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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap.13 Varie provvidenze, che si diedero da Alfonso, proseguendo la S. Visita in Santagata, e nella Diocesi.
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Cap.13

Varie provvidenze, che si diedero da Alfonso, proseguendo la S. Visita in Santagata, e nella Diocesi.

 


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Nel tempo istesso, che Alfonso affaticavasi per dar sesto al suo Seminario, non ometteva cosa per tutto il dippiù che interessava la Visita. Informato dello stato di taluni Sacerdoti, specialmente da zelanti Ecclesiastici, e da ottimi Gentiluomini, attaccò subito questi forti, ove il peccato signoreggiava con scandalo de' buoni, e con ruina delle Anime.


Facendoli carichi di loro condotta, si spiegò, che tolerar non poteva il peccato, e che emendandosi, ritrovato avrebbero in lui non più un giudice, ma un Padre. Chi, deviandoli dall'occasione, restrinse in varj Monasterj; altri, così ricercando la giustizia, castigò colle caroeri; e tanti altri, caritativamente corretti, rimandolli indietro, speranza dell'emenda.

 

Oggetto delle sue principali sollecitudini, fu per Alfonso in Santa Visita il Sacrificio dell'Altare, ed il Sacramento della Penitenza. Avendo eretto, siccome pratticò in tutti i paesi, un Altare nell'anticamera dell'Episcopio, intimò l'esame per le Rubriche. Esso medesimo istruiva i meno esatti, ed altri più scarsi rimettevali al Maestro delle Cerimonie.


Taluni, e non furono pochi, si vide in obbligo sospenderli, tanto grave era lo strapazzo, che questi facevano delle cose più essenziali; e se li abilitò, non fu che a stento, ed a capo di mesi.

 

Curioso è quello accadde con un Sacerdote, che faceva da Maestro, e credeva saperne più degli altri. esaminando Alfonso un giovanetto di fresco asceso al sacerdozio, e trovandolo inespertissimo, di necessità dovette sospenderlo. Dimandandogli chi l'avesse istruito, e sentendo che ammaestrato l'aveva un Sacerdote nominato D. Domenico Oropallo, se 'l chiama sul punto, e volle che anch'esso avesse rappresentata la Messa secca. Poveretto! ancorché maestro, ritrovossi in attrasso più del discepolo, e tale, che dovette anche sospenderlo. Graziose furono le cacchinnate in S. Agata, vedendosi riprovato, chi approvava gli altri, e recavasi a gloria l'aver discepoli.

 

Un altro Sacerdote, ancorché galantuomo, capo e prefetto del Collegio dell'Annunciata, anche passò per la medesima trafila. Ritrovato manchevole, anch'esso fu sospeso. Dissanimandosi, perchè vecchio, di apparare le rubriche, si contentò piuttosto, per altri anni dieci che sopravisse, non dir più Messa, che soggettarsi a nuovo esame. Questo necessario rigore diede da pensare a tutti, e per ogni dove studiavansi le Rubriche, e celebrare si videro le Messe con altra esattezza, e divozione.


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Riconoscer volle nel tempo istesso i Confessori della Città, e quelli della Diocesi. Anche in questi ritrovò materia di maggior dolore. Ancorchè prevenuto dell'ignoranza che vi regnava, non stimò prudenza soggettarli tutti ad esame. Un puntiglio, diceva Alfonso, ed un passaparola far può ritrovare tutta la Diocesi senza Confessori, e col fracido passar pericolo, si perda il buono. Sessionando con i suoi, chiamava ad esame solo i rubricati di lassezza, o d'ignoranza; e di questi ritenevasi le pagelle.

Talmente ritrovò ignoranti due di questi nel Casale di Cervino,; che li sospese anche dalla Messa; e se a capo di tempo li abilitò per questa, non poté abilitarli per la Confessione. Picciolo non fu il numero di questi tali. Deploravane l'ignoranza, ma molto più il danno delle Anime. Sensibile fu il taglio, ma non mancava Alfonso raddolcirne l'amaro colla prudenza, e colla solita sua dolcezza.

 

Non fu questo tutto il male. Ignoranza somma ritrovò ancora in varj Parrochi. Questa spina tra tutte passavali il cuore, perchè non era in piena libertà di potersela estrarre.

