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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 58 Somma sollecitudine di Alfonso coi Secolari scandalosi; e de' gravi cimenti ne' quali si vide.
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Cap. 58

Somma sollecitudine di Alfonso coi Secolari scandalosi; e de' gravi cimenti ne' quali si vide.

 


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Non fu minore la guerra, che fece Alfonso al ceto secolare, se discolo vedevasi, e scostumato. "Non sono io, ei diceva, pastore soltanto de' Preti, e Monaci: se così fosse, troppo ristretta sarebbe la mandra. Il gregge propriamente commesso a' Vescovi sono le popolazioni. Ogni Anima di queste è a noi affidata da Dio, e noi siamo tenuti dargliene conto".

Non erano tante le Anime, che convivevano nelle Parrocchie, mi disse l'Arcidiacono Rainone, quante erano le spie, che Monsignore vi aveva; e può dirsi, che se scandalo vi era, prima vedevasi riparato, che esserne inteso. "Noi possiamo dire, così il Parroco D. Pasquale Bartolini, non esservi stato Vescovo al Mondo, che con tale ardenza abbia impedita l'offesa di Dio, e promosso il pubblico bene, come Monsignor Liguori. Aveva in tale abbominio il peccato, che inseguirlo non mancava anche ne' più cupi nascondigli".

 

Se per li Preti e Frati, incombenzati tenevene i respettivi Governatori, maggiormente assistevali per veder tolti de' scandali tra secolari. "Quasi piangendo, così D. Nicolò Pisani, ora Vice - Duca in Maddaloni, ed allora Governatore dello Stato, ci raccomandava la gloria di Dio, ed il bene delle famiglie. Voi, ci diceva, potete quello che non posso Io: volendo, potete riparare a tutto, Quello che potete voi, che state sulla faccia del luogo, non si può neppure dal Sovrano".

E' incredibile, come venivane favorito. Avendo questi a cuore più il buon nome presso Monsignore, che qualunque lucro, per così averlo presso de' Baroni, cosa non attrassavano per compiacerlo. Possiamo dire, così il Canonico Verzella, che fu suo Segretario, ed il Fratello Francesc'Antonio, che buona parte delle rendite, consumavale Monsignore, tenendo regalati i Governatori locali, per sapere, se scandalo vi fosse, o per averli esecutori contro uomini, e donne scostumate.
Specialmente rimetter soleva a questi i caponi, che per ragione di rendita li pervenivano nella vigilia di Natale, così con cioccolate, ed altri dolci, che ben spesso aveva da Napoli.

 

Contestano tutti i Parrochi, che altro peso essi non portavano, essendoci scandalo nelle proprie cure, che renderne avvisato Monsignore. Egli pensava a tutto, chiamandosi i colpevoli; e non profittando, era pronto a dar passo coi Baroni, ed implorava, bisognando, anche la forza del Sovrano. Era tale li credito, che godeva presso di questi, che


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dati vedevansi in Diocesi, con terrore degli altri, anche castighi non ancora intesi; sfratto da' paesi, carcerazioni penose, frusta, e bando alle donnacce. Tutto conseguiva Alfonso col suo credito e zelo.

 

Suo sistema fu, prima di venire a passi estremi, usar tutti gli atti, che come a Padre li convenivano. Chiamava, e richiamava villano, o gentiluomo che fosse anche da qualunque Paese, correggeva, e minacciava. Non bastando questo, frapponevaci persone o amiche de' traviati, o che loro potessero imporre.

Tante volte queste sue correzioni vedevansi anche accompagnate da prognostici, ma troppo funesti. In Durazzano vedendo il Notaro Nicolò Mazzola, sventato di testa, e mal costumato, avendolo più volte corretto, e non profittando, Figlio mio, li disse, per questa vita che menate, voi farete un fine infelice; e mettendoli la mano sulle spalle, quasi piangendo ripetette: si, farete un fine troppo disgraziato.
Correndo da male in peggio, ritrovossi ultimamente, benché avanzato in età, avvolto anch'esso quì in Napoli nella congiura de' Giacobbini. Vedendosi il miserabile condannato a lasciar la vita sulla forca nel Gennaro del corrente anno 1800, stando in Cappella, questa morte, disse piangendo ad uno de' Bianchi, essendo giovine mi fu profetizzata da Monsignor Liguori. Ove prime vedevasi ostinato, con questo riflesso si compunse, e morì contrito raccomandandosi a Monsignore.

