Nel
settembre del 1867 viaggiavo in Polonia per certa missione medica che mi era
stata affidata; doveva fare delle ricerche e degli studi intorno ad una fra le
più spaventose malattie che rattristano l’umanità: la plica polonica. Benché
questo morbo sia circoscritto nella sola Polonia i suoi strani effetti ed il
suo nome sono conosciuti, anche dai profani della scienza, per ogni parte
d’Europa; fosserci così pure palesi le sue cause ed i suoi rimedi. V’ha chi
sostiene che questa malattia de’ capelli sia epidemica, adducendo ad esempio
alcune località lungo la Vistola che ne sono infestate; altri asseriscono che
sia prodotta dall’immondezza dei contadini polacchi e dall’uso tradizionale fra
quelle genti del tener lunghe le chiome. Una prova in favore di questa seconda
opinione si è che la plica apparisce come un flagello esclusivo della più bassa
plebe, della più lorda genìa dei servi, dei vagabondi, dei mendicanti.
L’avere la plica è in Polonia un titolo per dimandare l’elemosina.
La mia
missione mi portava per necessità in pieno conventicolo di tenants, in
piena familia contagii. Accettai risolutamente il dovere e incominciai
le ricerche.
Appunto nel
mese di settembre si solennizzano in quei paesi le feste della Madonna di Czen-
stokow; questa piccola città gloriosa pel suo antico santuario diventa a que’
giorni il ritrovo dei polacchi di Varsavia, di Cracovia, di Posen, e la
dilaniata nazione si ricongiunge così per breve ora, idealmente, nella unità della preghiera.
Traggono a
frotte, a turbe, dai confini austriaci, dai confini prussiani i devoti, quali a
piedi, quali in briska, arrivano alla villa santa, salgono la collina della
chiesa pregando, varcano i massicci muri di cinta, che fanno di quel sacro
asilo una vera piazza forte da sostenere assalti e battaglie, poi giunti al
sommo si prosternano davanti alla porta del tempio; poi s’avanzano chini,
compunti e si gettano giù colla faccia sui marmi dell’altare. Molti pregano da
quella bruna Madonna tempestata di gemme la salute della povera patria; altri
più egoisti perché più sventurati domandano la loro propria salute, il
risanamento di qualche loro infermità e abbondano i paralitici, i ciechi, gli
storpi, gl’idropici, i cronici d’ogni specie e fra costoro v’ha pure la lurida
torma dei malati di plica. Questi ultimi, protetti dallo stesso ribrezzo che
incutono, attraversano la folla stipata, la quale s’allarga schivando il loro
passaggio, ed arrivano così fino alle più ambite vicinanze dell’altare. Là
sotto il riverbero delle lampade d’oro, fra il caldo vapore dei profumi sacri,
picchiandosi il petto e la fronte urlano come ossessi le loro preci e
gesticolano freneticamente, poi se ne ritornano e si schierano fuori
dell’ingresso principale per chiedere l’elemosina a chi esce.
L’anno 1867
ero anch’io alle feste di Czenstokow: la certezza di trovare ivi materia pe’
miei studi mi aveva tratto in mezzo alla pia baraonda. Infatti i soggetti di
plica non mancavano; quando io giunsi erano già tutti al loro posto in doppia
fila lungo la gradinata dell’atrio, strillando la loro nenia e invocando un kopiec
in nome della Vergine. Immondi, orribili tutti, col loro ciuffo irto sulla
fronte (e quale l’avea biondo e quale nero e quale canuto) parevano schierati
là per ordine mio.
Li squadrai
rapidamente, gettai a terra davanti ad essi una moneta di rame, ed entrai nella
chiesa. Non avevo camminato dieci passi sotto la vòlta del santuario quando
udii fuor della porta un feroce baccano come di veltri latranti e di pietre
percosse e in mezzo al tumulto la parola przeklety (maledetto) urlata
con beffardo repetio. Mi volsi verso la parte di dove veniva il tafferuglio ed
escii. Un odioso spettacolo fu quello che io vidi.
Vidi un gruppo
ululante di cenciosi arruffati in terra circa sul luogo dove avevo gittato il kopiec.
Su quel
confuso allacciamento di persone non apparivano che le teste nefande e le
braccia furenti.
Alcuni
stringevano in mano una pietra e s’avventavano con quella su qualche ignota
cosa che l’intera massa del gruppo celava.
«Dài al rosso!
dài al maledetto! Dài al patriarca», gridavano alcuni.
«Dài al ladro
dei poveri! dài al tesoriere!» strillavano altri.
«Quel kopiec
non è per te. Tu hai già il fiorino rosso di Levy».
«Ammazza! Paw
è un impostore, ha la plica finta; l’ho visto io ingommarsi i capelli per parer
più bello di noi».
«Tiraglieli!»
ed allora un vecchio accattone membruto si gettò in mezzo a quel brulicame e
con voce più minacciosa degli altri gridò:
«Paw! apri
quel pugno o ti tiro pel ciuffo» E accompagnò con un gesto la minaccia.
In quel
momento (pari ad una molla che scatta, dopo essere stata con violenza
compressa) sorse dal suolo un uomo lungo, nervoso, giallastro, magrissimo. Il
suo balzo fu tale che tutti coloro che gli stavano sopra percuotendolo,
stramazzarono a terra in un lampo. I capelli di quest’uomo erano più orrendi
degli altri per la loro tinta rossastra e per la loro smisurata lunghezza;
parevano sulla fronte di quel disgraziato una mitria sanguinosa, alta e dura.