Nella sola Città, e subborghi ritrovonne quattro all'intutto insufficienti. Non volendo processarli, ed infamarli, espediente stimò passarli a Canonici, per così andar incontro al male delle Anime, e salvare a quelli il buon nome. Ma dovendo pazientarne la risulta, ammonivali, e facevali avvertiti per quanto poteva, riparando il male con i buoni sostituti.


Uno tra gl'altri era in tale evidente irregolarità, che non ammettendo dilazione, insinuar li dovette la rinunzia. Restìo si dimostrò il Parroco, ed Alfonso se non potette colle buone, lo astrinse colla forza.

 

Terminata la Visita della Città, e suoi Casali, intraprese l'anno susseguente quella della Diocesi. Persuadevasi, se tanto fracidume nella Cattedrale, e suoi subborghi, maggiore esser doveva negli altri luoghi. Dopo Pasqua portossi in Durazzano, e suoi Casali; sul principio di Maggio fu in Arienzo, indi a Real Valle, ed ai Casali di Bagnoli, e Ducento. Visitò Forchia, ed Arpaja; e sbrigossi dalla Terra di Frasso.

 

Obbligò da per tutto i Parochi al loro disimpegno: ne inculcò l'obbligazione, e rilevò loro lo stretto conto, che dar ne dovevano a Dio. Sopratutto in quei de' Casali richiese con rigore la residenza.  Tanti di questi, avendo cadente e maltenuta l'abitazione, mancavano assistervi. Volle, e senza dilazione, che ristorare si dovessero le fabbriche, per non aversi motivo in contrario.

Ottimo era un Paroco, dotto e moriggerato, ma rincrescendole la residenza, perché in Chiesa solitaria con poco popolo, e questo lontano e disperso, per lo più trattenevasi in Città. Era un gran che, se ne' giorni festivi vi si portava a celebrare. Questo fare, in sentirlo, dispiacque ad Alfonso. Sel chiama; e resa vana ogni ammonizione, gl'intima la rinuncia. Sbalordisce a questo tuono il Parroco: si risente, ma non si giustifica; ed Alfonso, o rinunciate voi, e ve ne levo io.


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Ma prevalendo la dolcezza, seppe così convincerlo, che già ottenne l'intento. Ebbe a cuore il di lui decoro; e per li frutti mal percepiti anche lo tolse di obbligazione, facendoceli rilasciare dal Papa.

 

Tal disordine ritrovò nella Parrocchia di un Casale, che proibì alle donne, sotto pena di scomunica, l'entrare nella stanza del Parroco, eccetto quelle in primo, e secondo grado. Così sotto la medesima pena, inibì al paroco, ed al proprio sostituto, intrometterle, volendo che si trattenesse in Chiesa, e non altrove colle medesime.

 

Le celle de' Romiti anche volevali esenti, come se fossero celle di Certosini, dal commercio delle donne. Avendo ritrovato nella Chiesa rurale di S. Michele nella Terra di Real Valle, che da dentro la Chiesa eravi l'ingresso nella stanza del Romito, volendo impedire l'accesso alle donne, proibì a queste, sotto pena di scomunica ipso facto, qualunque ingresso  nel Romitorio, ed al Romito, che lo permettesse, dopo tre mesi di carcere, anche lo sfratto dal romitaggio.

Così in un altro romitaggio nella Chiesa, ch'è detta S. Maria di Sajano. Affinché i Romiti impinguati non avessero se stessi colle oblazioni de' fedeli, non curando la propria Chiesa, ordinò ai Romiti della Chiesa del Carmine, e di S. Antonio Abbate in S. Agata sotto pena dello sfratto, che tolto il proprio sostentamento, dovesse ognuno del di più darne conto al Canonico D. Francesco di Cesare per impiegarsi in beneficio delle Chiese.

 

Avendo rilevato, che tanti parochi ignorando, o non curando la Bolla di Papa Benedetto XIV, solo nelle Domeniche avevan celebrato per il Popolo, obbligolli ancora in tutte le Feste, e per l'attrasso ne incaricò le di loro coscienze. Similmente, che mancando nelle parrocchie la Messa dell'aurora, e molto di più la meridionale, tanti del popolo la perdevano, inculcò l'una e l'altra ne' giorni festivi, e specialmente in quei di un solo precetto.

