Theodule Rey-Mermet
Il santo del secolo dei lumi
Lettura del testo

Parte Quarta “IO SONO IL BUON PASTORE” (1762-1775)

45 - “MI HO LEVATA LA MONTAGNA DI TABURNO DA SOPRA IL COLLO” (1768-1775)

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45 - “MI HO LEVATA LA MONTAGNA DI TABURNO

DA SOPRA IL COLLO

(1768-1775)

 

Nel febbraio 1770 Don Ercole de Liguori aveva voluto per il figlio Carlo nella chiesa di Largo Montecalvario esequie così solenni che ne aveva parlato tutta Napoli. Un cronista a caccia di notizie, sentito in quest’occasione il nome di Mons. de Liguori, credette che fosse morto il vescovo di S. Agata: un grosso colpo per la sua gazzetta! Sul posto si era troppo informati per dar credito a un tale annunzio, ma fuori Napoli fece strada, tanto che i canonici di Lucca celebrarono un servizio funebre per il prelatobenemerito della Chiesa, e dell’Europa tutta ”. Alfonso dettò a Verzella una lettera in cui li ringraziava di avere avuto tanto cuore per lui.

La voce di questo decesso però ebbe vita lunga, dato che la biblioteca vaticana conserva una raccolta manoscritta di notizie necrologiche redatta da Mons. Andrea Lazzari, dove un anno dopo veniva trascritto quasi alla lettera l’annunzio delle Notizie del mondo: Napoli 22 gennaio 1771. È passato agli eterni riposi Monsignor D. Alfonso de Liguori, Vescovo di S. Agata de’ Goti, patrizio napoletano, fondatore di molte congregazioni e di spirito illibatissimo. Le di lui opere date alla luce ne caratterizzano la pietà e le singolar virtù, che l’adornavano: una sola serve per fargli un eterno elogio. Le rendite del suo vescovado le ha tutte erogate in beneficio de’ poveri e delle chiese. Non volle mai servirsi di carrozza, fu zelante dell’onor di Dio, e un ottimo Prelato ”. E si aggiungeva: “ Ora va a adorarsi sugli altari1 .

Il decesso di Mons. de Liguori non poteva del resto sorprendere, dal momento che alla sua asma giovanile si erano aggiunte lungo il cammino la malaria e la bronchite cronica, con crisi che avevano diverse volte messo in pericolo la sua vita. Dal 1750 al 1778 si leggono, attraverso le sue lettere, 73 brevi bollettini medici nei quali, accanto all’asma, ritornano febbre terzana, catarro o flussione di petto e, dal marzo 1768, un male nuovo che per chiunque altro sarebbe stato come una condanna a morte.

“Il Signor mi mantiene regalato, scriveva il giugno 1768

 

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a Remondini, da 15 giorni, con dolori interni che mi hanno pigliato quasi mezza vita”. E lo stesso giorno a Villani: “Io seguito a star travagliato co’ miei dolori interni di quasi mezza vita, e par che il dolore si vada già fermando sovra l’osso scio. Sempre sia benedetto Dio che me lo manda!”2 .Il 25 giugno a suor Brianna Carafa: “Io seguito a stare a letto covessicanti, senza dire Messa; e sto contento, perché così vuole Dio, e già sono 15 giorni”. Ahimè! i rimedi sembravano aggravare il dolore e i dottori Pasquale Calcabale, Salvatore Mauro e Nicola Ferrano erano all’esaurimento di risorse e di idee.

Tuttavia a luglio, caduta la febbre e calmatasi la sciatica, il vescovo fu in piedi e riprese la celebrazione della messa. Le terre di Arienzo si screpolavano per la siccità e la canicola e il pastore, impietositosi del suo popolo, aiutato da tre missionari, predicò una settimana penitenziale nella chiesa dell’Assunta, promettendo dal primo giorno la pioggia: “Ma come sperare l’acqua, se non mettiamo fine ai peccati?”. Con sforzo sovrumano tenne la cattedra tutte le sere per 8 giorni e se il 26 luglio festa di S. Anna, un benedetto diluvio fece rinverdire la vallata di Suessola, Alfonso rimase prostrato. Dalla seconda settimana di agosto fu costretto a letto, bruciato dalla febbre, torturato da disturbi gastro-intestinali e da una forma reumatica generalizzata, che gli toglievano completamente il sonno. Il domestico Alessio lo sentiva ripetere: “Dio mio, non entrate in giudizio con il vostro servo, trattatelo secondo la vostra misericordia” o “Signore, se questa è la vostra volontà è anche la mia”.

