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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap.51 Missioni destinate da Alfonso nell'Abruzzo Ultra, e nuova casa aperta in Scifelli, e Frosinone Diocesi di Veroli.
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Cap.51

Missioni destinate da Alfonso nell'Abruzzo Ultra, e nuova casa aperta in Scifelli, e Frosinone Diocesi di Veroli.

 


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Nel susseguente anno 1773. volle Iddio, tra le tante amarezze, render consolato Alfonso con due nuove Fondazioni nello Stato Romano. Erano più anni che Monsignor Sarni Vescovo di Aquino sospirato aveva le nostre Missioni, ma non erane stato soddisfatto.

Avendo rinnovato le premure nel Marzo di quest'anno, e ritrovandosi impiegati i nostri, specialmente nelle Calabrie, non si compromise Alfonso che pel futuro Novembre. Otto furono i Soggetti, che vi destinò, e vi stabilì Superiore il P. D. Francesco de Paola. Troppo soprabbondante fu la messe. Innumerabili peccatori illaqueati da gran tempo, ed invecchiati ne' vizj si videro pentiti ai piedi del Crocifisso.

 Sparsa la fama di un tanto bene, altre istanze si fecero ai Missionarj per aversi in altre Diocesi. Monsignor Giacomini li volle in Veroli, Pofi, e Castro. Monsignor Sarni li ebbe in Sora, in Arpino, ed all'Isola, concorrendoci colla pietà, e colle sue preghiere anche il Duca D. Gaetano Buoncompagni, perché suoi feudi. Furono in Vallecorso chiamati da Monsignor di Fondi. L'Abbate di Montecassino anche fu compiaciuto per varie sue Terre, e luoghetti. Si faticò da per tutto, essendosi divisi i Padri in due compagnie, con sommo frutto delle popolazioni, e con compiacimento de' rispettivi Vescovi.

 

Sentendo il P. D. Francesco de Paola i prodigj, che la grazia operava in Casamari, essendosi disimpegnato colla Missione nell'Isoletta di Sora, unito col P. D. Lorenzo Neri, visitar volle quel rinomato Cistercio. La rispettiva esemplarità avendo legati i cuori de' nostri coi cuori de' Trappesi, questi entrarono nell'impegno per avere in mezzo ai tanti Villaggi, che ivi esistono, una nostra Casa in sollievo de' tanti Contadini.

 

Erasi ritirato da qualche tempo nel Contado di Scifelli, poco distante dalla Trappa, un Sacerdote Avignonese, e col desiderio di giovare


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a quei tanti Contadini, che senza Chiesa abbandonati ne stavano, eretto vi aveva Chiesa, ed anche comoda abitazione per se, e per altri, che sperava acquistare. Essendo uomo di Dio, e zelante operario, Monsignor Giacomini Vescovo di Veroli avevalo dichiarato suo Vicario. Questo luogo, avendo preso di mira gli ottimi Trappesi, animarono i Padri voler osservare, e vedere se faceva per essi.

Visitato il Sacerdote D. Gio: Luigi Arnaud, così chiamavasi il buon Avignonese, accolse i nostri con somma umanità. Informandosi dell'Istituto, se egli invogliossi de' nostri, i nostri s'invogliarono di lui. Ritornati i Padri de' Paola, e Neri in Casamari, e dichiarandosi soddisfatti del luogo, si compromisero perfezionar l'opera il P. Priore D. Gioacchino Castiati, ed il P. D. Arsenio Smirt. Mentre che i nostri affaticavansi nella Diocesi di Aquino, i due Trappesi, portandosi da Monsignor Giacomini, contezza li diedero dell'Istituto, e di quanto si meditava. Esultò il santo Vescovo, sentendone il progetto, e volle di accordo coll'Arnaud, che fatta vi si fosse la Missione.

 

Giace Scifelli su di una amena collina, quattro miglia al di sotto della Città di Veroli. Conta questo Contado circa 400. anime; in poca distanza vi è l'altro detto Caudi, che conta altre 200; ed un miglio in distanza evvi il Casale detto S. Francesco disperso in tanti contadi, che numerano da 1700. anime. Tutte queste popolazioni, che formano sopra 2000 e trecento individui, tutte sono addette a coltivar quelle campagne; e quello che faceva piangere si è, che dipendendo i Contadi dalla Cattedrale, stimavasi a miracolo, se tal volta vedevasi un qualche Prete o Frate.

