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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 64 Gran mansuetudine di Alfonso; sua fortezza in sostener l'onor di Dio, ed il proprio carattere, e suo dominio su i cuori altrui.
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Cap. 64

Gran mansuetudine di Alfonso; sua fortezza in sostener l'onor di Dio, ed il proprio carattere, e suo dominio su i cuori altrui.

 


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Non è che questa insensibilità negli affronti, e ne' disprezzi nascesse in lui da forza di temperamento, che stupido fosse, e poco sensibile. Era egli vivo, e portato allo sdegno. Il suo costitutivo non essendo che un impasto di nitro e solfo, accensibile ad ogni urto, ed ardente al non più. Tutto in lui era violenza, ed abnegazione di se medesimo. Avendosi proposto fin da che voltò le spalle al mondo l'imitazione di Gesù  - Cristo, soprattutto prese a petto il mitis sum, et  humilis corde. Umiltà, e mansuetudine erano la meta de' suoi desiderj. Vilipeso, anziché risentirsi, godeva dell'affronto, e più gioiva vincendo, e portando vittoria di se stesso.

 

Mi attesta l'Arcidiacono Rainone, che avendoli detto un giorno, vedendolo soperchiato da un villano Sacerdote, Monsignor mio, questo non è modo da trattare: voi volete avvilire il vostro stato, e con questo dar ansa a' scostumati di malmenarvi, e perdervi il rispetto. Ah Canonico mio, rispose il buon vecchio, ho fatigato quarant'anni per acquistare un poco di pazienza, e voi volete, che la perde ad un tratto.

 Un'altra volta, mi disse il P. Maestro Caputo, li fu fatto un affronto, ma troppo sensibile, egli che eravi presente, e mal lo soffriva, volendolo mettere in punta, li disse: Bisogna, Monsignor mio, che venite a qualche giusto risentimento: non vedete, che troppo si abusano di vostra bontà. Monsignore intese tutto, e poi con un placido sorriso, P. Maestro, li disse, non ho fatigato poco, e Dio sa quanto mi costa questo poco di pazienza: questa è fatiga di anni, ed anni, e volete, che io la perda.
Ammutolì il P. Maestro, e non seppe che si dire. Era arrivato a tal dominio di se stesso, mi scrisse il medesimo Padre, che sembrava non esser uomo, ma un Angelo in carne umana.

Così l'Arcidiacono Rainone, non so, mi scrisse, se nel soffrire gli affronti era Angiolo in carne, o uomo senza carne, tanto era freddo, ed insensibile.

 

Propostosi avanti di lui un problema, così il nostro Padre D.


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Sebastiano de Jacobis, cioè nel governo delle Anime più la mitezza, o il rigore: Chi disse una cosa, e chi un'altra. Monsignore ripigliando anch'esso, è più conforme, disse, collo spirito Divino, ed Evangelico la prima, che il secondo. Mitis sum, humilis corde fu il carattere di Gesù - Cristo. Tale fu la condotta di Dio con Adamo prevaricatore, e di Gesù - Cristo con Giuda, e con altri Apostoli imperfetti. Che hanno avanzato di buono, soggiunse, i Giansenisti Francesi, facendo vedere Dio come un tiranno.

 

Prefisso avendosi un tal principio, rari non erano i corollarj. Qualunque occasione presentavasi, scabrosa che fosse, egli non mancava abbracciarsela, e farne un capitale.

Io mel ricordo in ogni incontro, così il Canonico Rubino, sempre presente a se stesso, e senza perturbamento, dolce, ed affabile con tutti, sereno, e col mele su le labbra. Bastantemente ravvisati si sono, nel decorso di questa storia, gli effetti di questa virtù, e ve ne sono di vantaggio.

Un Prete convinto d'aver mentito, ed  ingannato Monsignore in cosa grave, in vece di umiliarsi, lo sopraffa, con termini non dovuti. Io sono, tra l'altro, li disse con disprezzo, in procinto di lasciare casa mia per più non vedervi, ed esservi soggetto. Vedendolo stizzato, anziché risentirsi, Figlio mio, li disse Alfonso, io che ti ho da dire? Voi avete ragione, ed io torto: capacitatevi per carità; e così dicendo, facendolo sedere a se vicino, cercò disingannarlo, e raddolcirlo.
Persona che eravi presente, restò così edificata di Monsignore, e così scandalizzata del Prete, che uscendo fuori tutti e due, non mancò dirgli: se questo, che avete fatto a Monsignor Liguori, l'avreste fatto a Monsignor Danza, vi avrebbe fatto buttare da un balcone.