Si parlò di un consulto con i professori della capitale, ma - Che forse, disse, i Medici di Napoli facessero miracoli, o che questi di qui studiassero altri libri. Sto bene in mano a Dio, ed a questi medici, che mi assistono!

Persa ogni speranza, il 26 agosto si preparò agli ultimi sacramenti con aspirazioni di amore e di fiducia che aveva precedentemente scritto e poi consegnato ai suoi, perché gliele ricordassero durante l’agonia. Erano certamente i Sentimenti a’ Moribondi, raccolti nelle pagine 107-108 del suo secondo diario, dove si legge questo grido impaziente: “ Che muoia, Signore, per finalmente vederti ” e quest’ultimo rigo, già incontro: “Maria, vita nostra, dolcezza nostra, speranza nostra salve!”. Ricevuti i sacramenti, il vescovo divise, per testamento, i 423 ducati che stava per riscuotere dalla mensa episcopale in messe da celebrare per lui a S. Agata e ad Arienzo, in elemosine per i poveri e in una gratificazione per coloro che erano stati al suo servizio, chiedendo che il suo corpo fosse trasportato nella cattedrale di S. Agata. Canonici autorità e popolo prevedevano funerali grandiosi quali nessun vescovo aveva mai avuto...

 

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Monsignore non morì, ma, cessata la febbre, cominciò ad essere

Contorto come un sarmento dal reumatismo generalizzato (artrosi lombare e soprattutto artrosi cervicale, che gli avrebbe piegato la testa sul petto), tanto che ben presto si ridusse a un cartoccio di sofferenze. Fu messo su una poltrona: da dietro lo si sarebbe detto un uomo senza testa, di fronte non si vedeva il volto ma il cranio. Il 6 novembre dettava: “Io seguito a star cionco da capo a piedi, e sto contento e ne benedico Dio, e lo ringrazio che mi pace e sofferenza”. Un povero cionco: d’ora in poi fino alla morte saranno le parole con cui preferirà descrivere se stesso.

Lo si sentiva ripetere: “Signore vi ringrazio, che mi date un saggio de’ dolori, che soffriste nei nervi quando vi conficcarono sulla croce. - Voglio patire, Gesù mio, come, e quanto vuoi tu: dammi solo pazienza”, oppure, pensando alla morte: “O che bel morire abbracciato colla croce. - Muore più contento un povero, che ama Dio, che tutti i ricchi del mondo, e vale più un’ora di patimenti, che tutti i tesori della terra”; tormentato dall’insonnia: “Vorrei prender un poco di sonno, ma Dio non vuole, ed anch’io voglio star senza dormire”. È necessario sottolineare che, come Cristo in agonia, Alfonso sentiva di avere di fronte non una volontà torturante di Dio, ma uno stato di fatto al quale Dio “voleva” che si rispondesse con la pazienza e l’accoglienza: “Padre, non la mia volontà; ma la tua” (Lc. 22, 42).

Tanto paziente infatti era il nuovo Giobbe e tanto discreto, che i suoi non si accorsero che il male prendeva un’orribile piega .. Durante una visita, Villani aveva esigito che si chiamasse uno specialista di Napoli, Don Francesco Dolce, che, quando entrò nella camera insieme a un certo dottor Pesce, sentì odore di putrefazione. Avvicinatosi al malato, scoprì una piaga purulenta scavata nel petto dal mento barbuto già quasi in cancrena. Fece rimettere Alfonso a letto su un materasso, prescrivendo bagni tiepidi per artrosi e non so quale rimedio che, in pochi mesi, ebbe ragione della terribile ulcera. Quanto al padre, era fedele a quanto diceva a volte con umorismo: “ Si faccia l’ubbidienza al Medico, e poi si muoja”; confidava perciò un giorno al dottor Ferraro: “Io mo’ son vecchio, che posso sperare, e che posso pretendere: obbedisco per fare la volontà vostra, e la volontà di Dio”.