 

Sperimentandosi inutile la correzione, veniva subito a passi forti. Due fratelli in Airola tenevansi in casa alcune donne di Arpaja, e non solo abbusavansi essi, ma introducendo altri giovani con altre simili donnacce, facevano un continuato postribolo. Alfonso sperimentando inutile ogni paterna sollecitudine, fe capo dal Principe della Riccia: "Io non ho altro rimedio per togliersi lo scandalo, se non ricorrere alla bontà di V. E. " Di fatti per ordine del Principe, i due fratelli ristretti furono per lungo tempo nelle carceri, e le donne dopo il carcere anche esiliate dai loro Paesi, e da tutto lo Stato del Principe.

 

A sua richiesta il medesimo Principe castigato aveva un uomo di Forchia, ed una donna di Arpaja: tutt'e due conjugati. Disprezzando questi ogni superiorità, ritornati erano al vomito con scandalo dell'uno, e dell'altro Casale. Non potendo Alfonso ripararci, per esser ammogliati, di nuovo pregò il Principe volersi adoprare, per togliere l'offesa di Dio, e lo scandalo di tante anime. La donna ebbe la frusta, e l'uomo per mesi e mesi penò nelle carceri.

 

 Avendolo avvisato il Parroco D. Felice Nuzzo, che nella sua Parrocchia nel Casale delle Cave, ogni notte un Caprajo, ma temuto, perchè manesco, s'intrometteva in una casa, in dove una zitella, guidata da sua madre, andava a compiacerlo. Monsignore avendosi chiamato il Caporale del Duca di Maddaloni, regalandoci carlini dodeci, ordinò


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carcerarlo. Non mancò uno de' Soldati della squadra farnelo avvisato.

Essendo andato il Caporale la notte seguente per arrestarlo, ritrovollo fuggito; ma avendo ritrovato nel medesimo cortile un uomo ammogliato, che stava peccando in casa di un'altra donna; persuaso far cosa grata a Monsignore, carcerò questo insieme colla druda. Ne godette Alfonso: se non mi è riuscita, disse, una caccia, ne ho fatta un'altra.

Il Caprajo non si vide più. L'uomo arrestato promettendo emenda, e pregando la moglie, fu scarcerato: ma l'amasia ci cantò per circa due mesi. Contentossi Alfonso darle da vivere ogni giorno, né mancò per mezzo de' Parrochi vederla ravveduta. Si ravvide, si mantenne casta, e pentita poco dopo se ne morì.

 

Non avendo profittato in S. Agata delle sollecitudini di Monsignore un villano chiamato Ambrosio Cialone, venne ucciso da' suoi rivali nella casa della druda. Questa, con altre sue compagne, prima di giorno fecero ritrovare il cadavere avanti il Monistero de' PP. Conventuali. Monsignore ne pianse, avendolo saputo; ma volendo incutere spavento, ordinò, perché anche interdetto, che con torce di pece portato si fosse il cadavere a buttare dentro un fosso. Voleva, che ad esempio girato si fosse per la Città, ma non li fu permesso da quel Governatore. Centinaja vi sarebbero di Villani o rimessi per suo mezzo, o castigati, ma per brevità li tralascio.

 

Se sopra de' Villani, maggiormente vedevasi oculato sopra de' Gentiluomini. Aveva Monsignore il peccato di questi per doppio peccato, come quello, che coll'esempio influiva nella plebe, e facevasi strada negli altri.

Un Gentiluomo in Airola invischiato ritrovavasi con una donnaccia. Ivi ritrovandosi Monsignore, e fattone inteso, mezzo non lasciò per guadagnarlo a Cristo; ma se non ebbe l'intento col Gentiluomo, li riuscì guadagnar la donna. Occecato il giovane, se ne introdusse un'altra in casa. Monsignore essendo avvisato di questo travaglio, in atto che una sera terminato aveva la predica, se li videro le lagrime agli occhi.