Forse per ciò lo chiamavano il patriarca. Non avevo mai visto un caso più
spaventoso di plica. Quell’uomo mitrato, erto, immobile sul floscio branco dei
mendicanti caduti, protendeva orizzontalmente le braccia come una croce viva e
serrava le pugna con rigido atteggiamento. Dopo un istante aperse il pugno
sinistro, lasciò cadere il kopiec, non disse parola.
«Apri anche
l’altro», gridavano in coro gli accattoni sghignazzando, ma l’altro pugno restò
chiuso. Paw calò con lentezza le braccia e s’avviò verso la discesa della
collina. Mentre si allontanava una tempesta di ciottoli e di bestemmie lo
assaliva alle spalle. Io lo seguivo a trenta passi di distanza.
Quella scena
mi aveva quasi atterrito, quel personaggio mi aveva commosso. La pietà che si
scompagna di rado dall’egoismo della curiosità mi attirava verso quello
sventurato. Egli camminava lento, sotto la mitraglia delle pietre, con passo
grave da stoico. Io movevo veloce per raggiungerlo. Avevo dinanzi a me un
meraviglioso problema di scienza e fors’anche un fatale argomento di dramma.
Quel paria dei mendicanti, quel patriarca della plica colle tempie così
atrocemente segnate, quell’uomo vilipeso, percosso, a cui era tolto perfino
l’estremo rifugio sociale, l’elemosina, quel lugubre Paw m’invadeva il
pensiero. Avevamo percorso un buon tratto di collina, la bufera dei sassi era
cessata. Giunto all’ultimo girone della discesa, il personaggio che seguivo
s’arrestò, alzò il pugno destro al cielo in atto di rivolta e di dolore, indi
riprese il cammino.
Gli stavo a
due metri di distanza, lo chiamai: “Paw!”.
Nell’udirsi
chiamato accelerò il passo, paurosamente. Allora gli venni d’accosto e gli
dissi:
«Amico. Eccoti
dieci kopiechi, invece d’uno», e gli porsi il denaro. Paw mi guardò
meravigliato e sclamò:
«La Santa
Vergine di Czenstokow vi benedica, eccellente padrone, e dia la salute a voi e
la pace ai vostri morti».
Sclamando ciò,
egli si era curvato fino a terra per abbracciarmi le ginocchia, io mi ritrassi
un poco.
Il sole
tramontava, i lembi del colle erano immersi in un’ombra fresca, azzurrina che
saliva lentamente come una tranquilla marea. La brezza della sera soffiava e mi
scuoteva i capelli sul viso ma la chioma di Paw resisteva al vento come una
roccia. Il berretto, che chi sa da quanti anni egli non poteva più tenere sul
capo, gli pendeva al collo appeso ad uno spago.
«Buon uomo -
gli dissi – l’ora è tarda ed hai mendicato abbastanza, vieni a riscaldarti lo
stomaco con un bicchierino di acquavite».
«La Madonna
del Santuario vi tenga sotto la sua buona guardia» mormorò e un caldo lampo
di gratitudine brillò nella sua pupilla
nervosa.
Poi che fummo
discesi fino all’ingresso della città alla prima osteria che incontrammo
entrai. Paw mi seguì.
La taverna,
degna del dialogo che stava per incominciare, era un bugigattolo cupo, tutto
impregnato di vapore denso. Sorgeva in un angolo una stufa gigantesca che
fumava come un cosacco, e in un altro angolo sdraiato su d’un tavolo vedevasi
un cosacco colla sua pipa in bocca che fumava come una stufa. L’immagine della
Madonna era inchiodata alla parete di mezzo: un triste lumicino le
ardeva davanti.
Mi accovacciai
nel cantuccio più oscuro della taverna; accennai a Paw una sedia che mi stava
di fronte. Comandai: rhum e acqua calda. Accesi due bicchieri di punch e
ne porsi uno al mio uomo. La sera inoltrava, la fiamma del punch spandeva
un riverbero verdognolo e vacillante sulla faccia scialba del mio commensale
ch’io esaminavo curiosamente. Paw co’ suoi capelli irti, coi suoi occhi
spalancati, cadaverico, tremante, pareva il fantasma del Terrore. Dopo alcuni
minuti di silenzio chiesi:
«Buon uomo,
quando fu che ti venne questa brutta malattia?».
«La è una
lunga storia, padrone».
«Tanto meglio,
bevi un altro bicchiere di punch e narrala tutta».
«Questa
pettinatura - riprese Paw sorridendo amaramente - mi venne per uno spavento
ch’ebbi una notte che passai con Levy».
«Chi è Levy?».
«Il mio
padrone lo ignora? forse che il mio padrone non è di questi paesi. Codesta di
Levy la è un’altra lunga storia».
«Meglio due
che una».
Dalle parole
di Paw intravedevo già un fatto importante cioè, che la plica poteva essere la
conseguenza d’uno spavento.
Tornai a
indagare la chioma del mio malato; nel contemplarla a lungo un tale terrore mi
colse che portai rabbrividendo le mie mani a’ miei capelli, perché mi pareva
che la plica fosse già sulla mia testa.
Guardai
intorno e vidi l’osteria deserta, oste e cosacco esciti.
Paw ed io,
soli, ci guardavamo in faccia.
Finalmente Paw
ruppe il silenzio così:
«Padrone mio;
ecco la storia di Levy»:
(Paw narrava
la storia che segue con tanta esuberanza di particolari e con un dire così
convinto e vivo che sembrava narrasse cose vedute, udite e toccate con mano. A
volte trasaliva. Egli si compiaceva nel terrore del suo racconto, la sua
parola, i suoi pensieri erano attratti dall’Orrido come da un abisso, un
fuoco sinistro, gli brillava negli occhi. Eppure parlando soffriva. Su
quell’uomo rivelavasi un riflesso di tragica intelligenza. Io non attenuerò qui
menomamente il carattere bieco del suo stile, trascriverò la storia di Levy
come l’udii narrare io stesso da quel mendicante, quella sera d’autunno, in
quel fosco casolare polacco).