L’intervento delle “ cimenapoletane dovette aver luogo nelL’ottobre 1768; la successiva evoluzione della malattia appare da piccoli flashes che infiorano lettere che il paziente dettava senza a volte aver nemmeno la forza di firmare: “Sto cionco e tutto circondato da dolori. Non solo non posso dir Messa, ma non posso neppure muovermi” (8 dicembre 1768), “Io seguito co’ miei dolori a star confinato in letto, ma sto senza febbre e con la testa fresca ” (18 marzo 1769); “ Io seguito a far la volontà di Dio nel mio letto, ed ora, oltre de’ soliti

 

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miei acciacchi, tengo pure una flussione che mi tormenta colla tosse” (16 aprile); “Io, grazie a Dio, sto piuttosto meglio che peggio di salute, e spero che la stagione voglia farmi del giovamento” (27 aprile). Anche se incredibile, niente era cambiato, tranne la messa, nella giornata del vescovo, dalla meditazione del mattino fino al rosario della sera con la famiglia vescovile: riceveva, ascoltava, convocava, dettava, si faceva fare la lettura, regolava le missioni, seguiva gli affari. Un giorno Verzella gli disse:

- Ora, che state così, queste cose lasciatele in petto al Sig. Vicario .

- Io sono il Vescovo, rispose Alfonso, Iddio a me ha costituito Vescovo, ed io devo badare con modo speciale.

Venuta la primavera e diminuite un po’ le sofferenze, i medici gli prescrissero una passeggiata in carrozza mattina e sera. Di colpo l’ubbidienza di Alfonso divenne sorda e ragionata, come di chi non avesse sentito niente; poi di fronte alle istanze di quei signori e dei suoi: “A che questa uscita, rispose, mi contento così, che non ci patisco. Quello che debbo spendere per la carrozza, e mantenimento de’ cavalli debbo levarli ai poveri”. Il fratello Romito, comprensivo, acquistò una carrozza sgangherata e due ronzini degni di essa, di cui uno “aveva tal male, che storcendo la testa, buttavasi di botto a terra, per un pezzo, volendolo rialzare, stirar se li dovevano le orecchie”. Il costo fu di 113 ducati: “Potevasi risparmiare, si lamentò Alfonso, prendendosi di altra qualità e cavalli, e carrozza” e volle che i cavalli “ si trattassero secondo la propria condizione, più colla paglia che colla biada ”.

Cominciò quindi la cura delle passeggiate, prima due volte il giorno, poi una sola verso sera: pochi passi aggrappato al braccio di chi lo accompagnava, poi due uomini per issarlo sulla vettura e, dopo una visita a qualcuno dei suoi malati, che a volte piangevano vedendolo entrare più malato di loro, ci si dirigeva verso la campagna. Recitata un’Ave alla Vergine, una preghiera ai santi protettori e un De profundis per le anime del purgatorio, il compagno faceva la lettura a monsignore, mentre il cocchiere lungo i tre chilometri di strada cattiva fino a S. Maria a Vico non poteva fare a meno di prendere qualche pietra e, benché ogni scossone fosse per lui una tortura, il solo infermo non se ne lamentava. L’arrivo a S. Maria a Vico coincideva con la visita serale al SS. Sacramento e alla Madonna, che il padre animava con una esortazione tanto più toccante quanto più non era possibile vederne il volto inesorabilmente curvato verso il suolo. All’uscita dalla chiesa, appena Alfonso era sul sedile, ricominciava la lettura, fino al palazzo di Arienzo. E la gente commentava garbatamente: “Monsignor vecchio, vecchio il cocchiere, vecchia la carrozza, e vecchi i cavalli”.

Il pasto del “vecchio vescovo”, preso ormai nella sua camera

 

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tra due udienze, non era esente da difficoltà, soprattutto per il bere Gli fu proposta una cannuccia d’argento: orrore; di legno, ma si rompe, di ferro, ma si arrugginisce! Don Felice ne comprò una d’argento, spiegando che era stagno di Venezia: vada per lo stagno di Venezia!

