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P. Celestino Berruti
Lo spirito di S. A.M. de' Liguori

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  • Cap. 32/5 3. Dono dei miracoli.
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Cap. 32/5

3. Dono dei miracoli.

 

Il dono di far miracoli appartiene all'operazione delle virtù ed alla grazia delle guarigioni: alii gratia sanitatum, alii operatio virtutum. Imperocché secondo la distinzione che ne fanno i teologi, allorquando i miracoli superano affatto le forze della natura, appartengono alla grazia, che chiamasi operazione di virtù; avvegnaché sono i più portentosi, e manifestano la grandezza della divina onnipotenza. Che se i medesimi non trascendono assolutamente la virtù della natura, ma soltanto in quel caso particolare, ovvero in quanto al modo, allora debbono riferirsi a quella grazia gratis data, che si appella grazia della sanità.

Or degli uni e degli altri causa principale è solamente Iddio, e l'uomo non è che una causa istrumentale per la virtù straordinaria della sua fede, giusta la dottrina inconcussa dell'Angelico dottore: Dicendum, quod operatio miraculorum attribuitur fidei propter duo: primo, quia ordinatur ad fidei confirmationem; secundo, quia procedit ex Dei omnipotentia, cui fides innititur a ; mentre Gesù Cristo nostro Redentore ci assicurò con la sua parola infallibile, che tutto fia possibile a chi ha fede: omnia possibilia sunt credenti  b.

Ciò premesso, Alfonso fu dal Signore dotato di ambedue queste grazie gratis date, cioè  dell'operazione delle virtù in quelle bilocazioni sorprendenti avvenute nella sua persona varie volte nel corso di sua vita, le quali trovansi descritte


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dal p. Tannoia. Ma in quanto alla grazia della sanità furono così molteplici e frequenti i miracoli operati da lui in sua vita che si contano fino a cento de' più strepitosi; e le guarigioni poi erano tanto continue che niun infermo gli si presentava specialmente negli ultimi anni di sua vita, che al segno della sua benedizione non ne sia stato risanato; potendo dirsi a gloria di Alfonso, che il Signore gli aveva assoggettati tutti i malori, affinché li curasse, secondo la promessa del divin Salvatore ai suoi fidi discepoli.

Prima però di descrivere alcuni miracoli fra quelli, che sono rapportati nei processi di sua beatificazione, per far constare, che Alfonso fra le altre grazie gratis date fu altresì fornito del dono dei miracoli, stimo essere mio dovere a gloria del Signore e di questo santo narrare due miracoli operati in beneficio di sua nipote D. Teresa de Liguori religiosa benedettina prima nel monastero di s. Marcellino, e di poi in quello di s. Gregorio Armeno, dove finì santamente i suoi giorni.

Dalle lettere del santo si raccoglie, quanta cura egli riponesse nel coltivare coi suoi savi consigli la vocazione di lei allo stato religioso. Inoltre, si sa, che dovendo la medesima entrare nel noviziato, e vestire l'abito religioso, uscì dal monastero per alcuni mesi a sperimentar meglio la sua vocazione, e che essendo priva dei genitori, per impegno di Alfonso si prese cura di lei la signora duchessa di Bovino, la quale tennela in sua casa, e la condusse a vedere suo zio in Pagani già decrepito, e storpio sulla sua sedia a ruote. Ora avendo di già la medesima vestito l'abito religioso, e stando nel noviziato le si sviluppò una piaga nella gamba, la quale resistendo a tutti i rimedi dell'arte medica si manifestò di umore maligno, e quindi rendevala inabile a proseguire la carriera dello stato religioso. Già si vociferava fra le monache, che non sarebbe stata ammessa alla professione dei voti, e già le si consigliava di ritornare al secolo. Afflitta oltre modo per tale disavventura pensò dirigersi con lettera al suo santo zio, narrandogli il suo male, ed implorando il soccorso delle sue preghiere per


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non essere costretta ad abbandonare il chiostro. Il santo in risposta le inviò una piccola immagine di Maria santissima addolorata, inculcandole di raccomandarsi a lei con fervore, e di applicarla sulla piaga. Ed ecco che appena ve l'applicò, scomparvero tutti i fenomeni del male, si rimarginò la piaga, senza lasciarle mai il menomo dolore nella gamba; e così assicurate le monache della guarigione, fu ammessa alla professione.