Ritrovandosi con esso  un Gentiluomo Sacerdote, pregollo, piangendo, che in suo nome portato si fosse da quel traviato, e rappresentato li avesse lo scandalo che dava, l'offesa di Dio, e la somma pena, in cui lo teneva. Confuso di tanta paterna sollecitudine, sul medesimo piede discacciò l'amasia; ed essendosi portato da Monsignore, non finiva ringraziarlo di tanta amorevolezza.

 

Un medico in S. Agata, assistendo all'Ospedale, manteneva scandalosa pratica colla spedaliera. Non profittandoci Alfonso colle ammonizioni, ne diè parte a D. Giuseppe Romano, Presidente del Consiglio, e Sopraintendente della casa del defonto Duca. Questi li tolse subito la piazza, sentendo lo scandalo. Non mancò il Medico, vedendosi così castigato, portarsi da Monsignore, e caricarlo di mille ingiurie. "Figlio mio,


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li disse Alfonso, questo male ve l'avete fatto voi. Sapete quante volte amorevolmente vi ho corretto, e non mi avete inteso: se sono ricorso, non l'ho fatto per astio, ma per lo scrupolo, che mi assisteva".

 

Se cogli uomini sciolti non trovava pace Alfonso, vedendoli in peccato, maggiormente era in pena per le persone ammogliate. Se eragli di pena l'angustia della povera moglie, molto più affliggevasi per lo disprezzo del Sacramento.

In un Paese della Diocesi non ci fu modo, per vedersi rotto il commercio, che con scandalo del pubblico, e con rammarico della famiglia, vedevasi tra un gentiluomo, ed una donna infame. Alfonso non sapendo più che farvi, ne diede parte al Re. Chiamato nel Tribunale di Montefusco il Gentiluomo, obbligar si dovette, con suo scorno, sotto pena della Reale indignazione di più non trattarla. Alfonso volendo levare alla donna ogni pretesto per peccare, assegnolle per vivere un tanto al giorno. Si ravvide, e fu costante nel suo ravvedimento.

 

Corretto, e non emendato in Arienzo un Chirurgo ammogliato, per l'attacco che aveva con una zitella, che anzi sfacciatamente facevasela venire in casa, anche a vista della moglie, e de' figli. Non potendone più Monsignore, avendone data parte al Re, fecelo arrestare nel Tribunale di Campagna. Dimostrandone emenda, dopo lungo tempo ne uscì, obbligandosi non più conversare con quella sciagurata.
Ricaduto, di nuovo, avendone Monsignore fatto inteso il Tribunale, per la seconda volta, si vide nelle carceri. Avendo inteso, stando nelle carceri, che trattava Monsignore metter la zitella in un Conservatorio di Nola, fe a quella sentire, che, sotto pretesto di salute, avesse resistito; ed incarica l'amico ad invigilarvi, se eragli fedele, e costante.

Ne pianse Monsignore in saperlo; e non mancò farvi venire un Subalterno da Montefusco, per finirlo di processare; ma no li riuscì aver la lettera nelle mani. Penò molto tempo in quelle carceri, e non si vide fuori, se non compunto ed umiliato; né stimavasi scontento Alfonso per il denaro, che avevaci speso.

 

 Viveva illaqueato da più tempo in Airola un Gentiluomo primario, e titolato. Avendo accantonata la propria moglie, godevasi in casa, con grave scandalo della Città, e de' proprj figli, una donnaccia, chiamata per sopra nome la Guttisana. Alfonso, nel giungere in Diocesi non mancò ammonirlo, ma tutto fu perduto. Ostinato, perché prepotente, se ne beffò.

Alfonso non potendone più,  facendoli compassione l'afflitta moglie, e dolendoli uno scandalo così grave, ricorrette al Principe della Riccia, perchè suo vassallo. Anche questi non lasciò mezzo, per vederlo rimesso. Essendosi arrestata la donna, per togliergli l'occasione prima fu da birri ben bene bastonata in casa; indi frustata per Airola, e bandita da' suoi stati.

Anziché rimettersi il Gentiluomo,


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vieppiù malmenò la moglie. Assistito il Principe da Monsignore, rilevando altri suoi eccessi, lo ristrinse in Napoli nella gran Vicaria.