L’8 agosto 1769 scrisse al P. Blasucci:

“Sto bene colla testa; ma non posso camminare se non appoggiato ad un’altro, perché non mi reggono le gambe, e già fa l’anno che non dico messa, perché il reumatismo mi ha totalmente torto il collo, che non posso alzarlo a sumere il Sangue; né mi si speranza di dire più messa. Ho presi tanti rimedi e bagni, e ‘l collo sta sempre torto in una maniera. Così piace a Dio, così piace anche a me.

Io sto risoluto di lasciare il vescovado e venirmene a morire tra’ miei nella mia Congregazione. Ora però sto confuso solo circa il modo ed il quando; ma non anderà a lungo. Ciò per ora tenetelo segreto, perché non voglio che lo sappiano anche quei della Congregazione3 .

 

Frattanto, il vescovo non lasciava niente in sospeso nella sua diocesi. Proprio prima della sua malattia, nell’aprile 1768, aveva inviato alla Santa Sede il secondo rapporto triennale; redasse poi il terzo nel settembre 1771. Entrambi brevi, si riferivano a quello del luglio 1765, testimoniando una vigilanza e uno zelo che non si affievolivano, con tre preoccupazioni principali: il monastero delle Redentoriste di S. Agata, ampliato con grandi spese e sistemato con tenerezza paterna, le cui religiose erano l’edificazione e la gioia della città; il seminario, che non riusciva ancora a terminare per mancanza di risorse, e gli ordinandi, che sceglieva con cura (ma con tanta amabilità, dice Verzella, da lasciare contenti anche quelli che rimandava) 4; infine gli angoli sperduti della montagna, dove tentava di impiantare chiese e sacerdoti, malgrado l’opposizione purtroppo vincente di parroci restii a dividere i loro territori e i loro benefici 5.

Niente era cambiato in diocesi e nel palazzo d’Arienzo, tanto l’infermo si dominava e dimenticava se stesso: “Ammiravasi in lui, testimonierà il vicario Rubini, somma uniformità, e pazienza; zelo, e vigilanza per la Diocesi, e per la gloria di Dio; indifferenza per li suoi travagli, ed amore alla Croce”. Le giornate conservavano il ritmo abituale di preghiera e di lavoro: “Tal genere di vita, e così esatto - scrisse il P. Fabio De Bonopane che trascorse con lui due mesi - tuttoché io non sono che di anni trentatré, mi stanca, ma Monsignore vedesi fresco e tirarlo avanti, senza suo menomo rincrescimento6.

Gli mancava solo la messa: “Dio vuole, che io non dica Messa, ed io non voglio dir Messaconfidava un giorno all’amico Don Salva-

 

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tore Tramontano, sacerdote napoletano, ma ne soffriva in segreto. Il 26 agosto 1769 aprì la sua pena al P. Marcorio, priore degli Agostiniani:

- Non posso rispettare le rubriche. Come prendere il sangue prezioso?

- Ma nel vostro stato, monsignore, siete tenuto solo ai riti essenziali, esclamò il padre (certo meravigliato, al pari di noi, che non gli fosse stato detto prima) e seduto su una sedia potrete bere facilmente il calice con una cannuccia.

Subito, liberata la coscienza, Alfonso fu preso dalla gioia e l’indomani, domenica, dopo un anno, giorno più giorno meno, ritrovò l’altare. Da allora ogni mezzogiorno lo lascerà estatico e spossato, con il volto di fuoco e il corpo bagnato di sudore.

Durante questo tempo a Napoli gli aspiranti successori sparsero la voce che la diocesi era all’abbandono e Don Tramontano lo avvisò amichevolmente, ricevendo il 30 settembre una risposta rassicurante:

“ Circa la diocesi, D. Salvatore mio, io non so più che fare di quello che fo. Io non dormo, né tralascio, né pospongo niuna cosa. Quel che si ha da fare, di castighi o di ammonizioni, procuro di farlo quanto più presto si può.