Ma non finiscono qui le circostanze stupende di un tale miracolo; mentre è a sapersi, che la virtù portentosa di questa grazia ebbe la sua durata per il corso di anni settanta, cioè dall'età di anni quindici e sei mesi fino all'età di anni ottantasei, epoca della morte di detta nipote del santo. Difatti avendola io confessata per vari anni, e conoscendo il miracolo fattole dal santo, appena intesi alcuni mesi prima della sua morte, che erasi di nuovo risvegliata l'antica piaga nel medesimo sito, feci tosto un cattivo prognostico sulla vita di lei, ed argomentando, che l'umore canceroso, il quale per la virtù del santo aveva sospeso la sua azione malefica pel corso di settanta anni, ora che accostavasi il termine della vita di lei, ritornasse a riprendere la sua attività, per toglierle quella vita, che in forza di un miracolo le era stata ridonata nella sua prima gioventù.

punto m'ingannai nel mio prognostico, diffondendosi nella massa del suo sangue il detto umore maligno; e laddove per tutti gli anni decorsi aveva sempre goduto florida sanità, in poco tempo la condusse al sepolcro.

L'altro miracolo operato dal santo anche a favore di questa sua nipote è il seguente. Aveva la medesima già professato, allorché fu sorpresa da una raucedine tale, che non solo le impediva l'uffiziatura nel coro, ma anche le permetteva di parlare se non che a fiato. Durò lunga pezza un tal malore, e minacciava divenire cronico, attesoché niun rimedio aveva potuto guarirlo. Ricorse di nuovo al suo santo zio, rappresentandogli l'impotenza di adempire uno dei doveri principali dello stato religioso col recitare il divino uffizio, e cantar le lodi del Signore. Il santo parimente le mandò alcune cartelline


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dell'Immacolata ordinandole di prenderne ogni giorno nell'acqua col pregare fervidamente la Vergine santissima. Ma appena incominciò a praticare tal divozione prescrittale dallo zio, che in un subito le ritornò la voce più chiara e acuta di prima, in guisa che fino alla morte poté cantare liberamente il divino uffizio; anzi è cosa ammirabile, che nella sua decrepita età era tuttavia assidua al coro, dove la voce di lei spiccava a somiglianza di quella di una giovanetta senza avere sofferto alcuna variazione o alterazione a cagion dell'età.

Questi due miracoli oltre di essere riferiti nella loro sostanza nei processi della beatificazione di Alfonso mi constano altresì per certa cognizione, giacché mi furono riferiti varie volte dalla predetta religiosa; ed ella non mai li raccontava senza una grande emozione di spirito, e senza spargere molte lagrime di tenerezza alla rimembranza del suo santo zio, e dei salutari ricordi di lui. Ora mi è d'uopo descrivere una porzione al meno di quei tanti, che vengono registrati nei detti processi di sua beatificazione, e che non sono stati inseriti dal Tannoia nella sua storia.

Ricorderò da prima quello stupendo miracolo operato dal santo stando in Roma per la sua consacrazione. Dimorava nella casa dei PP. Pii operari detta la Madonna dei Monti, e trovandosi in un giorno di venerdì aggravato dal suo solito affanno, il P. Panzuti superiore di quella casa gli fece preparare il pranzo di carne. Mangiò Alfonso poche cucchiaiate di minestra fatta col brodo, perché non se ne accorse; ma essendogli presentato un pollo in allesso, appena lo vide, esclamò: oggi è venerdì e volete farmi mangiar carne? Lo esortavano a mangiarne tanto il suddetto P. Superiore, che il P. Villani suo compagno di viaggio sul riflesso della sua non leggiera indisposizione di salute. Ma il santo contorcendosi, e dando una benedizione al pollo, di cui il solo servitore se ne avvide, cangiossi immantinente il pollo in pesce detto cefalo ben cotto. Non sapendo frattanto i suddetti padri, donde fosse venuto quel pesce, ne interrogarono il servo, il quale attestò, che egli non mai aveva


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riportato il pollo in cucina, e né tampoco in cucina erasi preparato quella mattina verun pesce: ma disse ciò essere avvenuto per la benedizione, che il santo aveva data al pollo senza farne loro accorgere.