Avendovi penato lungo tempo, credeva Alfonso, facendogli compassione il suo stato, che rimesso si fosse, e pregato dall'afflitta moglie, avanzò lettera di mediazione presso il Principe. Questi, che sapevane di più a 12. Agosto 1766. gli rescrisse: "Il naturale di costui è troppo instabile. Da queste istesse carceri scrive egli alla sua antica innamorata Maria Schettini. Si vede che il castigo non l'abbatte, ma lo rinforza vieppiù nelle iniquità. No, no, né a Dio, né agl'uomini voglio esser risponsabile. V. S. Illustrissima faccia che le pare a suo vantaggio, non ostante, che i primi passi, che ho dati contro di lui sieno stati eccitati dal pastorale suo zelo".

Inorridì Alfonso in sentirne la pertinacia. Così ostinato qual'era nella sua iniquità, dopo molti anni, vi lasciò in quelle carceri la vita.

 

Altro Gentiluomo vi fu in un'altra terra del medesimo Principe; che avendo cacciato di casa la propria moglie, tenevasi sfacciatamente una donna maritata, consentendovi il marito. Ammonito a discacciar la druda, ed unirsi colla moglie, non ci diede orecchio. Monsignore avendo avanzata supplica al Re, temendo il tuono lo sfrontato Gentiluomo, finse licenziar la druda. Credeva con questo evitare il travaglio.

Monsignore vedendolo ritornato nello scandalo, fece, col braccio del Principe carcerare la donna, e per molti mesi la mantenne a sue spese. Allettato il marito dal Gentiluomo, si avanzò a chiedere la moglie. Fattosi scrupolo Monsignore la fece scarcerare; ma non tanto uscì dalle carceri, che sul medesimo piede fu a ritrovar l'amasio. Credendo non star sicuri in Diocesi, uniti si portarono in Napoli. Saputosi ciò da Monsignore, tutti e due, col braccio del Principe furono carcerati il Gentiluomo nella Vicaria, e la donna nella penitenza. Anche questi furono vessati in modo, che sciolto l'attacco, presero orrore al delitto per mezzo della pena.

 

Il suo zelo era tale, che non era parziale neppure con se medesimo. Voglio dire, che non curava la vita, se perder dovevala, per togliere il peccato.

Vedendosi un Gentiluomo primario, e sommamente scandaloso attraversati i suoi passi, si portò da Monsignore tutto fuoco, risentendosi, che non lasciavalo in pace. Alfonso minacciandolo di vantaggio, dissegli, che se non finivala, informato n'avrebbe il Re.

In sentir ciò il Gentiluomo, alzossi come tigre da sedere, e caricandolo d'improperj, fe segno di metter mano all'armi. Lo strepito fu tale, che vi accorsero i familiari, e trovarono Monsignore, che tutto placido, stavali dicendo: "O mi maltrattate, o mi dite male parole, io debbo fare l'officio mio: non mi son fatto Vescovo per dannarmi: Piacesse a Dio, ed avessi la sorte di morir martire. Pecorella mia


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io ti piango, ravvediti, ma sappi, che non ti farò star mai in pace col peccato".

 

Un Gentiluomo rendendolo avvisato di certo grave disordine, che eravi nel paese, non facevalo, riflettendo alle conseguenze, che con tema, e ribrezzo. Non temo io, disse Monsignore, che debbo fare il ricorso al Re, e temete voi, che in secreto me lo dite. Ripigliando quello, esser egli necessario alla casa sua. Dobbiamo temere il giudizio di Dio, disse Monsignore, che solo è necessario. Solo Dio è necessario nel mondo. Tu tremi, ed io vorrei morir martire.

 

Essendo la Diocesi di S. Agata nelle vicinanze di Caserta, ed essendoci de' reali disimpegni ne' respettivi luoghi, varj Ufficiali vedevansi addetti. Anche con questi Alfonso fe mostra del suo zelo.

Un'Ufficiale Oltramontano dimorando in S. Agata, aveva commercio con una donna maritata, e ricevuto ne aveva un figlio. Non lasciò Monsignore chiamarlo, e farlo avvertito. Ristuccato l'Ufficiale per le continuate correzioni, freneticando ripeteva: Che ne vuole da me questo caposecco? Venne anche alle minacce, e tali, che temevasi della vita di Monsignore.