Simeòn Levy di
Czenstokow viveva ancora dieci anni fa, ed era il più avaro usuraio del ghetto.
Fin da ragazzo girovagava le contrade per raccogliere gli stracci che cadevano
dalle finestre e in vent’anni ne radunò una quantità strabocchevole. Vendé i
suoi stracci ad una cartiera prussiana pel prezzo, credo, di mille fiorini
d’argento e con quel capitale in mano prestò ad usura. Fra i guadagni che
ritraeva dai debitori e la sua innata avarizia arrivò in poco tempo a far, di
mille, dieci- mila.
Levy si
vestiva co’ cenci che trovava per via, li cuciva insieme ingegnosamente e se ne
faceva la tunica. “Cento piccole monete fanno un rublo, cento piccoli brandelli
fanno un vestito” egli diceva. Levy mangiava regolarmente una volta ogni
trent’ore, quando di giorno e quando di notte, con questo sistema egli
economizzava, su d’uno spazio d’otto giorni, due giorni di cibo, e otto giorni
sullo spazio di un mese.
Tutte le sue
abitudini si subordinavano alle sue trent’ore; la giornata di Levy aveva sei
ore di più che per gli altri uomini e la settimana un giorno di meno. Il giorno
eliminato era il sabato. Lo chiamavano l’Ebreo senza sabato. Levy non
riposava mai e per attendere alle sue faccende non abbadava al corso del sole,
lo si vedeva correre per la città all’alba o al meriggio o di notte come
portava il suo bizzarro calendario. Chi aveva a fare con Levy doveva
sottomettersi non solo alla tirannia del suo per cento ma anche alla
tirannia delle sue abitudini. “Il sole non è la mia lucerna” soleva ripetere.
Intanto Levy arricchiva. Ogni decennio aumentava d’uno zero la cifra del suo
capitale. A trent’anni non possedeva che 10.000 fiorini, a quaranta ne aveva
100.000, a cinquanta toccava il 1.000.000.
La notte che
compì il mezzo secolo, salì nel solaio dove abitava, aperse lo scrigno e si
mise a far conti. Contò pila per pila i ducati d’oro d’Olanda, gli imperiali di
Russia, i talleri d’argento prussiani, contò fascio per fascio le banconote e
le cambiali, beandosi alla vista del suo milione.
Già mezzo
milione era contato, già settecento mila fiorini erano contati, già era contato
quasi l’intero milione di fiorini, quando s’accorse che per fare la somma
rotonda gli mancava un fiorino d’oro. Felice per la ricchezza che aveva
sott’occhi e disperato ad un tempo pel fiorino che gli man- cava, si coricò.
Non poteva chiuder occhio. Si rammentò con dispetto che una settimana prima era
morto a Czenstokow un povero studente al quale egli aveva prestato ad usura. Il
debito ammontava alla somma di un fiorino rosso (moneta equivalente ad
un ducato d’ oro) proprio la somma che gli mancava. Lo stato d’indigenza in cui
era morto il debitore toglieva all’ebreo ogni speranza di ricuperare la moneta
perduta; per ricuperarla Simeòn avrebbe volentieri dissoterrato il cadavere e
venduto le misere ossa.
«La morte mi ha
derubato (pensava Levy) a mia volta posso derubare la morte. Quello scheletro
mi appartiene». Meditava già di far valere i suoi diritti sul funebre metro di
terra sotto il quale stava sepolto in cimitero il debitore suo. Il fiorino
rosso era nel centro del cervello di Levy come un ragno nel mezzo della sua
tela, tutti i pensieri di Simeòn cadevano nel fiorino d’oro.
Quella
moneta d’oro che non aveva, gli abbagliava la mente, come la macchia ritonda
che resta nella pupilla dopo aver fissato il sole. Levy si riaffermò sempre più
nell’idea di vendere il morto per riguadagnar la moneta e con questo pensiero
da jena più che uomo, si addormentò.
Ed ebbe un
sogno così violento che gli parve realtà.
Sognò che un
amaro odore di putredine l’aveva desto e che una figura funerea gli stava
davanti! Quell’orribile fantasma aveva le gambe allacciate dal legaccio
mortuario, camminava a fatica e nella mano sinistra teneva un oggetto rotondo
che brillava.
«Il mio
fiorino rosso!» sclamò l’avaro. Era infatti un vecchio fiorino d’oro col conio
di Sigismondo III e la data del 1613. Parve a Levy che il morto gli
dicesse con voce soffocata dalla terra che gli otturava la bocca:
«Vengo a
pagare il debito mio. Ecco il fiorino della tua usura».
L’ebreo
tremava. Il morto replicò, il suo aspetto era terribile; portava sul capo una
zolla del sepolcro, e le radici delle ortiche gli crescevano nelle fosse
nasali, la sua parola d’offerta suonava come una minaccia. L’ebreo continuava a
tremare. Il morto replicò una terza volta. Levy affascinato dalla luce del fiorino
rosso, s’inginocchiò, stese la mano, il morto avvicinò la sua, la moneta
cadde nel palmo dell’ebreo. Lo spettro scomparve; il sogno cessò. Levy si
nascose sotto le coltri serrando stretto il fiorino d’oro nel pugno.
All’alba
aperse gli occhi, saltò giù dal letto, corse allo scrigno per gettarvi la
moneta che completava il milione, non poté, la mano gli si era rattratta
durante la notte, né sapeva più disserrarla. I suoi muscoli facevano degli
sforzi impotenti; il pugno s’era chiuso.