 

Somma indecenza, e sommo abuso osservò nel vestire. In tanti del Clero tutto era innanellamento di capelli, e cipro. Tutto esecrò, ed interdisse.
Vi fu persona che ottenuto aveva da Roma, ma rimesso al Vescovo, il permesso della Parrucca. Volle osservarla Alfonso; e vedendola non propria, cerca dell'acqua bollente in un bacile, e tuffandola disciolse tutti i ricci. Così conviene, disse con un sorriso, e non altrimenti.

Somma vanità regnava ancora nel vestire. Vedevansi i Preti con abiti trinati di oro, e cordoncini, con merletti, e con cappe di colore. Tutto fu proibito sotto pena di sospensione latae sententiae, volle che si fosse entrato in Chiesa senz'abito talare. Solo permise ai Canonici della Cattedrale, che usassero in viaggio cappa di colore, ma modesto. Ammonendo, e corregendo taluni, che più li davano negli occhi, anche gli altri indirettamente si viddero emendati, e corretti. Colla gioventù specialmente fu rigido, e severo.


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Rilevando ne' Preti il gran male, che si aggevola nelle famiglie, sotto il pretesto del S. Giovanni, inibì rigorosamente che niuno avesse fatto il Compare, ricevendosi da fanciulli il Battesimo, o la Cresima. Solo talvolta permise il battesimo, ed anche con rincrescimento, ma per causa che non poteva altrimenti, e con persone di sommo riguardo.

 

in Città, in Diocesi stimavasi cosa impropria tra Sacerdoti, anzi facevansi gloria, vedersi sul Teatro, e comparire da istrioni a vista del Popolo. Declamò Alfonso, ma con somma sua amarezza, per tale e sì grave disordine, ed inibendolo colla sospensione ipso facto a divinis, e con altre pene a suo arbitrio: così generalmente proibì ancora ai medesimi qualunque gioco di sorte.

 

Il maggior dolore per Alfonso era lo strapazzo, che rilevò, sollecitandosi la S. Messa. Volendo ripararci, per quanto poteva, pose per ognuno la sospensione latae sententiae, che meno di un quarto vi avesse impiegato, anche in quella de' Morti.

Avendo ritrovato un prete, che sbrigavasi tra sei minuti, lo sospese sul fatto; ed avendolo mandato nella nostra Casa di Nocera "Se nol vedo emendato, scrisse al P. Villani, non l'abiliterò mai più, perché starebbe, e ci sarei anch'io in un continuo stato di peccato mortale". Così sospese un altro in S. Agata. Queste provvidenze intimorirono più d'uno, e celebrate si viddero le Messe con altra decenza e pausa.

A tal'effetto diede fuori, per far conoscere la gravezza di sì enorme disordine, quell'aureo opuscolo della Messa Trapazzata, cogli atti dovuti per l'Apparecchio, e Ringraziamento, che divulgato per l'Italia colle stampe del Remondini, raro è quel Sacerdote, che non se ne approfitti.

 

Proseguendo la Visita, marciume d'impurità ritrovò in tanti, ancorché consacrati all'Altare. Commiserava la debolezza, ma non lasciavala impunita. facendo uso del ferro della separazione, parte ne mandò in Napoli alla Casa della Missione di S. Vincenzo di Paoli, ed altri nelle nostre, certo dell'emenda col fuoco dei santi esercizj. Varj Religiosi, avendo in vista il decoro dell'abito, volle che di per se si appartassero; ma fe sentire a Superiori, che non voleva spine in Diocesi che li pungessero il cuore.

 

Varie provvidenze diede per le Claustrali. se evitò in queste i tagli a crudo, esortò bensì tutte, e pose loro in veduta le proprie obligazioni. Rilevò sopratutto il gran male, che ripullula dalla frequenza delle grate; ma maggiore dallo star lontane da' Sacramenti, e non amare il ritiro, e l'orazione.

In Frasso dovette venire alle strette con una Religiosa, che quanto dimentica de' doveri di Monaca, altrettanto rovinava il Conservatorio colle sue irregolarità. Ferro, e fuoco ci necessitava. Era questa Napoletana. Avendola discacciata dal Conservatorio, rimandolla


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in casa propria in compagnia di ottimi Sacerdoti. Non ancora era egli partito da Frasso, che ardita la Monaca si vide di nuovo nella porteria del Conservatorio. Monsignore, sentendo le violenze sue, e quelle de' Parenti, che con essa eran venuti, si presentò di persona alla porta del Conservatorio, negandole l'entrata.