 

Informato Alfonso da Monsignor di Veroli dell'abbandono totale di tante Anime, e richiesto essendo per la fondazione, non esitò in darvi il consenso. Pianse per tenerezza, sentendo lo stato di tanti Contadini, e stimò un tratto di provvidenza, se pensavasi come soccorrerli. Avendo esposto Monsignor Giacomini un tale bisogno al S. Padre Clemente XIV., ottenne quanto voleva; e riscontrato Alfonso del compiacimento del Papa, fermata restò questa fondazione.

"Mi sono consolato, scrisse al P. D. Francesco de Paola a 28. Maggio 1773. in sentire già conchiusa questa fondazione. Ho scritto di ringraziamento al Sig. Abbate Arnaud, cui veramente abbiamo tutta l'obbligazione. Tutto però si deve, come ho detto, allo zelo dei PP. Trappesi D. Gioacchino Castiati, e D. Arsenio Smirt.

 

Essendo a cuore ad Alfonso l'armonia col Sacerdote Arnaud, che, coi nostri conviver doveva, questo più che mai raccomandò al P. de Paola, destinato Rettore. "Li abbiamo tutta l'obbligazione; e V. R. che ha fatto tanto, usi nel trattarlo la possibile prudenza, e circospezione: lo stesso raccomando agli altri. Procuri non disgustarlo


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nelle cose, che non sono positivamente contrarie al buon governo della Casa. Bisogna cedere in qualche cosa e per la quiete, e per convenienza: ci ha fatto del bene, e ce ne può fare; fateli conoscere, che ne fate stima, e sentite i suoi sentimenti, per quanto si può".

 

Se aveva in mira l'armonia coll'Arnaud, molto più premevali osservata la Regola. "Vi raccomando, scrisse, l'osservanza nel principio di questa fondazione, per riguardo di Dio, e del Mondo. Così in un'altra: Vi raccomando di nuovo, quanto vi scrissi nell'altra mia. Mi fido della vostra prudenza, per non disgustarci il Sig. Arnaud, e per l'esatta osservanza da tutti i Padri, e Fratelli".

 

Povertà, e miseria fu anche la dote di questa nuova Casa. Alfonso non mancava soccorrerla; non già coi proventi del Vescovado, ma con quello percepiva in Napoli dal Collegio de' Dottori. Volle, che per altro non si spendesse che per il vitto, e vestito. Avendo inteso, che eransi comprati alcuni libri, "E' tempo questo di libri, scrisse al Rettore, quando non vi è che mangiare? Son cose da stordire! Se questi libri si potessero tornare addietro, anche con qualche perdita, vedete che potete fare".

 

Avendo a cuore la salute de' Soggetti, e vedendo, che anche avanzati i caldi, il de Paola troppo impiegavasi nelle Missioni, scrisse: "Il fatigare coi caldi in Missione, porta pericolo di far perdere la testa a più di un Soggetto, e perduta la testa più non servirà a niente. Sicché, per avvenire, vi dico di finir sempre le Missioni a Giugno, o poco appresso i principj di Luglio".

 

Terminato il corso di queste prime Missioni tra li confini dello Stato, e questi di Regno, se si consolò Alfonso per le tante conversioni, e tutte strepitose, si afflisse bensì per qualche lamento tra quelle fatiche in taluni de' Soggetti. Essendo nuova la fondazione, ed in luoghi non conosciuti, non mancandoci i patimenti, spirito doppio ci voleva, e non tutti accollavano, come si desiderava. "Dite a tutti da parte mia, così al P. de Paola, che codesta fondazione è nuova, ed è in altro Regno. In tutte le nuove fondazioni si ha da patire, e patire assai per la povertà, ed anche perchè si da trattare con gente non conosciuta. Che leggano, se vogliono dar gusto a Gesù Cristo, quello che i Santi hanno patito nelle prime Fondazioni, e così si son fatti Santi".

 

Tra questo tempo industriavansi i nostri volersi stabilire in Roma. Il vento era propizio, e volentieri potevasi conseguire, avendo il Papa somma stima di Alfonso, e maggiore dell'Opera. Questi maneggi dispiacquero ad Alfonso. Essendoseli fatte presenti le disposizioni, ed i motivi, che assistevano, rescrisse: "Ho letto la vostra lunga lettera, ma non approvo le vostre ragioni. A che serve perderci il tempo, quando Dio non lo vuole?"