Del resto, è impossibile chiudere la bocca a’ malcontenti.

Ora tengo nove preti esiliati. Fuori delle cose della curia, per le quali dipendo da’ due vicari, uno ad Arienzo, e l’altro a Sant’Agata tutte le cose del governo passano per mano mia; ma con tutto ciò altre spine si estirpano, ed altre continuamente rinascono.

Prego V. S. a raccomandarmi a Gesù Cristo acciocché mi dia luce e forza di far la sua volontà, specialmente circa la rinunzia del mio vescovado.

In questi giorni ho consigliato la cosa con P. Villani, mio direttore, ed abbiamo concluso che io scriva tutto lo stato della mia sanità e del governo ed età al Papa, e che dipenda dal suo oracolo, se vuole che rinunzi, o pure che resti a governare così stroppiato come sto.

Ma ringrazio Dio, perché già dico messa ogni mattina, benché Dio sa con quale stento...”7.

In quel terribile 1769 Liguori non volle affrettare le dimissioni, perché il suo successore, nominato da Clemente XIII avrebbe rischiato il rifiuto dell’exequatur da parte del re, per cui la sua Chiesa sarebbe rimasta senza vescovo. Ma quando fu eletto Clemente XIV, ben visto dai Borboni, Alfonso gli scrisse affidando la lettera all’amico cardinale Giuseppe M. Castelli, al quale però il Papa consegnò una risposta elogiativa e negativa, dicendo: “Mi contento che governi la Diocesi di sopra al letto. Vale più una sua preghiera da dentro il letto, che se girasse per cento anni l’intera Diocesi”.

 

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Presi dalla pietà per il loro padre sofferente, i Redentoristi, con vescovi e sacerdoti a lui affezionati, gli suggerirono di insistere:

- No, rispose, la voce del Papa è voce di Dio per me; e muojo contento, se per volontà di Dio io muoja oppresso sotto il peso del Vescovado.

Un giorno in cui si insisteva, uscì in questa battuta che fece ridere tutti:

- Questo è monaco capo tuosto, se la fo, non l’accetta; pazientiamo, ed aspettiamo l’altro Papa, che viene appresso.

Alfonso, paralizzato, aveva nove anni più di Ganganelli 8 ...

 

Ma “capo tuostoera proprio lui, come aveva dovuto dire suo padre 50 anni prima. L’età, le malattie, le sofferenze avrebbero portato chiunque altro a sacrificare i doveri episcopali, mentre egli conservava invariato fino in fondo lo stesso tasso di fermezza, di pazienza e di lavoro.

Un signore importante, venuto a chiedergli l’ordinazione di un chierico, dopo un’ora si fermò esausto di saliva e di argomenti e il vescovo, che lo aveva ascoltato placidamente, concluse con calma ma con forza:

“Avete altro da dire: altro non vi dico, che avete parlato a un morto, e siccome un morto non vi può rispondere, così non vi posso rispondere io”9.

Resosi vacante uno stallo nella collegiale di Arienzo, Liguori dinanzi al tabernacolo aveva fissato la sua scelta sul più meritevole, che tra gli altri titoli aveva quello di non aver fatto alcun passo per ottenere il beneficio. Ma un bel giorno eccolo presentarsi con una lettera di raccomandazione di Don Giovanni Battista Filomarino, principe della Rocca, e il vescovo gli fece: “ Io già mi aveva fissato di dare a Voi il canonicato, ma, perché mi avete portato questa lettera, non sono più in grado di darvelo: Indignus quia petisti ”. Rispose poi al principe di perdonargli se non poteva compiacerlo, perché se dava un tale esempio avrebbe aperto la porta all’attribuzione dei benefici su raccomandazione, cosa che sarebbe stata scandalosa 10. Tannoia riporta una decina di esempi di questo genere nei quali Alfonso oppose un cortese rifiuto ai suoi migliori amici, come il principe della Riccia, e allo stesso re.