 

Se fu sollecito per il Clero, meno sollecito non fu per il Popolo. Somma trascuratezza rilevò in tanti e tanti per il precetto Pasquale. Aperta la Visita inculcò ai Parrochi d'insistere presso codesti traviati, e che notamento se li facesse de' renitenti e trascurati. Tanti non mancò chiamarseli, ammonirli, e farli carichi della propria obbligazione, e per altri diede fuori i cedoloni.

Aveva a cuore i villani, ma maggiore impegno dimostrava per gli artieri, e per il ceto civile. Sentendo, con suo rincrescimento, non esservi sposo così in Diocesi, che nella Città, che contratti li sponsali, non trattasse in casa della sposa, conoscendo inutile ogn'altro mezzo, lo fe caso riservato, e spaventò i parenti, anche colla scomunica. "Altro modo non abbiamo trovato col Signor Arcidiacono, così nel primo di Settembre al Parroco D. Antonio Tancredi, che far sentire ai parenti degli sposi, che restano essi scomunicati, facendo entrar quelli nelle proprie case, e far sentire a' Confessori, che questi non si assolvino, venendo a confessarsi".

 

Con sua maggior pena ritrovò, che in Diocesi la dottrina cristiana a' fanciulli non faceasi, che nella sola Quaresima.

Sotto gravi pene ordinò, che impreteribilmente si fosse fatta in tutte le Domeniche, e giorni festivi, ed ogni giorno in tempo di Quaresima, girandosi colla Croce. Riparar volendo questa somma ignoranza, restrinse in un foglio, che diede alle stampe le cose più necessarie. Feceli in lingua italiana, volendo che il Popolo capisse, ciò che proferiva colla lingua; ed ordinò che, posto in tavoletta, due volte si recitassero dai Parrochi nei giorni festivi, cioé nella prima Messa, e nell'altra di concorso. Così volle, ed esiggevalo a rigore, si facesse da altri Sacerdoti in tutte le Cappelle  rurali.

Proibì a' Confessori sotto pena di sospensione l'ammettere al Sacramento della Penitenza nel tempo Pasquale, chi non era stato esaminato dal proprio Parroco sulla dottrina Cristiana, e non avesse l'attestato.

 

Dubitando, che per l'imperizia delle Mammane, non si amministrasse, come conviene, ne' casi di necessità, il Sacramento del Battesimo, non si diede pace, se non esaminò ei medesimo in ogni luogo tutte le Mammane, e non finiva istruirle. Quest'attenzione ebbela sempre nel decorso delle altre visite, ove sentiva che vi erano Mammane novelle.

 

Riflettendo al grave disordine de' sacrilegj, che ne' luoghi piccioli per erubescenza si commettono; e considerando il poco numero de' Confessori che vi era ne' Casali, volle che questi nel prossimo precetto Pasquale vicendevolmente si cambiassero per le rispettive Parrocchie.


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Varj e scandalosi di esecrante bestemmie, col braccio del Governadore, restrinse nelle carceri. Evitò per questi la galea, avendo riguardo, essendo ammogliati, alla povertà delle famiglie, ed altre triste conseguenze.

Ove ritrovò delle cattive donne e ve ne erano non poche, avendosele chiamate, presenti i Parrochi, pose loro avanti il fuoco, e l'acqua: voglio dire la sua indignazione, e la sua misericordia. Se vi emendate, disse, mi troverete padre, e tutto carità per voi; se persisterete nel peccato, mi avrete giudice, e non avrete né pace, né quiete. Raccomandolle ai Parrochi per esserne informato.
Tante, come altrove dirò, lo sperimentarono tutto amore, ed altre, essendo state recidive, non furono che l'oggetto della giustizia, e del suo zelo.

 

Dispiaceva oltre modo ad Alfonso, e ce lo suggerì anche Monsignor Puoti Arcivescovo di Amalfi, quella foggia non propria, che in Diocesi costumasi, ed in altri luoghi, dalle donne dozzinali, di non usarsi gonna, ma avvalersi di due panni avanti e dietro, col portarsi aperti i fianchi, patendoci non poco la modestia. Volle l'Arcivescovo che s'impegnasse a togliere un tale abuso: rem difficilem postulasti, rispose Alfonso. Tutta volta strepitò, e disse; ma per quanto adoperato si fosse, non ebbe l'intento. Preso piede un disordine, ed autenticato dal tempo, un miracolo ci vuole per vederlo estirpato.