Capitato in casa della signora Taiano di Vietri un gentiluomo di S. Ruffo del Vallo di Diano fu sorpreso da grave infermità, poiché assalito dalla febbre maligna, e però destituito di sensi e privo di parola, non poteva pur sorbire l'acqua, avendo la bocca chiusa e i denti serrati. Ora la sopradetta udendo, che era pervenuto il nostro santo in Vietri mandò subito a pregarlo, che degnasse di una sua visita un povero infermo, il quale trovavasi in sua casa. Alfonso vi andò subito, ed entrando domandò più volte, come l'ammalato si chiamasse; e dettogli chiamarsi Domenico, si recò nella stanza di lui, e lo chiamò a nome. Cosa maravigliosa! l'infermo, che da tre giorni non parlava, rispose. Indi il santo fece recitare l'Ave Maria e le Litanie lauretane, e l'infermo rispondeva: finalmente fattagli bere dell'acqua con una cartellina dell'Immacolata, la trangugiò; dimodoché risanato perfettamente, potè restituirsi alla sua patria dopo quattro giorni.

Nel medesimo paese di Vietri era anche infermo in altra occasione un giovane per nome Vito Infante. Avendo ricevuti gli ultimi sacramenti, spedito dai medici, era di già senza loquela e destituito di sensi. Passò a caso per colà il nostro santo, mentre andava in Amalfi, e fu pregato dal fratello del1'infermo moribondo a visitarlo. Nell'entrare in casa ripeteva: I parenti degl'infermi vogliono sempre grazia. Pure si avvicinò all'ammalato, gli diede la sua benedizione, e partì. Appena partito il santo, il moribondo aprì gli occhi, cominciò a parlare, e dicendo di non sentirsi alcun male si alzò tosto dal letto. Non può ridirsi qual fosse la gioia dei parenti a tale subitanea inaspettata guarigione, per la quale magnificarono il Signore ed il suo servo Alfonso.

Una donna di Raito per nome Emmanuela di Cesare andava ogni giorno fino a Salerno per ascoltare le prediche di Alfonso


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il quale faceva la missione: anzi confessossi con lui. Ora le sopravvenne in quel tempo un grosso tumore sotto il palato, onde non poteva inghiottire un sorso di acqua; ed era tormentata da tale dolore, che non poteva lavorare affatto col suo telaio. Ma in un giorno mentre riposava un poco, e stava fra la veglia ed il sonno, videsi comparire davanti il nostro santo vestito da missionario, come lo aveva osservato sul pulpito, il quale portando nelle sue mani un piccolo fiasco di acqua del colore di latte, le disse queste parole: Emmanuela, bevi quest'acqua, perché è l'acqua di s. Luigi. Ubbidì l'inferma, bevve di quell'acqua, e risvegliandosi pienamente sentì essere sparito il tumore, e trovossi sana. Chiamò immantinente tutta giuliva la propria madre, le raccontò la visione avuta e la guarigione, e tosto poté mettersi al suo telaio a lavorare.

Mentre ancora stava in Pagani Alfonso prima di essere vescovo, avvenne in una sera, che appiccatosi il fuoco in un pagliaio poco lungi dalla nostra casa, minacciava di comunicarsi la fiamma ad una casa contigua ripiena di lino e canape. Al grido della gente accorsa per ismorzare l'incendio, stando il santo nel coro della chiesa ad orare, affacciossi alla finestra, e veduto lo spettacolo ed il pericolo di incendiarsi la casa, chiamò subito il fratello Leonardo, e dandogli una immagine di Maria santissima: Va, disse, e getta questa immagine in quel fuoco. Ubbidì velocemente il fratello serviente, e non sì tosto la gettò nell'incendio, che le fiamme si estinsero.

Dell'istesso modo eruttando una volta il Vesuvio dalla sua bocca una enorme quantità di cenere e sassi con torrente impetuoso di fuoco, il quale minacciava le sottoposte campagne, il santo a questo spettacolo inorridì, e ripeteva: Gesù, Gesù, Gesù. Indi animato dalla sua fede fece un segno di benedizione verso la montagna, perché ne fu scongiurato dai suoi congregati ivi presenti. Chi il crederebbe? A quel segno portentoso della nostra redenzione il fuoco arrestossi, ed il gran vortice del fumo e della cenere piombò nella bocca della montagna.

