' monti; per questa ragione, che al più alto di tutti i
Dei la più alta parte della terra si dedichi.
Pertanto,
degli argomenti molto acconciamente può dirsi ciò che della Fortuna dicevano i
Savj antichi, che, a guisa delle vesti, non l'ha migliore chi l'ha maggiore, ma
chi l'ha più adatta e meglio acconcia al suo dosso. Pireico Pittore altro per
ordinario non dipingeva che Stalle e Giumenti; Serapione non altro, che Cieli e
Dei. Ma i Cieli di Serapione avevano della stalla, e i Dei del giuniento; sì
come all'incontro le Stalle di Pireico erano cosa celeste, e i Giumenti
nell'eccellenza dell'arte aveano del divino. Non è la materia, ma il lavorio
quello, che dà all'artefice i nome e all'opera il prezzo. Se a voi è toccata
una penna come il pennello di Pircico che intorno ad ordinarie materie possa
con l'ode non ordinaria impiegarsi; non vogliate essere un Serapione, che, vago
di più alti suggetti, faccia il bello deforme, dove potea fare il deforme
bellissimo.
Ha
mai veduto il Mondo più ammirabile lavorio della sfera di quel divino artefice
Archimede? che facendo quasi un compendio del Mondo, con istrignere l'ampio,
con inpiccolire il grande, con ritardare il veloce, con abbassare il sublime
fra le angustie d'un globo, seppe comprenderlo senza confonderlo: e dando la
libertà a' pianeti, l'ordine alle stelle, la varietà a' moti, la proporzione a
gli spazi, sì aggiustatamente il tutto dispose, che se mai si fossero
sconcertati i periodi del Cielo grande, s'avrebbero potuto correggere con que'
del piccolo d'Archimede. Ma un sì nobile lavorio, per cui vile materia
sarebbero stati i zaffiri e i diamanti, non si formò egli di vetro? Con la
fragilità d'un vetro manchevole egli imitò l'eternità dell'incorruttibile
sustanza de' Cieli: nè scemò di pregio l'opera per essere la materia si poco
pregevole. Quel gran cristallo di rocca, di cui il Mercatore formò
all'Imperadore Carlo quinto un globo celeste, incassando dentro cerchietti
d'oro finissimi diamanti in vece di stelle, e facendolo con quest'arte, come
quell'altro la sua Elena, se non bella, almeno ricca, appena ha trovato memoria
non che lode nel mondo. Tanto più vili del vetro d'Archimede furono i diamanti
del Mercatore, quanto fu in esso più ingegnosa l'arte e più maestevole il
lavorio.
Anzi
la più bella parte d'un discorso è la bellezza del l'argomento: e chi lavora di
cervello sa per pruova, che il suggetto ingegnoso aguzza mirabilmente
l'ingegno, e are quasi che la materia nobile somministri da sè pensieri degni
di sè, ambiziosa d'esser nobilmente trattata. Crescit enim (disse Materno nel
dialogo di Tacito, o più tosto di Quintiliano) cum amplitudine rerum vis
ingenii; Nec quisquam claram et illustrem orationem efficere potest nisi qui
causam parem invenit. E a dir vero, su una rozza e grossa tela d'ispido
canavaccio troppo male s'adattan ricami gentili di seta; e le perle e gli ori
si sdegnano tanti movimenti di comparire su un fondo sì vile. All'incontro,
quanto rigogliose vanno, disse un Poeta, e quanto superbe l'acque, del Pattolo
e del Tago, perchè corrono sopra arene d'oro ditano Acque non sembrano, ma
diamanti; non dovendosi a un fondo sì nobile, licore men prezioso.
Prenda
dunque, chi può degnamente trattarle, materie di sublime argomento, se vuol che
ne segnano parti, di nobili componimenti: altrimenti gli avverrà come a quell'Archidamo
Re degli Spartani, che presa per donna una femina di statura oltre misura
piccola, ne fu castigato, da gli Efori, tamquam non Reges, sed Regunculos,
procreaturus.
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