 

Ritrovandosi in Arienzo il Sacerdote D. Salvatore Tramontana, vi fu persona che lo malmenò con parole risentite, e di niun rispetto. Tutto soffrì Alfonso con uguaglianza di spirito, anzi fuori del suo solito, usolli attenzione di accompagnarlo fino alla porta. Il medesimo Tramontana attesta, che anche in Arienzo, ma stando Monsignore confinato in un letto coi suoi già noti travagli, persona vi fu, che vedendosi mal soddisfatta, li parlò con parole così improprie, e di poco rispetto, che sentivasi egli mosso a riprenderla con risentimento, e che Alfonso non solo non si smosse, ma sempre li rispose con parole dolci, ed affabili, ed anche obbliganti.

 

Taluni, benché virtuosi, se luogo non danno all'irascibile, vedendosi attaccati, tuttavolta se li vede nel volto il gran fuoco che comprimono nel cuore. Alfonso arrivato era a tal vittoria di se medesimo, che morto in lui, ed estinto sembrava l'irascibile. Attesta il Parroco D. Francesco Ferrara, che ritrovandosi con Monsignore, e presentandosi un Prete ignorante, pretendeva, senza alcun merito, un Canonicato.


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Alfonso, non spiegandosi di vantaggio, diedegli una tacita ripulsa con dire, che ritrovavasi compromesso. Escluso il Prete, entrò in tale risentimento, che non avendo riguardo né alla persona, né al carattere, dando in furia, non mancò caricarlo di parole aspre, e pungenti. Tu sei il santo, disse? Che santità: che santità, è santo, e giusto, chi fa la giustizia. Tu pure te ne vai a diavolo.
Alfonso sentiva senza rispondere. Ma vedendo, che non la finiva, Mo sei troppo, placidamente li disse; e così dicendo prende la penna, e mettesi a scrivere. Seguitò a complimentarlo il Prete, e non partì, se sfogato non ebbe tutto lo sdegno. Attesta il Parroco, che sembrogli Alfonso un pezzo di marmo; e che ad un tale insulto solo gli comparve un picciolo rossore nel volto; col medesimo Parroco, essendosene calato il Prete, fece parola di tale impertinenza.

 

Essendosi temerariamente introdotto da lui un Secolare, se non lo attentò nella vita, lo maltrattò in modo, che anche una pietra sarebbesi alterata. Monsignore taceva, e soffriva; ma vedevasi così sereno, che sembrava non esso, ma un altro, che venisse malmenato.

Finito il complimento, come se tal accidente accaduto non fosse, disinvolto portasi al solito in Seminario. Giolivo visita le scuole, assiste alle ripetizioni, ed allegro volle, che dalla Camerata de' piccioli cantata si fosse una divota canzone. Ritirandosi il Maestro Caputo, seguitandolo, e vedendolo di buon'umore, lo pregò, avendogli dato un giovanetto della soddisfazione, perché povero, diminuirgli la paga. Tutto, con animo lieto, accordò Alfonso.

Ritirandosi il P. Maestro, e sentendo da familiari l'insulto sofferto, stupisce, e non davasi pace, considerando, non aver in esso osservato picciolo segno, che fosse di alcun turbamento.

 

Avendo per scopo il sommo della Cristiana mansuetudine, non taceva conto, diciam così, avendo in mira il grosso, di certe occasioni, che ei chiamava ombre di disprezzi. In S. Agata, stando una mattina in una Chiesa vestito de' Ponteficali, ed in atto per uscire a celebrare, non so che controversia insorse tra Preti e Preti, e tale, che, per non fare uscire Monsignore, s'impedì al Prete organista la chiave dell'Organo. Fattoseli questi avanti, non vedete, disse tutto infadato, essere questo un disprezzo che si fa ad V. S. Illustrissima. Come sei buono, rispose freddamente Alfonso, e volete che per questo io m'inquieto? Che disprezzo andate trovando: pazientiamo che si quieteranno.