 


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In Amalfi facendo Alfonso la missione tal fu la venerazione che riscosse quel santo, che un chierico gli tagliò una falda del mantello, affine di conservarla per sua divozione. Vantandosi la sera nella sua famiglia del furto fatto, e molto rallegrandosi, i parenti di lui lo sgridarono fortemente come di azione non buona, e volevano, che almeno gliel'avesse restituita per mezzo di qualche confessore. Ma qual fu lo stupore, allorché la mattina seguente osservando il mantello del santo lo rinvennero intatto specialmente dal lato, ove il chierico avevane tagliata la falda? S'informarono destramente, se mai Alfonso se ne fosse avveduto, ed avesse cambiato il suo mantello: ma si conobbe essere ciò avvenuto per un prodigio tutto singolare.

Il canonico Bruno della cattedrale di Sant'Agata mentre un giorno ritornava a sua casa dopo il divino uffizio, per istrada sentissi un influsso di sangue alla testa, e tosto cominciò a vomitar sangue dalla bocca. Giunto a stento in sua casa, benché si praticassero molti rimedi per vari giorni, il male lungi dal decrescere sempre più si aggravava, dimodoché cominciava a disperarsi di sua salute. Ciò saputosi dal segretario di Alfonso, D. Felice Verzella, ne diede parte al santo vescovo, il quale disse voler pregare per lui. Difatti il medesimo scrisse all'infermo dandogli coraggio, perché il vescovo pregava per la guarigione di lui. Postosi frattanto sotto il capezzale un manoscritto del santo, ed animato da gran fiducia di guarire per le orazioni di lui, si addormentò: quando nello svegliarsi sentì molti tocchi sotto il suo cuscino: chiamò tosto la propria madre la quale a questo segno prendendo lena lo animò a confidare vieppiù nella preghiera del servo di Dio. Di fatti avendo nella notte seguente riposato dolcemente, nello svegliarsi la mattina si trovò libero dallo sputo sanguigno, e migliorando sempre risanò perfettamente. Essendo poi andato a baciare la mano al santo suo vescovo, al primo incontro fu interrogato, come stesse in salute: al che avendo risposto di essere guarito, il santo lo assicurò di avere pregato il Signore per la sua guarigione.


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Parimente essendogli presentato in Amalfi un fanciullo, il quale soffriva di mal caduco, nell'udire il racconto dalla propria madre, la quale implorava la sua benedizione, il nostro Alfonso si sentì tutto commosso, e dopo di aver fatto un segno di croce sulla fronte del ragazzo disse rivolto alla madre: Sta di buon animo, che il fanciullo sarò sano, sarà sacerdote, e porterà anime a Dio. Da quel momento non fu mai più sorpreso dal solito male, e risanato perfettamente, a suo tempo si fece sacerdote: quindi fu parroco, e primicerio nella chiesa di San Pancrazio in Conca, e veramente fu sempre un ecclesiastico zelante della salute delle anime.

In Nola vi era un gentiluomo, il quale, stando colà per l'esercizio del suo ministero il nostro santo, gli presentò un suo figlio sordo, affinché lo avesse benedetto. Lo compiacque Alfonso con la sua solita benignità; ed appena ricevuta la benedizione del santo, il ragazzo acquistò in un subito l'udito.

Nella medesima città trovandosi pure con la missione il nostro santo, fu sorpresa la signora Angela Maria Pisani da una colica, per la quale era in pericolo della vita. Fu chiamato Alfonso per confortarla, ed appena le fece un segno di croce, l'inferma fu libera da ogni dolore, e si vide sana.

Un'altra donna, che lavava le biancherie dei missionari, assalita da un fiero dolore di testa pensò applicarsi alle tempie un pannolino del santo non ancora lavato, e tosto cessò ogni dolore. Nella stessa città, durante la missione, altra donna essendo in pericolo di vita per un difficile parto, le fu portata una camicia del santo, ed immantinente partorì felicemente.

Nel monastero di Scala spasimava per dolore fierissimo di denti una religiosa. Essendo entrato Alfonso per confessare un'inferma, questa gli si fece innanzi, e pregollo di una sua benedizione. La contentò il santo, ed all'istante cessò lo spasimo. Inoltre asseriva la medesima, che in virtù di tale benedizione fu libera per quarant'anni dai raffreddori, cui prima andava facilmente soggetta.