(Qui Paw
sospese un istante il racconto, una forte emozione traspariva sul suo volto,
gli versai ancora un bicchiere di punch, per rinfrancarlo. Bevette e i
suoi occhi si rianimarono. Osservai per la terza volta che Paw pigliava sempre
il bicchiere colla mano sinistra, e che la destra la teneva celata nella sua
vecchia pelliccia di pelle di capra).
Paw continuò:
Il pugno era
chiuso! Levy benché desto e in faccia alla luce del giorno, sentiva ancora gli
orli del fiorino d’oro che gli premevano l’interno della mano. E poi la
contorsione stessa del pugno provava evidentemente la realtà del prodigio.
Il milione era
completo e questa idea lo beava tutto. Il fiorino che mancava nello scrigno ne
lo possedeva, lo palpava, lo stringeva nel pugno. Pure avrebbe voluto vederlo,
avrebbe voluto collocarlo insieme agli altri in d’una di quelle sue belle pile
luccicanti.
A un tratto
gli balenò un pensiero, indossò la sua tunica ed escì; attraversò molte
contrade, s’arrestò ad un uscio, picchiò, gli fu aperto, salì una scala e
salendo si mise a gridare con voce tremebonda d’ansia:
«Mastro
Wasili! Mastro Wasili!».
La porta d’una
camera s’aperse. Levy entrò. Mastro Wasili gli stava di fronte.
Costui era un
antiquario russo, molto erudito e molto scaltro, uno di quelli che torcono in
male la scienza, come altri torcono in male la forza. «Io lo conobbi (diceva
Paw) quand’ero guardiano al tesoro del Santuario, spesso egli soleva dirmi che
se la pietra filosofale consisteva nel mutare in oro le cose le più volgari egli
l’aveva scoperta. Infatti Wasili per ogni sesterzio antico falsificato
guadagnava un vero imperiale d’oro. In fine, mastro Wasili, dottore,
professore, antiquario, numismatico, paleologo, chimico era un ladro».
Quando vide
Simeòn così trafelato esclamò:
«Da quale
tregenda di streghe sei tu scappato buon Simeone? Se non ti chiamassero l’Ebreo
senza sabato ti crederei arrivato dal Sabba tedesco o dal Sabba lituano,
dal Hartz o dalla Lisagora. Che demonio ti sprona?».
«Un demonio
no, ma un fantasma è quello che mi sprona», rispose Simeòn, e raccontò a Wasili
la visione notturna.
Finito ch’ebbe
il racconto, Wasili sogghignando nel folto della sua nera barba esclamò:
«Iesusmària!»
e fece il segno della croce greca toccandosi la fronte, il petto e tagliando
una linea trasversale dalla spalla sinistra al fianco destro.
La faccia
dell’ebreo era tutta sconvolta.
«Mastro
Wasili, - disse Simeòn - vi propongo il più bell’affare che abbiate mai fatto.
Vi vendo un pezzo di numismatica così prezioso da disgradarne la più rara
moneta egiziana. Datemi un fiorino d’oro corrente ed io vi cedo questo fiorino
rosso del morto. Qualche diavolo o qualche chirurgo che mi apra questa mano
ci dev’essere certo».
«Vediamo il
pugno» (rispose Wasili). Il pugno era serrato come una scatola di ferro. «E che
mi andate celiando, questa mano è secca».
«Sulla bibbia,
vi giuro che in questa mano c’è il fiorino rosso portante il conio di
Sigismondo III e la data del 1613; ed è un vecchio fiorino che vale assai più
d’un ducato moderno; pesandolo, così, sento che è oro preziosissimo, oro di 24
caratti».
Wasili dopo
avere ben bene scrutato l’ebreo e il pugno dell’ebreo disse:
«Top. Sta
bene. Accetto l’affare, ma pongo un patto inesorabile. La tua mano sarà aperta
entro tre mesi (voglio essere paziente) ed entro tre mesi tu mi darai la moneta
del morto portante il conio di Sigismondo III.
«Voglio essere onesto. Quando vedrò la tua mano
aperta e la tua moneta nella mano mia, ti darò mille per uno cioè mille fiorini
d’oro per il tuo fiorino rosso. Ma se entro tre mesi non avrò la moneta
che stringe quel pugno sarai tu che darai a me mille per uno. Eccoti intanto il
fiorino che chiedi, serbalo per caparra».
Wasili gettò
sul tavolo un fiorino d’oro poi sedette ad uno scrittoio estese il contratto,
lo lesse a Levy e glielo porse dicendo:
«Sottoscrivi».
«Non posso»,
rispose Levy accennando la destra.
«Sottoscrivi
colla sinistra, metti una croce», disse il greco.
«Me ne liberi
il profeta! (sclamò l’ebreo scandolezzato) quest’uomo mi farebbe peccare!»
prese una penna colla mano sinistra e vergò faticosamente il suo nome. Poscia
intascò il fiorino.
«Dunque a
rivederci, fra tre mesi, - disse il greco sogghignando - spero che allora
potremo stringerci la mano».
«Amen»,
rispose Levy; e si separarono. Lo stesso giorno l’ebreo di Czenstokow,
calcolando sui mille fiorini di Wasili fece una gita a Varsavia dove mutò in
carta quasi tutto il suo oro. Il giorno dopo partì per Londra in traccia del
dottor Camble.