 

Avendo levato una donna dal peccato, e volendola provvedere del bisognevole, disse al servitore Alessio, portatevi dal Signor Governatore dell'Annunciata, e diteli che io ci metto molto per questa poveretta, anch'esso mi dia qualche cosa. Ritrovandosi di mal genio il Governatore, "Vattene tu, e Monsignore, disse, e questa porcella la provegga col denaro della mensa, e non vada inquietando le Chiese, che non li


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sono soggette".

Avendoli il servitore portata tal quale la risposta, non finiva malignare il Governatore. Alfonso spezzandoli la parola, Via mo, disse: questi è un uomo santo. Chi sa come si è trovato. Dimani andateci di nuovo e vedrete che vi darà una grossa limosina. Così fu: ci andiede, e n'ebbe da trenta e più carlini.

 

Maggiore però era la mansuetudine, che giornalmente praticava colla servitù, e con altri familiari. Accadendo qualche sbaglio, se arrivava a dire, come sei buono, ovvero, Iddio ti faccia santo, era questo il maggior risentimento; e se la cosa interessavalo, e non ammetteva riparo, alzando gli occhi al Cielo, placidamente sentivasi esclamare: Sia fatta la volontà di Dio.

Mi dice il Primicerio D. Liborio Carfora, che somma fu la mansuetudine praticata con un Sacerdote domestico. Usavasi questo tratti così sgarbati, che trattavalo non da uguale, ma da inferiore; ed erano gli atti così rozzi, ed incivili, che facevano ribrezzo a chiunque; ma non si osservò mai in Monsignore alcun dispiacimento, o vedersi coll'animo turbato.

 

Avvertendo dolcemente de' suoi errori un Chierico, che ajutavalo a scrivere, questi, o perché non intendesse, o perché non sapevane di più, sbattendo le carte sul tavolino, sdegnato voltogli le spalle, uscendosene borbottando, e con disprezzo. Calmato che fu, Alfonso fattoselo chiamare; tu mo, gli disse, perché fai queste cose? Sai che mi dai collera: via su scrivi. Così, in cambio di risentirsi, con placidezza lo raddolcì, come se esso avesse mancato, e non il Chierico. Scorgevasi, mi disse il Parroco Ferrara, quando la passione nell'interno tumultuava, se esclamar sentivasi, Gloria Patri.

 

Se l'insulto cominciava e finiva in persona sua, e rapporto non avea colla gloria di Dio, e col bene delle Anime, Alfonso tutto pazientava; ma leone addiveniva, se interessato vedevasi l'onore di Dio, ed il bene delle Anime. Essendosi portata da Monsignore persona prepotente, e rispettabile per la famiglia, cosa pretendea, che secondo Dio non conveniva. Non essendo assecondato, e vedendolo renitente, abusandosi il Gentiluomo della di lui umanità, non mancò soverchiarlo, e farsi forte con alterigia. Vedendo Alfonso, che non finivala, postosi in contegno, questo disgusto, disse, non lo voglio; ma disselo con tuono tale, che il Gentiluomo si smarrì, perdette lo spirito, e più non vi volle per darlo indietro.

 

Un Gentiluomo della Diocesi, benestante per altro, ma povero perché tutto consumava nel giuoco, avendo un figlio nel Seminario, pretendeva tenerlo con mezza paga, affacciando la sua strettezza. Monsignore che sapeva il dippiù, ce lo negò; sdegnato il Gentiluomo incominciò a querelarsi, e pretenderlo a forza, credendo con questa sua alterigia sopraffare il Vescovo, ma Monsignore postosi in contegno


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"Voi, li disse, non sapete quanto son duro, e con questo battendo il tavolino col rovescio delle dita, soggiunse: "quando io non avanti a Dio lo stimo, levatevelo dalla mente".

Questa fortezza in opporsi a i temerarj, e sostenere l'onore di Dio, non in uno si è veduto, ma in cento, e mille rincontri. Soleva dire il P. Maestro Caputo, che assistevalo da vicino, quando si mette in aria questo Vecchio, e vuol dimostrare il suo contegno, ti atterrisce, ed abbatte.