Un'altra religiosa era minacciata nella vita per uno scirro


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nel petto. Il fratello di lei, nel sentire che i medici avevanle ordinato di uscire dal monastero, e di assoggettarsi all'operazione, corse dal nostro santo, e lo scongiurò di pregare per lei, e si fece dare dal fratello Francescantonio un poco del pane restato alla tavola di Alfonso. Cosa portentosa! Non appena la religiosa mangiò con fede viva di quel pane, che il tumore si andò a poco a poco dileguando senz'altra medicina fino a risanarsi del tutto, e scomparire ogni pericolo di cancrena.

Nella missione di Sarno essendo andato Alfonso a ritrovare quelle religiose, mentre la badessa gli faceva i convenevoli trattamenti, gli manifestò, che da molto tempo soffriva così fieri contorcimenti di stomaco, che le impedivano il libero esercizio della sua carica e la recita dell'uffizio nel coro. Il santo se ne afflisse; ma sorridendo le disse: Mangiate un poco di questa confettura. Era questa un residuo di quella, che la comunità gli aveva presentato per complimentarlo. La religiosa se ne rise; ma avendo meglio riflettuto alle parole del servo di Dio, se ne mangiò un poco dopo la partenza di lui. All'istante fu sorpresa da un gran vomito, dopo il quale mai più fu assalita dal dolore di stomaco.

Stava già in fine di sua vita la signora de Robertis sorella dell'arcidiacono, e già il nostro P. Maione dovea andare ad assisterla con le preghiere pe' moribondi. Avvisato di ciò il santo recitò per lei le litanie alla B. Vergine, e nel tempo medesimo le mandò una immagine, facendo insinuare all'inferma, che per quanto poteva si raccomandasse all'istessa Vergine santissima. Così fu fatto: e la moribonda in un istante fu salva dalla morte, perché svanita la febbre comparvero i segni manifesti della guarigione portentosa.

Un'altra signora era frequentemente assalita da convulsioni, che oltre di martoriarla per lungo tempo la riducevano allo stato di morte. Una sera fu sorpresa da una convulsione nella chiesa cattedrale, mentre il santo facendo la visita al santissimo Sacramento spiegava al popolo l'amore di Gesù Cristo. Allora facendo prendere dall'altare un garofano tra i fiori, che


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colà vi erano, glielo fece portare, ed applicare alle narici. Cosa mirabile! Appena la signora odorò quel fiore, cessò immantinente la convulsione, mai più in sua vita andò soggetta a questo male.

Il signor Giovanni Mango di Airola tanto devoto del santo suo vescovo cadde gravemente infermo per un'epidemia, che correva allora in Napoli, dove era egli stato per alcuni giorni. Non eravi più speranza di guarigione. AIfonso se ne rammaricava sommamente, allorché avendo una mattina detto l'Angelus Domini del mezzodì col suddiacono D. Francesco Carfora da lui ordinato, si alzò, ed impose al medesimo di andare in Airola, e di ordinare in suo nome al signor Mango, che stesse bene, e non morisse. Così eseguì il suddiacono, ed appena intimate queste parole all'infermo in nome del santo vescovo, videsi libero dalla malattia, e si alzò dal letto.

L'altro fratello di lui signor Carlo Mango si ruppe una gamba fino ad uscir fuori della carne le ossa. Già era comparsa la cancrena, ed il chirurgo venuto da Napoli stimava essere mortale la frattura. Stava allora Alfonso in Arienzo ed i parenti dell'infermo mandarono tosto a raccomandarlo alle sue orazioni. Ma il santo in risposta mandò a dir loro, che egli voleva, che guarisse. Difatti da quell'ora mutò aspetto la frattura della gamba, e si risanò in breve.

In Pagani gli presentò la Signora Desiderio un suo figlio di otto anni tutto infermiccio, e che dava poca speranza di poter vivere. Il fratello Francescantonio disse al santo lo stato del ragazzo e la fede viva della madre, la quale sperava vederlo guarito per la sua preghiera Allora Alfonso alzando gli occhi al cielo lo benedisse, e gl'impose di recitare ogni giorno tre Ave alla B. Vergine. Al segno della benedizione del santo si rinvigorì il fanciullo infermo, ed avendo poi sempre recitate le tre Ave alla Vergine santissima seguitò a crescere in ottimo stato di sanità.