(Paw tacque
ancora per qualche minuto, i suoi polmoni emunti avevano bisogno ad ogni tratto
d’un po’ di riposo. Paw prendeva occasione da queste frequenti soste per
trangugiare alcuni sorsi di punch. La bevanda forte e bollente gli
rendeva ancora qualche guizzo di forza, e ripigliava il racconto. Più che
beveva più la sua parola diventava incalzante e la sua faccia allibita. I fatti
ch’egli mi narrava dovevano commoverlo violentissimamente perché spesso
sollevava il pugno destro per avventarselo alla fronte in atto d’angoscia, ma
troncava il gesto a mezzo e tornava tutto sospettoso a rannicchiare il braccio
fra le pieghe della pelliccia. Certo qualche nesso fatale esisteva fra la
storia fantastica ch’io stavo udendo ed il fantastico personaggio che me la
narrava. Io frugavo negli occhi, nei moti, negli accenti di Paw per indagare il
doppio fondo della sua leggenda. Non di rado mi accadeva di smarrire il filo
del racconto per la curiosità che mi ispirava il raccontatore. Paw aveva già
ripresa la narrazione ed io continuavo a guardarlo fissamente e non lo
ascoltavo più. Per una bizzarria della memoria mentre osservavo l’uomo quasi
terribile che mi stava davanti udivo un rombo incessante nel mio cervello che
ripeteva quel frammento di terzina dantesca dove è descritta la dannazione
degli avari e dei prodighi:
Questi
risurgeranno dal sepulcro
Col pugno
chiuso e quelli co’ crin mozzi.
E queste
ventidue sillabe dell’inferno facevano e rifacevano il loro corso nel mio
cervello simili al girare d’un aspo.
A un tratto
fui scosso dalla seguente frase):
«Signore, -
disse il medico - quel pugno non s’apre più».
Levy non si
scoraggiò menomamente, andò da un altro dottore il quale gli consigliò la cura
de’ fanghi, e garantì di guarirlo.
Levy
intraprese la cura; per un mese tutti i dì egli teneva la mano immersa in una
gora tiepida e fetente. Il morbido contatto della melma rammolivagli i muscoli
irrigiditi, spesso Levy era colto da un balzo di gioia indicibile; sentiva le
sue dita stendersi lente, lente, e la cavità del suo palmo dilatarsi, e i pori
dell’epidermide inumidirglisi di madore benefico ed un acre vischio maligno
sciogliersi dalle falangi e la tenera carezza del fango vivificare già le ossa
ed i nervi della misera mano; Levy sentiva i tendini vibrare e scorrere il
sangue fino all’unghie.
La mano sepolta
nel palude era già semiaperta, già quasi aperta, la moneta vi scivolava entro,
allora Levy per tema di smarrire nel fango il fiorino rosso estraeva
rapidamente la mano. Il pugno era sempre chiuso! Tutti i giorni Levy subiva lo
scherno di questa illusione.
Compiuto il
mese di cura, l’ebreo non fu sanato e partì per Vienna ove dimorava a que’
tempi un celebre medico. Questi suggerì al malato i bagni elettrici. Levy
sommerse allora il suo pugno in un recipiente metallico pieno d’acqua salata su
cui agiva una potentissima corrente di pila voltaica.
L’elettricità
percorreva il braccio dell’ebreo per un’ora continua quotidianamente. Levy
scuoteva il pugno nell’acqua e allora sentiva una forma circolare, piatta e
dura che gli si agitava dentro, come l’animella d’un sonaglio scrollato.
Ma Levy non
guarì. Passò a Parigi.
Raccontò ad un
altro famosissimo medico la sua storia meravigliosa, e poi che l’ebbe narrata
aspettò la risposta dell’uomo sapiente. Costui sorrise un poco, guardò la mano
e disse:
«Questa mano è
un singolare esempio di stimmatizzazione, voi m’offrite in sommo grado
una prova della reazione delle idee sull’organismo, siete un interessante
soggetto per la scienza; la fisiologia, l’ipnologia vi terrebbero in grande
onore, ma non guarirete mai. Per aprire il vostro pugno non v’è che un mezzo
solo: amputarlo».
L’avaro stette
perplesso un momento, poscia i mille fiorini d’oro di Wasili gli balenarono e
rispose:
«Ebbene:
amputatelo».
Il medico
meravigliato, esclamò:
«Siete pazzo?
val meglio un pugno chiuso che un braccio monco».
«E il mio fiorino
rosso? - urlò Levy -il fiorino rosso che c’è dentro? lo voglio!
tagliatemi la mano, apritemi il pugno, voglio la mia moneta!».
«Non vi farò
mai questa operazione; e poi (soggiunse il medico con voce ironicamente
marcata) e poi siete proprio sicuro che là quel fiorino ci sia?».
Questa
interrogazione annichilì il povero ebreo. Non eragli mai sorto nella mente il
dubbio d’essere stato il giuoco d’una lunga allucinazione. La domanda del
medico gli insinuò per la prima volta questo dubbio. Subitamente tutta la sua
forza crollò. Scosse in aria il pugno per sentire la moneta oscillare; ma il fiorino
rosso non si muoveva più, era svanito anch’esso come la fede. L’oro dai 24
caratti era svaporato come un fumo; Levy pesava la sua mano e la sentiva
alleggerita.
Disperato
fuggì da Parigi. Aveva speso assai per viaggi, per cure, per medici, ed ecco
che se ne ritornava a casa, che riprendeva la via di Czenstokow, che rifaceva
le scale della sua soffitta più malato e meno ricco di prima. Il suo milione
era diminuito di parecchie centinaia di fiorini: stavano per scadere i tre mesi
convenuti con mastro Wasili e la scommessa dei 1.000 fiorini d’oro era per-
duta. Tre mesi prima, la certezza di tenere in mano il complemento del suo
milione e la difficoltà di schiudere quella mano, era per Levy un’angoscia
fatale, ma lieve, paragonata al dubbio di quegli ultimi giorni. Quel pugno
predestinato, sinistro, impenetrabile come un mistero, era divenuto un enigma
più oscuro assai dal dì che la fede aveva fallito. Pareva che si fosse chiuso
più strettamente.