Per far carriera, era necessario adoperare un’altra scala. Un sacerdote che occupava un ufficio diocesano - non dimentichiamo che la maggior parte riscuoteva da un beneficio sine cura - riputandosi offeso nella persona del fratello sbucò in episcopio a caricarlo d’ingiurie: “ Non vedi, che sei inetto per l’impiego. Quanto meglio avresti fatto, startene nei Ciorani a piangere i peccati tuoi, ch’essere in S. Agata, e fare il Vescovo! ”. Alfonso non rispose che con un sorriso e fece il

 

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sordo al vicario che reclamava: “Levatelo dall’impiego!”, trattando il collerico con totale cordialità e... nominandolo canonico 11.

Non poté invece dare la mozzetta a uno scandaloso di un villaggio richiamato all’ordine, che, vedendo passare la carrozza vescovile corse sulla strada gridandogli tutte le ingiurie che sapeva.

- Per esempio degli altri, esigette Rubini, quell’impudente deve essere castigato.

- Non se ne parli nemmeno, rispose monsignore, ve lo proibisco assolutamente.

Ma Don Nicola procedette e andò a trovare il governatore, cosicché la stessa sera lo zoticone era ai ferri. L’indomani mattina, quando l’apprese, Alfonso vivamente emozionato, chiese che si rimettesse lo sventurato subito in libertà, ma il governatore non se preoccupò. A sera il vescovo, che seguiva la cosa, chiamato Rubini, tutto di fuoco gli manifestò la sua indignazione.

- Ma monsignore, così vuole il decoro del vostro carattere

- Che carattere!... se ci sta per amor mio!

E non si calmò fin quando non seppe il colpevole in libertà

Questa apparente insensibilità agli affronti, illustrata ampiamente da Tannoia, non scaturiva in Alfonso da un temperamento apatico essendo invece di natura bollente e irascibile, un esplosivo, ma dai fatto che dalla giovinezza s’era dato come modello Gesùmite e umile di cuore ” (Mt. 11, 29).

Un giorno in cui s’era lasciato insultare da un parroco, L’arcidiacono Rainone gli disse:

- Monsignor mio, questo non è modo da trattare: voi volete avvilire il nostro stato.

- Ah Canonico mio, ho fatigato quarant’anni per acquistare un poco di pazienza, e voi volete, che la perda ad un tratto.

Il P. Caputo, superiore del seminario, gli fece presente che era necessario castigare gli insolenti per dare un esempio

- La legge di Dio, rispose Alfonso, voi la sapete.

- È vero, controbatté il domenicano, che Iddio comanda, che si debba far del bene a chi ci fa il male; ma Iddio istesso anche comanda, che dai sudditi rispettar si debbano i proprj Superiori. Lasciarli impuniti, è lo stesso, che volerli rendere audaci

Monsignore gli troncò la parola:

- Finiamola... Io ho proposito fare quello che e meglio, e questo è quello, che voglio fare.

- Monsignor mio, riprese Tommaso Caputo, per D. Alfonso Liguori, come persona privata, non ardisco deciderlo, se rinunciar potete o no alla propria riputazione, V. S. Illustrissima è Maestro in Israele,

 

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ed io venero i vostri pensieri; ma come Vescovo siete in obbligo giustificarvi, e questo è il meglio.

“ Non mi contrastò, aggiunge Caputo, zittì, ma non lo vidi convinto. Anche altri, so, che più volte gli avevan insinuato lo stesso. Egli però stimò sempre il meglio, vedendosi attaccato nella persona, pazientare, tacere, e non giustificarsi. Questo far il meglio, si è da me sempre osservato in varie occasioni, non sapendo; che avevane voto

 

Tuttavia, pazienza non è debolezza e Alfonsocapo tuosto”, se come il Cristo taceva agli oltraggi quando era in gioco la sua persona, reagiva sempre vivamente, come nei primi mesi dell’episcopato, quando entrava in gioco la gloria di Dio o si affacciava lo scandalo.

In diocesi era arrivata una “avventuriera” e il vescovo, subito informato, non si mise a tavola prima di aver preso le dovute disposizioni, dicendo: “ Trattandosi di offesa di Dio, si lascia tutto, per impedire il peccato ”.

