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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 46 Malmenato Alfonso da un ingiusto pretensore di Beneficj, lo benefica: accusato si discolpa col Re, e resta maggiormente accreditato.
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Cap. 46

Malmenato Alfonso da un ingiusto pretensore di Beneficj, lo benefica: accusato si discolpa col Re, e resta maggiormente accreditato.

 


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Succeduta in Arienzo la vacanza di un Canonicato, e spettandone al Papa la provista, tra i tanti, che si raccomandavano ad Alfonso, per la commendatizia in Roma, si presentò, e pretendevala per un suo Fratello Mansionario, il consaputo Gentiluomo, che, tempo innanzi, tutto inquietato l'aveva per l'altro Fratello minore, che, concorso nel canto, anche pretendeva il Mansionariato.


Monsignor dimentico di ogni offesa, non essendo soddisfatto della condotta del Mansionario, esibì la Commendatizia per il minor Fratello, che peranche trattenevasi in Napoli, avendone di questo ottimi riscontri. Appagato non restò il Gentiluomo, non convenendo in senso suo, esser preferito il minore al maggiore.
Non spostandosi Monsignore, e volendola vincere il Gentiluomo, grandi furono le angustie, in cui si vide il povero vecchio, venendo assistito così da questo, che da altri pretensori. Volendosi togliere d'imbarazzo, e non cedendo il Gentiluomo, non diede fuori commendatizie, né per il Mansionario, né per altri. Ajutandosi tutti in Roma, Canonico si vide eletto un vecchio Sacerdote, che meno si pensava.

Questa provista, così fatta, pose Alfonso in un mare di affanni. Persuaso il Gentiluomo, che egli fatto avesse la commendatizia per il provveduto Sacerdote, diede nelle più alte escandescenze. Credendosi burlato, l'insulta, li perde il rispetto, e caricalo di vitupero.

Alfonso vedendosi malmenato, mi dai questa mortificazione, li disse, non me la merito, ma me la prendo per amore di Gesù Cristo. Anziché calmarsi, più s'inviperisce il Gentiluomo, né finiva caricarlo coi termini i più ingiuriosi.

Dispiacendo a Monsignore non l'offesa sua, ma l'offesa di Dio: Non ho mai giurato, li disse, ma ora vi giuro, che non ho fatto in Roma veruna commendatizia. Il cimento fu tale, che mutoli si videro, essendoci presenti il Vicario, e i familiari, non sapendo, che altro di peggio accader poteva, se di vantaggio il Gentiluomo veniva ad irritarsi.

Qui non finì la faccenda. Sdegnato voltandoli le spalle, lo minaccia volerlo ruinare, e farlo restar pentito. A capo di giorni, avendo fatto un ricorso troppo nero, ma falso in tutto, presso la Real Giurisdizione, va, e l'intima egli medesimo, essendo Notaro, una lettera del Delegato. "Prenditi questa sfogliatella per ora, temerario li disse, che appresso tengo altra roba per ricrearti.

Ricevendosi Alfonso con


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volto ilare la lettera, ringraziando il Notaro, me la prendo, disse, per amor di Dio; e quello, entrando in maggior furia, sdegnato lo carica di nuovo con mali termini; né finita l'avrebbe, mi dissero il P. Maestro Caputo, ed il Canonico D. Benedetto Barba, se entrando noi, ed altri, e prendendolo pel braccio, non l'avessimo cacciato fuori. Sì fatta temerità in un Uomo, che non sembrava uomo, ma cadavere, fe senso in tutti; né davasi pace di tanta moderazione in Monsignore. Via, mo, finitela, lor disse, che non è niente; è poveretto, e tratterò io, per quanto posso, raddolcirlo, e renderlo consolato.

Non è, che finì qui la rabbia del Notaro. Unendo un mucchio di altre falsità, formandone un libello, lo presenta al Real Trono. Tra l'altro accusa Alfonso, come refrattario delle Reali Disposizioni; e che per dipendere dal Papa, e non dalla Maestà Sua, non provvedeva, e teneva in attrasso più Parrocchie.

Essendoseli rimesso questo ricordo, per giustificarsi, trovandosi presente il nostro P. D. Mattia Corrado, disse: Questo capo delle Parrocchie è vero, ma tutto il di più è falso. Avendo umiliato le sue discolpe, persuaso il Re dell'integrità sua, e sua rettitudine, se li rescrisse dal Marchese De Marco, "Che certo il Re di sua savia condotta, rimettevasi alla sua prudenza per la provvista delle Parrocchie". Questa Reale determinazione, che non aspettavasi, siccome con sua gloria, tolse Monsignore da qualunque angustia, così sortì con non poca confusione dell'accanito Notaro, e suoi aderenti.

 

Altro malcontento vi fu in S. Agata. Non vedendosi sodisfatta una persona né suoi ingiusti desiderj, ricorrendo al Re, anche carica Monsignore di mille falsità. Tra l'altro, che disprezzando la Cattedrale, trattenevasi in Arienzo, e con manifesta ingiustizia, nelle provviste de' beneficj, posponeva i Cittadini di S. Agata, conferendoli a Diocesani. Volendo il Re, che in questo si discaricasse, Alfonso rappresentò esservi dichiarazione di Papa Benedetto XIV, che standosi in Diocesi, intendevasi stare nella Cattedrale; e che egli in Arienzo non trattenevasi per piacere, ma per pura necessità, ritrovandosi confinato in letto, e stroppio a segno, che non era più un uomo: maggiormente, che contratto aveva un tanto male in S. Agata, perchè in clima umido, e freddo.