Prima serrava
una moneta, adesso serrava forse il vuoto. Quel forse era la condanna
più crudele del povero avaro. Da quando aveva incominciato a dubitare, la
smania di aprire quel pugno gli si era fatta più ardente. Egli vedeva che tutti
gli uomini aprivano agevolmente le loro mani; quel moto così naturale e così
facile gli era interdetto. A volte ciò gli pareva impossibile e tentava co’
sforzi più accaniti di sgominare l’immobilità de’ suoi muscoli di pietra. Tutto
era vano. I tre mesi compironsi, e Levy una sera, mentre sedeva davanti il suo
scrigno, udì picchiare all’uscio delicatamente.
«Entrate».
Wasili entrò
dicendo con giovialità:
«Compare Levy,
quà la mano».
«Sì! (ruggì
l’ebreo mostrandogli, minaccioso, il pugno) l’ho fatta diventare di marmo per
avventartela in faccia, greco maledetto».
«Pace, pace,
pace - mormorò Wasili. - Potrei essere benedetto se mi ascolti. Ho una idea pel
capo e sai che le idee sono oro: abbi un po’ di pazienza. Soffri ch’io esca e
ch’io torni colla tua guarigione, col tocca e sana».
Così dicendo
escì. Levy sbalordito si gettò su d’una seggiola ad aspettare. Dopo un quarto
d’ora s’udi una briska arrestarsi davanti alla casa dell’ebreo, indi
Wasili rientrò con un piccolo sacco sotto il braccio.
«Cosa c’è in
quel sacco?».
«La medicina.
Lasciatevi curare da me. Fra cinque minuti vedremo la bella faccia di
Sigismondo III saltar fuori dalle tue dita, oppure non la vedremo se non ci
sarà, ma il pugno dev’essere aperto. Dicesti che hai la mano di marmo ed ecco
ch’io ti porto una forza che la aprirà come quella d’un bimbo.
«La polvere
che fa scoppiare le montagne spezzerà agevolmente queste tue vene pietrificate
entro le quali c’è forse una preziosa vena d’oro. Lasciati minare il pugno, qui
c’è un sacchetto di polvere. L’operazione chirurgica è nuova, pure fidati in
me, sai come sono sapiente».
A Levy l’idea
della polvere gli parve sublime. Finalmente gli si offriva un mezzo sicuro per
uscire dal dubbio. «Se il fiorino c’è (pensava) i mille fiorini entrano nel mio
scrigno ed il milione sarà completato ed io sarò lieto per tutta la vita, se
non c’è, amen, perderò mille fiorini, avrò il cuore tranquillo fino alla
morte», e porse il braccio a Wasili con un gesto possente.
Wasili
raccolse dal sacco una manata di polvere e si mise attento ad osservare il
pugno di Levy.
Una epiderme
secca e lucida lo avviluppava, le unghie erano penetrate nella polpa, le dita
parevano suggellate, il pollice conficcavasi fra la seconda falange dell’indice
e del medio, il mignolo s’era così grinzo che sembrava un gruppo informe di
nervi, sott’esso appariva un piccolo pertugio formato naturalmente dalle due
pieghe del metacarpo. Attraverso quel forellino Levy soleva spiare se la moneta
luccicava. Wasili notò quel pertugio con una pazienza da alchimista e con una
sagacia da chiromante: vi infiltrò grano a grano una dose di polvere
equivalente ad una cartuccia e mezza di fucile da caccia, indi con un grosso
ago la compresse come quando si carca un’arma. Poi disse:
«Il mortaio è
all’ordine; ora si tratta di spararlo, a ciò basti tu solo. Ma prima chiudiamo
le finestre, perchè la moneta, se c’è, non balzi in istrada».
Quand’ebbe
sprangate le imposte, Wasili prese una miccia di pece e di corda, l’accese e la
diede a Levy che la afferrò nella mano sinistra. «Fa tu stesso la tua
operazione, - disse Wasili all’ebreo, - io intanto depongo nello scrigno i miei
mille fiorini pel caso ch’io debba pagarteli. Per- dona se ti volto le spalle:
risparmiami la noia di vedere lo scoppio di un così nuovo petardo».
La notte
calava.
Levy immobile
col pugno erto e colla miccia alzata, la cui fiamma oscillante rischiarava la
cella, pallido, muto, esitava: giunto a quell’estremo, sentiva la lena mancare.
Le scintille e le goccie della miccia gli cadevano sulle dita della mano
sinistra già invischiata nella pece.
Intanto Wasili
curvo davanti lo scrigno aperto faceva le viste di contare i suoi mille fiorini,
ma invece intascava quanti gliene capitavano sotto le unghie, abbrancava con
una rapidità prodigiosa i rotoli d’oro e le carte monetate, dicendo: «Facciamo
i conti».
Prendeva
occasione dallo sgomento dell’ebreo per rubare a man salva.
A un tratto
Levy s’accorse che l’altro lo derubava e gridò:
«Maledetto
ladro!» e mosse per corrergli incontro colla torcia ardente e colle braccia
tese.