Fatto inteso dal Canonico Testa, e da altri dell'indole del militare, e delle minacce, Alfonso investito di petto Apostolico, a me non ha che fare, disse, Mi vuol tirare una palla in fronte, eccomi qua, son pronto a morire, ma egli deve lasciare il peccato, e l'offesa di Dio.

Continuando lo scandalo, e non potendo più soffrirlo, fattone inteso il Cavalier Negroni, la donna in risposta fu bandita da S. Agata, e l'Uffiziale protestar dovette la sua emenda, ma umiliato, e confuso, ai piedi del Cavaliere, e di Monsignore.

 

Un Capitano di Cavalleria, e primario Gentiluomo in S. Agata, presiedeva al Reale formale di Caserta. Essendo capitati alcuni Comedianti in S. Agata, ritenuto si aveva una di quelle donne chiamata la Curfiotta, perché di Corfù. Lo scandalo era grande, ed era d'incentivo alla gioventù moriggerata.

Anche con questo ritrovossi Alfonso in gravi cimenti. Profittato non avendo colle paterne ammonizioni, ne diè parte alla Reggenza dell'Infante D. Ferdinando. L'Ufficiale fu mortificato, e la donna sfrattata da S. Agata; ma tra poco tempo se ne morì la sventurata mangiata da vermi in una stalla. Anche a capo di poco tempo morì in Napoli il Capitano. In quello stato conoscendo, e piangendo il suo trascorso, spirò ringraziando Iddio, e Monsignore della tanta carità, che usato li aveva.

 

Non fu meno l'imbarazzo, in cui più volte ritrovossi coi Fucilieri, così detti. Residendo questi in Montesarchio, spesso portavansi nella Terra di Mojano, e vi erano de' gravi disordini. Vi fu specialmente un tal Francesco Giordano, che non lasciava zitella da tentare, e che di giorno, e di notte vedevasi, insidiando l'onore, per le case più onorate.


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Avendo ritrovata salda una povera figlia, strapazzandola, anche la ferì con un colpo di stilo sulla testa. Questi tanti disordini sperimentar facevano al Alfonso una continua agonia. Subito fe capo dal Principe della Riccia, essendo Mojano suo Feudo. Lettera di fuoco scrisse ancora al Comandante D. Emanuele Solajoles. Tali furono le sue premure, che niuno de' Micaletti vide più quella terra.

 

Un altro Fociliere, perché Gentiluomo del medesimo Casale di Mojano, col pretesto di portarsi in casa sua, fugò dalla medesima terra una giovanetta, facendone abuso. Lagrimando la povera Madre ricorrette da Monsignore. Pianse anch'egli in sentirne l'eccesso, e sul punto, coi sentimenti i più dolorosi, ne diede parte in Montesarchio al Comandante. Ricevette questi la lettera nell'atto, che stava a tavola. Chiama nell'istante all'ubbidienza il Fociliere, lo disarma, e per lungo tempo lo tenne in arresto. la libertà alla zitella; e rescrivendo a Monsignore, il Fociliere disse, non sarà più per vedere casa sua. Infatti più non la vide.

 

Anche la sbirraglia non fu lasciata in pace da Monsignore. Essendovi in Diocesi due Dogane, una in Ducento, e l'altra in Arpaja, varj birri debbono assistervi; ma dir si può che non ebbero questi sede permanente. Come taluno zoppicava, così lo sloggiamento era in risposta. Essendosi attaccato con una donnaccia, in quella di Ducento uno di essi, e non potendovi esser di sopra il Parroco, reso informato Alfonso, e vedendolo pertinace, fe capo dal Marchese Anna, Sopraintendente delle Dogane. Fu così viva la sua rappresentanza, che al birro fu tolta la piazza, e sfrattato da Ducento. Così per mezzo del medesimo si vide tolto da Arpaja, e privato d'impiego un altro birro, che coi suoi portamenti anche infettava i vicini Casali.