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Soppressi i Gesuiti, anche il Papa non richiesto, pensava da se stabilirci, e darci un Collegio. Riscontrato da Frosinone dal Padre D. Francesco de Paola, ed anche da Nocera dal P. Villani di questa volontà del Papa, e che Monsignor Macedonio ne vivea impegnato, credeva il P. de' Paola meritarsi la mancia.

"Godo delle notizie di Monsignor Macedonio rescrisse a tutti e due a 25. Agosto 1774, per la buona intenzione che conserva il Papa verso di noi. Del resto ringraziamo Iddio, e li Signori Palatini che la cosa è svanita. Se il Papa fosse stato fermo in un tal pensiere, fortemente li avrei scritto, ancorché contraddetto mi avesse tutta la Congregazione, che avesse mutata risoluzione. Che ci faressimo noi a Roma? Sarebbe perduta la Congregazione, perché distratti dalle nostre Missioni, perduto il fine dell'Istituto, sarebbe finita la Congregazione. Resterebbe un ircocervo, e a che servirebbe più? In Roma vi sono mille, che possono fare quello, che faressimo noi, e tra di tanto a che si ridurrebbe l'opera nostra.
La nostra Congregazione è fatta per le Montagne, e per li Villani. Posti in mezzo a Prelati, Cavalieri, Dame, e Cortiggiani, addio Missioni, addio Campagne; e noi ancora diverressimo Cortigiani. Prego Gesù - Cristo che ce ne liberi. Frattanto ringraziamo Iddio della buona idea, che ha il Papa di noi". Quanto era portato Alfonso per stabilir delle Case in mezzo dei Villaggi, perché abbandonati, altrettanto era restìo per le Città principali. "Pagliaja, e procuoj, soleva dire, sono la nostra messe: quivi Iddio ci chiama, e per questo dobbiamo sagrificarci". Tali furono sempre i sensi intimi di Alfonso per la sua Congregazione, e costantemente li ebbe tali fino alla morte.

 

Avendogli scritto, ma con sentimento di amarezza il Padre de Paola, non poter con libertà nel futuro inverno appuntar delle Missioni in altre Diocesi, volendo con se i Padri Monsignor di Veroli, visitando la Diocesi, dispiacque ad Alfonso sì fatta doglianza. "In quanto alle Missioni, rescrisse, che poche possono farsi in questo anno, bisogna ubbidire al Vescovo, ed al Papa, che lo comanda. Girando col Vescovo, anche può farsi del bene, trattenendovi almeno un triduo per parte, e facendo qualche Missioncina, dove non ancora si è fatta. Regolatevi col Vescovo, cui secondo la Regola siamo obbligati ad ubbidire".

Così Alfonso, e con sentimenti di tale subordinazione regolava i suoi.

 

Benedisse Iddio le fatiche dei nostri nella Diocesi di Veroli. Essendosi fatta la Missione l'anno susseguente in Frosinone, restarono così sodisfatti il Clero, e quei Gentiluomini, che invogliati si viddero anch'essi per averci in Città. Sin da quattro anni addietro erasi rinunziata dai Padri Scalzi Agostiniani Chiesa, ed Ospizio, che ivi si aveva sotto il titolo di S. Maria delle Grazie. Questa Casa, e Chiesa si esibì ai Padri. Riscontrato Alfonso anche vi consentì.


Oltre de' tanti luoghi


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destituiti di Operarj, che si avevano in quelle vicinanze, due cose ebbe in mira: la prima, e credevalo un tratto di Provvidenza, che essendo quelle Case esenti da contraddizioni, con altra libertà osservar poteasi la Regola: la seconda, che essendo vicine l'una all'altra, potevansi le Case scambievolmente soccorrersi. Ma non furon in possesso i Nostri di questa Casa che a 20 di Giugno del 1776.

 

Non altrimenti dispose Iddio, che tra queste Missioni aperte si vedessero, con soddisfazione del S. Padre Clemente XIV. altre due Case nello Stato pontificio:

"Io non fo altro, così Alfonso al medesimo P. de Paola, che ringraziare Gesù, e Maria di tante grazie, che mi fanno in questi miei ultimi giorni. Sono stato con quattro giorni di febbre per un catarro di petto; ora sto meglio, e senza febbre. Sempre sia benedetto Gesù, e Maria".




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