Wasili, snello
come un vampiro, si voltò, ghermì il sacco di polvere deposto a’ suoi piedi e
!ò vuotò a terra tutto davanti a sé e davanti allo scrigno, poi girando su Levy
la sua faccia terribile, gli disse con accento più terribile ancora:
«Fra te ed il
tuo scrigno c’è questo pavimento!» e indicò l’alto e nero mucchio di polvere
che lo separava da Levy. Lo scrigno era presso all’uscio. Il tugurio era
angusto. Levy tentava invano schermirsi dalla miccia che gli incatramava
fatalmente le dita dell’unica mano sana, piovendo innumerevoli faville a’ suoi
piedi: spegnerla col soffio era impossibile. La polvere sparsa gli impediva
ogni mossa. Aveva davanti una mina. Wasili intanto continuava a rubare e ad
ogni rotolo che intascava, diceva ridendo:
«Cento
imperiali!».
«Mastro!
manigoldo!» strillava Simeòn.
«Mille ducati!
cinquanta rubli! Ho finito» e fissò l’ebreo col suo volto spettrale.
Nel cervello
dell’ebreo tuonava l’accento del fantasma quando gli disse: «Ecco il fiorino
della tua usura!». Gli pareva che la pietrificazione del pugno avesse già
invaso tutto il suo corpo.
Ma repente si
scosse e urlò:
«Al ladro! al
ladro! al ladro!».
Il ladro non
c’era più. S’udì il rumore di un briska che partiva e il galoppo di due
cavalli.
Mezzo minuto
dopo, le persone che passavano per via udirono un fragore di vetri spezzati
venir dalla cella di Levy e videro alla finestra lui che gridava e subito dopo
una miccia ardente cadere.
Coloro che
salivano alle grida trovarono Levy svenuto per terra.
Tutti gli
abitanti di Czenstokow ciarlavano già allegramente della catastrofe dell’ebreo,
intercalando i motti piacevoli e l’ironia alla narrazione e ai commenti.
Israeliti e cristiani, donne e uomini gongolavano; la sciagura del povero avaro
fu la buona ventura di tutti. Nessuno pronunziò una parola di compassione, chi
sorrise, chi rise, chi sogghignò, chi sghignazzò e chi squittì dalle risa.
«Ecco i frutti
dell’avarizia!».
«Ecco i frutti
dell’usura!».
«Farina del
diavolo... ecc. ecc.».
Questi erano i
discorsi della folla. E Wasili fuggito, non lasciava traccia di sé.
Quando Levy
rinvenne era solo; guardò la porta spalancata, poi la finestra spalancata, poi
lo scrigno spalancato e vuoto! Volle uccidersi, ma come? il suo pugno non
poteva afferrare coltello né pistola e temeva i colpi fiacchi ed incerti della
mano sinistra. Poscia il timore della morte lo colse. Il ricco avaro era
diventato miserabile, non più una moneta nel suo scrigno, quella povera cassa
forte schiusa a tutti i venti rendeva imagine di una gabbia dalla quale fossero
volati via i canerini canori.
Levy torceva
gli occhi per non vederla. Non gli restava più nulla delle passate ricchezze,
tranne forse il fiorino d’oro nel pugno! Ma Levy abbattuto,
sfinito, non credeva più a quella moneta fatale. L’incredulità era subentrata
al dubbio come il dubbio alla fede.
Levy trascinò
poveramente così alcuni giorni di vita rosicchiando qualche rimasuglio di cibo
provveduto nei fertili tempi.
Una mattina,
disperato, affamato, non sapendo come lavorare, come vivere, salì la collina e
si inginocchiò davanti alla porta del Santuario per chiedere l’elemosina.
Molti che lo
conoscevano passandogli davanti lo maledicevano, altri che avevano toccato denari
suoi a prezzo d’usura lo insultavano.
Altri lo
beffavano. Nessuno gli faceva la carità d’un kopiec.
Io a
quell’epoca ero guardiano del tesoro della Madonna. Un giorno, ritornandomene a
casa, abitavo nel convento, vidi Levy, n’ebbi pietà e gli dissi:
«Questa sera
quando i frati dormiranno entra nella mia cella e ceneremo assieme».
Quella notte
Levy capitò. Mangiammo tutti e due, Levy era diventato spaventoso a vedersi. La
cella era illuminata dal lumignolo che ardeva davanti alla Madonna come qui
adesso. Levy in quella notte mi raccontò tutta la sua storia come io ve la
raccontai ora. Quando l’ebbe terminata s’alzò... andò davanti alla Vergine
(mentre Paw descriveva questi ultimi particolari accompagnava cogli atti e coi
gesti le sue parole) poscia lo vidi estrarre il suo pugno dalla sua
pelliccia... (e Paw estrasse il pugno)... alzarlo risolutamente... (e Paw lo
alzò)... collocarlo sulla fiamma del lume, dicendo:
«Così finisce
la storia di Levy».
Una tremenda
esplosione seguì queste parole. Mi parve che un fulmine ed un tuono si fossero
sprigionati da quella mano ardente davanti il quadretto della Madonna. Il pugno
fu spaccato in frantumi... l’ebreo cadde... il lume si spense... Nello stesso
momento udii un suono metallico scorrere sul suolo. Raccolsi nel buio una
moneta... il fiorino rosso... di Sigismondo III... Levy non si moveva
più, lo scoppio l’aveva ucciso.
Giunto a
questa fine l’accento di Paw si ruppe in un rantolo e svenne. La fatica del
racconto, le crudeli cose narrate, il rhum bevuto l’avevano vinto. La
sua testa pesante non reggevasi più. Il delirio lo colse: «Moneta d’inferno...
è qui... è qui...». Il delirio si aggravava.
Feci
trasportare il povero Paw in una camera appartata dell’osteria. Là, su d’un
letto s’addormentò. Paw aveva un principio d’idropisia al cervello, le
frequenti libazioni fatte in quella sera avevano decisa una crisi fatale.