 

Volendo ogni sera, non essendo in uso in Diocesi, la visita a Gesù Sacramentato, ed a Maria Santissima, avendola ordinata da per tutto, ne stampò gli Atti, e mandolli per le Parrocchie, affinché posti in tavolette, di comodo fossero stati ai Parrochi, ed a qualunque Sacerdote. Così si vide in tutta la Diocesi prestarsi un tal culto a Gesù Cristo, ed a Maria Santissima.

 

Rilevando, che poca esperienza eravi in Diocesi per l'assistenza ai moribondi, e che anche a villani facenvansi tiritiere di passi latini, e squarci di prediche, con disgusto, e senza futto de' poveri moribondi, ne diede alle stampe un librettino con una prattica facile, e divota, distribuendolo a tutti i sacerdoti, e specialmente a Parrochi, e loro Sostituti.

 

Se tanto nel formale, non minor fracidume rilevò nel materiale. Non è da credersi la miseria in cui ritrovò le Chiese de' Casali, e quelle di campagna. Tante, o squallide, o affumicate, volle che si biancheggiassero. Ove ordinò rattoppamento di stucco, o d'intonaco; ove ripararsi i tetti, ed esentarle dall'umido; e talune, perché cadenti, che si munissero di scarpe. Rifazione ordinò ne' pavimenti, e nelle vetrate; ed in tante mancavano di fatto e vetri, e finestre. Anche negli atri, perché ingombri di erbaccie, vi volle nettezza. Alla Casa di Dio, diceva Alfonso, conviene la santità, e la decenza, né vi è attenzione che basti per renderla rispettabile. Un ragno non tolto avealo a delitto nei Rettori, e nei Sacrestani.


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Sospese Altari, ed interdisse statue, perché consumate e disfigurate dal tempo. E' inutile l'imagine, diceva Alfonso, che non ispiri divozione. In Frasso voleva far bruciare un antica statua della Madonna, perché nera, e malfatta; ma essendosi opposto il Popolo, che l'ha in divozione, cedette, ma con pena, all'impropria pietà. Altri altari smozzicati, ed altre imagini in tela, le volle ritoccate. Gran consumo fece di Crocefissi addentati da tarli. Impose con rigore che in ogni otto giorni gli altari si spolverizzassero, e purificate si fossero le fonti dell'acqua lustrale.

 

Non minor afflizione sperimentò per l'Olio Santo. In tante Parrocchie ritrovandolo in un cantone di Sacrestia, o al più nei battisteri, ordinò i particolari finistrini. I monumenti per il Giovedì Santo o non vi erano, o si avevano mal tenuti, volle si foderassero di armesino. Avrebbe voluto più lumi avanti ai Ciborj; ma contentavasi di uno per la povertà delle Chiese.

 Non avendo trovato in una Parrocchia che sporchissima lampada in una finestra, inorridì; volle si supplisse di ottone, e che sospesa ne stasse avanti all'Altare. Mancava in molte di queste il baldacchino per l'esposizione del Venerabile, e volle si facesse; e tanti ne interdisse, perché non convenienti. Scarsezza di lumi rilevò uscendo il Viatico, e raddoppiolli. Interdisse pallj ed umbrelli malconci, ed ordinò pel Viatico de' piccioli baldacchini.

Tante custodie non proprie le volle rifatte, ed altre perché foderate di cottone, che si vestissero di seta. In tali angustie si vide per queste, ed altre improprietà, che intimò la sospenzione de' frutti, ove in questo si mancasse.

Anche questo è poco. Povertà non ammise maggiormente ne' sacri vasi. Ordinò Ostensorj, che mancavano; non soffrì Calici, e Pissidi squallide, e volle che tra due mesi si fossero indorate. Tante Pissidi, perché mal tenute le volle rifatte. Così se non fasto nelle vesti, per lo meno vi voleva proprietà, e decenza. Interdisse camici, pianete, piviali, e messali. Nitidezza volle ne' corporali, e pannilini dell'Altare.

Troppo obbligati, devesi dire, restar dovettero ad Alfonso per questa, e per le visite susseguenti, orefici, statuarj, pittori, fondachieri, ed altri artieri in Napoli: così in Diocesi, muratori, falegnami ed altri: tanti furono i lavori nelle Chiese, e le riparazioni di fabbriche, che effettuar si dovettero con edificazione del pubblico, e somma consolazione di Alfonso.




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