 

Talvolta, in senso suo mettevasi in aria, non già ostentando nobiltà, e cavalleria, ma facendosi forte col proprio carattere. Un Canonico presuntuoso, mi disse l'Arcidiacono Rainone, stimandosi pregiudicato, per essere stato provveduto in terzo luogo, si doleva con tale arroganza, e con termini così villani, che gli astanti se ne arrossivano. Alfonso non potendone di più, senza punto scomporsi, ma in tuono li disse: Badate, che son Vescovo. Questo fu tutto il risentimento, e con questo pose in dovere il Canonico.

 

Aveva in tal pregio il carattere Vescovile, che non solo credevasi al di sopra di ogni altra dignità, ma stimavalo degno di qualunque rispetto.

Un giorno D. Pasquale Diodato, non ancora Parroco di Bucciano, ritrovandosi acceso di testa, per averli proibito Monsignore di leggere un'Opera dell'Abbate Genovese, li scrisse con termini poco onorevoli, e dovuti. Avviata la lettera se ne pentì. Teneva per certo, che Monsignore se ne doveva offendere, minacciandolo tra l'altro di ricorso al Principe. Vedendosi chiamato, ci andiede prevenuto. Monsignore avendolo ammesso colla solita umanità, altro non li disse: Come ad un Vescovo scrivete di tal maniera.

Questa fu tutta la correzione, ma con tal placidezza, che D. Pasquale ne restò confuso, e mortificato.

 

La festa del Rosario in S. Maria a Vico, si fa con gran concorso da' vicini Casali. Volendo Monsignore portarsi a predicare il dopo Vespro, scrisse al Priore la mattina di Domenica, che degnato si fosse far la Processione la mattina, e non il giorno. Questa preghiera dispiacque. Alterato levandosi dal Confessionale, va nell'Oratorio, e ne parte ai Fratelli. Anche questi l'intesero male. La risposta del Priore fu, che non sarebbesi fatta la processione né la mattina, né il giorno, e che cantati i Vespri, si sarebbe chiusa la Chiesa.

Sentendo questo Monsignore, chiama per consiglio Monsignor Puoti Arcivescovo di Amalfi. Considerando il disprezzo, se questo accadesse a me, disse, mi porterei il Notaro, ed interdirei la Chiesa.

Non sentivala così amara Alfonso. Manda il Segretario, e fa capire al Priore essere Vescovo, e che in ogni conto era per andarvi a predicare. Giunto, fu ricevuto borbottando dai Religiosi. Egli però senza alterarsi, volle, che fatto si fosse un giro colla Statua innanzi al Convento, ed avendovi predicato, chiamandosi il Priore, e li Religiosi rileva l'amarezza ricevuta, ma con sentimenti


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di tanta umiltà, che confusi, e mortificati vi restarono il Priore, i Religiosi, e i Fratelli.

 

Così mansueto qual'era, non è che mancava esser forte nel riprendere. Facevalo, bensì, vedendosi obbligato, ma con suo rincrescimento. Riprendeva, ma non alteravasi; mutava tuono, ma non avvalevasi di termini non rispettosi, disgiunta vedevasi la correzione della solita piacevolezza. Non potete credere quanto mi pesa, scrisse in Napoli ad una sua penitente, il vedermi talvolta costretto a trattar aspramente qualche persona; ed io tengo, che ogni cosa meglio si fa col buono, che coll'asprezza.

Ammonendo un mezzo Gentiluomo, ma scandaloso al non più, e tante volte inutilmente corretto, fu veduto lagrimare. Mi disse chi eravi presente, che anche quel tale si vide commosso, ma non già convertito.

 

Talvolta avendo fatta qualche correzione, che sembrava in senso suo esser stata amara, andava cercando un pretesto per aver la persona nelle mani, e trattarci amorevolmente. Un giorno, come dissi, avendo parlato con tuono al Medico, e Canonico d'Ambrosio, il susseguente, facendolo chiamare, si fe osservare il polso. Stava sanissimo, mi disse il Canonico, e ben mi avvidi essere un pretesto di rappacificamento. Questo istesso usava con chi avevalo offeso, e ci sarebbe molto che dire su questo particolare.

 

Questo signoreggiamento di se stesso produsse in Alfonso anche un dominio sopra i cuori altrui. Fanno stupore, diceva il P. Maestro Eanti, le impressioni, che faceva Monsignor Liguori negli animi degli altri, e come guadagnavali a se colla sua inalterabile mansuetudine. Colla dolcezza, e colle sue belle maniere, mi scrisse il Vicario Rubino, accomodò Monsignore molte cose, che ottenute non si sarebbero coll'amaro. Tanti, disse egli medesimo, entrati da lui, come tigri stizzate, se ne uscivano agnelli, e pronti a fare quello che voleva.