 

Scagionossi ancora per la provista de' beneficj. Presentandoseli il Dispaccio da D. Michele Nuzzi, che, come Sindaco, ne portava l'impegno, Alfonso con un sorriso li disse: "Dunque l'Arcipretura di Frasso, che rende ducati settecento, e così quella di Durazzano, e di Real Valle, di necessità, sieno meritevoli o no, debbo darla ai paesani, e non ad altro Diocesano, ancorché di maggior merito".
Rappresentò al Re, che sua consolazione sarebbe, se, vacando un beneficio, ritrovasse sempre in S. Agata soggetti degni per l'impiego, ma non trovandoli,


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di necessità dovea far capo tra i Diocesani. Similmente, che in S. Agata l'istituzione de' Beneficj non era ristretta ai soli Cittadini, e che il Vescovo, in coscienza, era tenuto provvederli ai più utili per la Chiesa, non già fuori Diocesi, come potrebbe farlo, e ve n'erano anche gli esempj nella medesima S. Agata.
Oltre di ciò fe presente al Re, che facendo la Cattedrale un gregge con tutta la Diocesi, il Vescovo, nelle vacanze de' Beneficj, è in obbligo aver presente tutti i soggetti, e prescegliere i più meritevoli. Rappresentò soprattutto, che nel Vescovo è necessaria una tal libertà, non solo per il maggior bene della Cattedrale, ma benanche di tutta la Diocesi. "Così si eccita, ei disse, emulazione tra tutti, si studia con impegno, ed atto rendesi ognuno per servire la Chiesa, e giovare al popolo. Non avendo che sperare i Diocesani, e sicuri essendo i Santagatesi, che i Canonicati sono per essi, così gli uni, come gli altri, per opposti riflessi, marcir si vedrebbero nell'ozio, con evidente pregiudizio del popolo, della Chiesa, e dello Stato.

Riflessi così savj restar fecero soddisfatta la mente del Re. Il Marchese di Marco, oltre un Dispaccio onorifico per Alfonso, encomiando condotta così savia, anche, con sua lettera di confidenza, li scrisse, che nelle provviste  de' beneficj, come stimato l'avrebbe innanzi a Dio, così con libertà si fosse servito.

Altro complimento apparecchiavasi per Alfonso in Arienzo, per opera dell'Inferno, o sia dell'anzidetto Notaro. Volendolo come detronizzato in quella Chiesa, erasi per chiedere al Re, con enorme disturbo dell'Ecclesiastica Disciplina, che i Canonici, e i Mansionarj si eleggessero, non dal Vescovo in quella Collegiata, ma dal Popolo, tenendosi pubblico parlamento.

Monsignore subodorando le mosse, e prevenendo il Sovrano, rappresentò ciò, che si meditava; e che, oltre lo scandalo, che stimava inevitabile, prescegliendoli per la Chiesa, tra il tumulto del Popolo, soggetti meno degni, e forse indegni, in ogni elezione mancar non potevano mille peccati di odio tra i partiti, e mille risse.
Tanto rappresentò, e conchiuse: "Questi soli inconvenienti, ed il timore specialmente di tanti peccati, che sarebbero per succedere, mi spingono a far tutto presente alla Maestà Vostra. Non stimando così, supplico voler ordinar le cose in modo, che si evitino tali e tanti inconvenienti. Saputasi questa prevenzione; e sapendosi il gran credito, che Monsignore aveva presso del Re, disanimato il Notaro, e gli altri cervelli torbidi, si diedero indietro, più si parlò di venirsi a tal patto.

Rubbricati restarono, per sì fatti attentati, con carbon nero, presso del Vicario, e gli altri familiari, ma non presso Monsignore, il Notaro, e i fratelli. Tra questo tempo succedette altra provista di Canonicato  nella medesima Chiesa di Arienzo. Monsignore facendosi fare al solito la lezione spirituale, e leggendosi nella vita di Innico Caracciolo Cardinale,


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e Vescovo di Aversa, che avendo avuto un grave disgusto da un Prete, vendicossi col conferirli un pingue Beneficio, sentendo ciò, fermatevi, disse al Lettore, e tornate a legger lo stesso. Sollecito chiamandosi il Vicario, Ho risoluto, disse, voler dare al Notaro una consolazione. Così dicendo, imposeli dar fuori la provista del Canonicato in persona del di lui fratello minore.

"Non voglio impedire, rispose il Vicario questa vostra santa risoluzione; ma non ancora essendosi spiegato il Re soddisfatto di voi per l'ultimo ricorso, si potrà dire, con vostro discapito, che intimorito vi siete".

"O bella! ripigliò Monsignore, siamo ridotti a quello si dice. Si pensi, e si dica ciò che si vuole. A me preme guadagnar l'anima del Notaro, non la gloria mia. Impaziente, in quel punto, si fa chiamare il Notaro, e come se stretto amico li fosse, Fate venire, li disse, vostro fratello da Napoli, che penso farlo Canonico. Come disse, così fece.

Questa provista non solo dispiacque ai familiari, ma generalmente a tutti: cosicché dicevasi, chi vuol esser aggraziato, e promosso da Monsignor Liguori, devesi far merito con vilipenderlo, e maltrattarlo.




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