La terra di Agerola fondando tutte le speranze della sua raccolta nei frutti, di cui abbonda, era afflitta da vari anni


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per la scarsezza di essi. Quei paesani molto devoti della nostra Congregazione pensarono di mandare in dono al santo vecchio un paniere di frutta, implorando la sua benedizione sopra le loro campagne. Alfonso allora domandò da qual parte fosse il paese di Agerola, perché essendo già decrepito non più se ne ricordava: ed essendogli indicato da qual parte fosse, alzò la sua mano, e verso quella parte diede la benedizione. Come la benedizione di Giacobbe, apportò da allora l'abbondanza a quel villaggio, giacché l'anno seguente ed in avvenire raccolsero molte frutta.

Il Canonico Villani di Nocera reso impotente a camminare per inveterato dolore nelle gambe, dopo avere inutilmente adoperato tutti i medicamenti, si fece condurre in carrozza fino alla nostra casa di san Michele. Quivi giunto, e trascinato dai suoi servi fino alla stanza del santo, pochi giorni prima del suo transito alla beata eternità, cioè nella fine del mese di luglio dell'anno 1787, si pose ad orare ginocchioni alla sponda del letto di Alfonso poggiando il suo capo sul letticciuolo, ove egli giaceva. Così dopo breve tempo senza che il santo alcuna cosa gli dicesse, perché era moribondo, e senza che l'infermo potesse manifestare i suoi sentimenti al santo, sentissi svanire ogni dolore nelle gambe; il vigore successe a quella debolezza, che gl'impediva di stare liberamente sulle sue gambe, e di poter camminare, ed alzatosi dopo alquanto tempo se ne calò snello come un giovane lodando e magnificando il Signore.

Ma non potrebbero tutte enumerarsi le guarigioni miracolose operate da Alfonso in sua vita, ed i portenti di lui, per i quali è manifesto, che la grazia della sanità e quella delle virtù furono a lui concedute dallo Spirito del Signore. Basti il dire, che nel tempo del suo vescovado, come attestarono i suoi famigliari, e canonici della cattedrale di Sant'Agata e della collegiata di Arienzo, quanti infermi gli si presentavano nel suo episcopio, o nelle strade al suo passaggio, tutti erano da lui miracolosamente guariti. Del pari ritornato in Pagani, ogni qualvolta usciva in carrozza, ovvero scendeva nella porteria, era sempre


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circondato da infermi di ogni sorta, che chiedevano la sua benedizione.

E poiché aveva avuto l'ubbidienza dal suo direttore P. Villani di non negare la sua benedizione a chicchessia, così tutti se ne partivano guariti e consolati. Specialmente muoveva a gran tenerezza il mirare le donne, che accorrendo sulla strada, per dove egli passava, gli presentavano i loro figli infermi, ovvero altri infermi nel loro letto, o portati sulle braccia, ed Alfonso col benedirli li risanava tutti.

Quale splendore di santità non si diffonde pertanto sulla vita di Alfonso Maria de Liguori contraddistinto dal suo Dio con la potestà illimitata di far miracoli? Giusta le parole registrate presso l'evangelista san Giovanni, niuno può operare portenti, se non sia con lui la possanza del Signore, cui solo è dato di cangiare le disposizioni della natura: Nemo potest signa facere, nisi fuerit Deus cum eo c.

Avendo dunque Alfonso spiegato la potenza di Dio nella virtù e nella magnificenza col fugare i morbi, col prevedere le cose future, col manifestare le cose occulte, e coll'operare ogni altra sorta di prodigi, è d'uopo confessare, che volendo l'altissimo Iddio magnificare la missione e la santità del suo servo, lo ha reso sommamente glorioso in sua vita al cospetto di tutte le genti; e dopo la sua morte lo ha esaltato nella gloria dei suoi santi: Magnificavit illum in gloria sanctorum.

 

 

Posizione Originale Nota - Libro V, cap. 32e, pagg. 330, 341




a 2.2. qu. 178, a.1 ad 5



b Marc. 9



c Ioan. c. 3






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