 

Un Sacerdote di Mojano accusato in Curia di non indifferenti delitti, portandosi da Monsignore, non vi andò come uomo, ma come un leone, tanto agitato egli era dall'ira, e dallo spirito di vendetta. Poche parole gli disse Alfonso, e non solo ripresse si viddero nel Prete le passioni, ma disposto, con meraviglia di ognuno, a soffrir in pace la persecuzione, e soggiacere a qualunque travaglio.

 

Un altro Sacerdote di Luzzano, persuaso di essere stato aggravato in Curia in rapporto ad un Beneficio, vedevasi così agitato contra Monsignore, che faceva spavento. Essendo entrato da lui, restò così ammansito, che uscendosene, non solo si vide mite e sereno, ma con umiltà chiese scusa a' familiari dello scandalo dato. Si disse essere entrato un Demonio, ed esserne uscito un Santo.

 

Un Prete educato in Seminario, pretendeva dalla Curia un attestato


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del tempo, che vi fu, e degli studj già fatti. Cosa avea questi in mente, che non piaceva a Monsignore. Essendosegli più volte negato, dava nelle furie, e non sapevasi che far voleva. Vedendolo un giorno il P. Maestro Caputo così alterato, Monsignore, li disse, non mangia uomini, ma è umano, e tutto carità: parlateci, che vi si farà la giustizia. Vi entrò da Monsignore, e ne uscì tutto mutato. Mi ha parlato, disse, con tante belle maniere, che non mi fido contristarlo; più fece richiesta per l'attestato.

 

Grave disgusto era insorto in casa di D. Caterina Lucca. Essendosi divisi di sentimento i suoi cognati, chi voleva le due figlie monacate nel Monistero di Airola, ove erano educande, e chi nel nuovo del Redentore aperto in S. Agata. Il disgusto essendo grave, ci andarono per di sotto anche le Figliuole. In quest'angustia fe capo D. Caterina da Monsignore. Avendosi chiamati i due Gentiluomini, tutti e due se ne ritornarono in casa uniti di sentimento, affezionati alle Nipoti, e tutto mutati da quello, che erano.

 

Un giorno essendosi alterati gli animi tra il cuoco, ed il sguattero, questo era così sorpreso dallo sdegno, che dato di piglio ad un coltellaccio, inseguì il cuoco per ammazzarlo. Si rifugia il poveretto nella stanza di Monsignore, e ne pontella la porta. Risoluto lo sguattero di ucciderlo, si mette a violentarla.

Tutta la Corte videsi in agitazione, osavasi accostarseli. Monsignore volle, che se li fosse aperto, e con poche parole lo rasserena, e mette in pace. Voleva il Vicario, e volevano tutti, che si fosse carcerato, e licenziato. Monsignore non volle né l'uno, né l'altro. Solo volle si fossero rappacificati; e fu tale la sua insinuazione, che si amarono, né ci fu più livore tra di loro.

 

Attesta il P. Maestro Caputo, e si contesta da tutti, che quante persone così Ecclesiastiche, che Secolari, se agitate vedevansi, ed irritate contra altri, entrate da Monsignore, ed abboccandosi con esso, vedevansi in pace collo spirito, e mutate di opinione.

Questa virtù della mansuetudine, confessar dobbiamo, esser stata un capo d'opera in Monsignor Liguori.

"Non vi è cosa, ei diceva, che tanto disconvenga ad un Vescovo, quanto l'iracondia: questa da Padre lo fa diventar fiera, e rendelo odioso a tutti".

Attesta il Fratello Francescantonio, che praticollo per circa cinquant'anni, e lo contesto io, avendolo trattato per circa quaranta, non averlo mai veduto o coi nostri, o cogli estranei, quantunque amari vi fossero stati de' rincontri, alterato con veruno, ma costantemente piacevole, e col mele sulle labbra.

Il Sacerdote D. Mariano Arcieri, uomo venerabile per la sua santità, non altrimenti chiamavalo, che S. Francesco di Sales de' nostri tempi.




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