Passai la notte a vegliarlo. Dal suo labbro non uscì più una parola che valesse
a chiarire l’oscuro nesso che lo legava al racconto. Verso l’alba si destò,
guardò attorno, mi vide e con tenera gratitudine mi ringraziò.
«Dopo morto
ripagherò il mio debito» disse, ma poi spaventato soggiunse «...no ...no ...vi
porterebbe sciagura» e tornò a delirare. Indovinai l’idea del malato. Durante
tutta la notte potei osservare che il pugno destro di quell’uomo non s’apriva
mai. Dedussi da ciò e da qualche altro indizio che Paw aveva raccolto il
contagio dell’allucinazione di Levy; credeva anch’esso di stringere il fiorino
dell’usura nel pugno. Questa fissazione maniaca era potentemente aiutata
dallo stato morboso del suo cervello. Paw mi appariva come una vittima di quel
fenomeno fisico che i cristiani dell’evo medio chiamavano sugillationes, e
che è una forma della stigmatizzazione.
Un tale
fenomeno s’è manifestato più volte anche in questo secolo razionalista. Basta
leggere le lettere di Harwitz, stampate a Berlino nel 1846, per vedere citati
molti casi di stimmatizzazione avvenuti ai nostri tempi. Maria di Maerl, monaca
dell’ordine terzo di San Francesco, fu segnata colle stigmate nell’anno 1834.
Maria Domenica
Lazzari, soprannominata l’Addolorata di Capriana, portava anch’essa,
ver- so la stessa epoca, le stigmate ai piedi, alle mani, al fianco.
Crescenzia di
Nickleitsch fu stimmatizzata nel 1835.
Filippo
d’Aqueria, Benedetto da Reggio, cappuccino, Carlo di Gaeta, frate laico, sono
altri esempi di stigmatizzati, i quali ottennero l’eredità delle benedette
piaghe di San Francesco d’Assisi in premio della loro fede.
Oggi la
fisiologia dimostra chiaramente che ciò che nei passati secoli era chiamato
miracolo non era che l’effetto d’un morbo, d’un turbamento generale
dell’economia, la conseguenza di menti sconvolte dalla esaltazione religiosa,
da un troppo lungo abuso dell’astinenza, dell’ascetismo, della vita contemplativa,
su organismi già oltremodo predisposti ai disordini dello innervamento.
In molti casi
di malattie mentali (casi in cui il morale opera potentissimamente sul fisico)
si osserva che le idee, reagendo sugli organi, infliggono agli organi le stesse
loro perturbazioni.
La
suggellazione e la stigmatizzazione appartengono ad uno stesso ordine di fatti
fisiologici e possono esser prodotti dalla mania religiosa, non solo, ma da
qualunque altra mania, come avvenne nell’avaro Levy e come apparisce nel povero
Paw.
E così considerando, vegliavo il mio malato. Sapevo
purtroppo che la scienza non avrebbepotuto salvarlo. Infatti dopo tre giorni
morì.
Quando la
nuova della morte di Paw si sparse per la città, l’osteria fu assediata da una
turba di curiosi. Affollavano l’oste pregandolo di lasciarli penetrare nella
camera del morto.
Molti fra essi
volevano spezzare il pugno di Paw per carpire il fiorino.
Chiedevano
quella grazia all’oste come una elemosina, alcuni altri come un diritto.
Io li udivo,
indignato, dal luogo dove stavo.
Uno diceva:
«Paw mi ha donato quel fiorino per testamento».
Un altro: «Io
ho più diritto di te perché lo tengo da Levy stesso».
E il primo
ancora: «Sta a vedere chi ha ragione».
E un terzo:
«Quel fiorino va al tesoro della Madonna».
E un quarto:
«Bisogna prima bagnarlo nell’acqua santa e purificarlo tutto; io so come si
fa».
E un quinto:
«Quel fiorino rosso dev’essere diviso fra tutti i confratelli di Paw,
fra tutti i suoi compagni d’elemosina, fra tutti quei della plica».
Un applauso
fragoroso segui quest’ultima parlata fatta da una voce robusta, ch’io riconobbi
essere quella di quel mendicante del Santuario che più degli altri aveva
percosso Paw.
Intanto la
folla inferocita si spingeva verso la camera dove stavo io col morto. L’oste
non poteva più porre argine alla spinta degli assalitori.
L’uscio fu
spalancato, la camera fu invasa dalla turba. Videro il morto, s’arrestarono
sospesi fra la cupidigia e il terrore.
Quando
s’accorsero di me s’inchinarono tutti. Io allora parlai:
«Profanatori!
riconosco qualcuno fra voi che l’altro dì, sulla collina, diede invero bella
prova di pietà percotendo vigliaccamente il pover’uomo che giace lì su quel
letto. Tutti contendevate a Paw una moneta di rame quand’era vivo, ed ora ch’è
morto tornate a scagliarvi tutti sul suo pugno, per rapirgli la moneta d’oro
che chiude. Malandrini! uomini di rapina e di fango! corvi limosinanti! Quella
moneta diventerà cancrena nelle vostre mani. Sarà la vostra maledizione. La
sorte di Levy e di Paw vi aspetta.
«Non voglio
negarvi il castigo che domandate con tanta ferocia. Chi di voi vuole il fiorino
maledetto alzi il braccio...».
Tutti alzarono
il braccio. Io allora afferrai un martello, corsi al letto di Paw, presi in
mano il suo pugno, due volte morto, alla prima martellata si ruppe come quello
d’una mummia. La turba a- nelante attendeva il fiorino rosso; tutti gli
sguardi spiavano rivolti al mio martello, e tutte le orecchie erano tese e
preparate al |