 

Residendo in Arienzo una squadra di soldati di campagna, per disimpegno de' vicini Casali, taluni non mancavano andar prostituendo delle figlie. Monsignore in sentirlo, ne scrisse subito al Commissario. Non tanto scrisse, che la squadra fu spostata da Arienzo, e situata altrove, ma con ordini pressanti al Caporale di non accostar taluno in Arienzo, e di stare attento per simili delitti.

Persona, che aveva affittata la casa, perché povera, querelossi con Monsignore del lucro perduto. Facendoli compassione, si fe chiamare uno degli Eletti, pregandolo voler rinfrancare l'interesse, ridondando la cosa in beneficio di tante figlie. Disbrigossi questi, che non poteva da se. Il fatto fu, che ripugnando anche gli altri, Monsignore dovette soccombere all'interesse.

 

Non dormiva Alfonso sentendo sbirraglia in Diocesi. Non capitava squadra in S. Agata, o in Arienzo, che facendosi chiamare il Caporale, non li raccomandasse la quiete nel paese, e l'onestà delle famiglie. Uno tra gli altri disgustato per le replicate chiamate, "Monsignore, li disse, i miei soldati non sono Novizj della vostra Congregazione,


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Padri Cappuccini. Hanno la loro libertà, e se ne servono, chi ce la può impedire". Quello che non poteva ottenere Alfonso col caposquadra, facevalo, ma non troppo spesso, col Commissario di Campagna, o col tribunale in Montefusco.

 

Tali furono in parte gli effetti dello zelo di Alfonso. Odiava il peccato, e non soffrivalo in chiunque.

"Può dirsi, scrissemi l'Arcidiacono Rainone, che il peccato, fin'al tempo che pervenne in S. Agata Monsignor Liguori, festoso vedevasi passeggiare, non che per li vichi, e campagne, ma per le piazze tutte della Città, e della Diocesi; ma pervenuto il sant'uomo al governo di questa Chiesa, rintanato si vide ne' più cupi nascondigli: che se talvolta ne usciva, non facevalo che con timore, e con spavento".

Così anche in succinto, ritrovandosi in Napoli un Gentiluomo Santagatese: "Si può dire, ei disse, che da che entrò Monsignor Liguori in S. Agata, conosciuto si vide Iddio, e banditi dalla Diocesi gli scandali, ed il peccato: che se vi fu, non comparì in pubblico, che con vergogna, e con rossore". Tale fu lo zelo di Alfonso. I primi lampi bastantemente osservati li abbiamo nel metter che fece piede nel Vescovado, e se ne videro i secondi, collo scoppio de' tuoni, fino a che vi persistette, e non fece ritorno in Congregazione.

 

Vi è cosa che non stimo ometterla. Vigilava Alfonso, come ho detto, e mezzo non lasciava da per tutto, per impedir il peccato. Ma bisogna dire, che concorrendo Iddio col suo zelo, anche assistevalo con modo particolare, se non si vuol dire, che degli sconcerti ne avesse rivelazione.

"Facevasi stupire, così il Parroco D. Tommaso Aceto. Quello che non sapevasi da noi, benché oculati, sapevasi da Monsignore. Tante volte l'iniquità erasi commessa la notte, anche in casali o terre lontane, e prima di giorno ci vedevamo chiamati, notificandoci piangendo l'accaduto. Se saputo non l'avesse per rivelazione, per altra strada di certo nol poteva sapere".

 

Anche colle sue orazioni teneva lontano Alfonso dal suo Palazzo questo sporco vizio della disonestà. Intromesso avevansi una notte in Arienzo il Cocchiere, col servente di cucina, una donna nella stalla. Essendo per venire all'atto del peccato, sorpresi furono tutti e tre da tale spavento, che atterrita la donna anch'ella fuggì. Questo fu nel più cupo della notte; né prima, né dopo si seppe da anima vivente; ma fatto giorno, essendo stati chiamati tutti e due da Monsignore, rimprovera loro il male, che erano per fare, esortandoli alla Confessione.

Questo, non si sarebbe saputo, se da se il servente, morto Alfonso, e sentendosi i suoi prodigj, detto non l'avesse a me in Napoli, ed il Cocchiere confidato non l'avesse in S. Agata al Parroco D. Francesco Jadevaja.




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