Il commissario Biagio Sanseverino gli obiettò che tali donne sarebbero andate altrove, senza le sue ammonizioni e le sue elemosine, e perciò avrebbero perduto ancor più le loro anime e quelle degli altri. “Ognuno si guardi il suo, rispose il vescovo, se sono castigate in ogni luogo, e discacciate da ogni parte, vedendosi abbandonate da tutti, e rese infami, così potranno aprir gli occhi, e lasciar il peccato”.

Non vegliava però solo sulle donne, ma anche sugli uomini e sui sacerdoti. Così il 23 febbraio 1775 dettava questo biglietto per Don Liborio Carpora, decano di S. Maria a Vico:

“Il prete D. N. mi cercò un poco di tempo per far la puta al suo territorio, e perciò gli concessi dieci giorni di tempo. Ma sentendo ora che ogni giorno va alla casa dell’amica, V. S. gli dica e gli faccia sentire che, se non si parte subito di S. Maria a Vico, io subito manderò a carcerarlo senza dilazione12 .

Però, detto tra parentesi, le prigioni vescovili come le altre non erano molto sicure, tanto che il 10 luglio 1770 Mons. de Liguori scrisse al re che, essendogli stato affidato un frate osservante di Arpaia, fra Giuseppe da Napoli, accusato di omicidio del suo superiore - né più né meno - , poco sicuro della sua prigione, aveva creduto meglio rimetterlo al carceriere criminale del luogo. Ma i detenuti si erano ammutinati e, sfondato il muro, avevano preso il largo 13 .

L’energica vigilanza di Alfonso non si fermava ai costumi. “ Sapendosi da noi, scriveva il 4 novembre 1772 ai responsabili pastorali diocesani, che... manchino in una parte essenziale del di loro officio, con tralasciare nelle domeniche e negli altri giorni festivi d’insegnare la dottrina cristiana a’ figliuoli, figliole e rozi... per dare un pronto riparo

 

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a tal disordine, ordinamo a’ RR. Arcipreti e Parochi de’ respettivi luoghi di detta nostra diocesi che sotto pena di sospensione a divinis debbano in ciascuno giorno di domenica e festivo nelle di loro parocchie, dopo il vespero... fare la menzionata dottrina cristiana... Ordinamo a’ detti RR. Arcipreti, Curati e Parochi, sotto la medesima pena di sospensione a dioinis, che in tutte le domeniche e giorni solenni... debbano da per se stessi o, legittimamente impediti, per altri idonei predicare la parola di Dio al popolo, ispiegandogli l’evangelo con modo familiare e populare adattato alla capacità del medesimo, giacché questo è un obbligo intrinseco de’ parochi, per cui sono tenuti strettamente soddisfarlo... Vogliamo intanto che queste nostre determinazioni si mettino in esecuzione dalla prossima ventura domenica del otto dell’andante mese di Novembre14 .

Senza essere su questo punto infallibile, i papi avevano ragione di ritenere che Mons. de Liguori governava meglio la diocesi dal letto o dalla poltrona di quanto non facessero altri vescovi giovani e in salute.

 

Il lettore penserà forse che dal 1768, con la duplicefrattura ” della colonna vertebrale, se il vescovo teneva ancora fermo in mano il timone della diocesi, lo scrittore non poteva che mettere a riposo la penna. Invece coronò la sua opera con quello che, con Le Glorie di Maria, sarà il suo capolavoro spirituale, la Pratica di amar Gesù Cristo, i cui ultimi fogli uscirono presso Paci a Napoli, ripresi subito, già nel 1768, da Remondini a Bassano. Iniziava così uno dei maggiori successi librari del secolo XVIII, che oggi conta 167 edizioni italiane e 253 francesi, tradotto non solo nelle 19 lingue europee, ma anche in arabo armeno, cinese, senegalese, vietnamita, ecc. Un finale in bellezza per il grande moralista e il grande spirituale...

Ma può pensare così solo chi conosce male questo “ capo tuosto ” e dimentica il suo voto di non perdere un solo minuto: oltre opuscoli sulla messa, sulla morale, sulla grazia, sulle missioni, sulla vocazione sulla rivelazione, pubblicò nel 1769 l’Opera dommatica, nel 1771 i Sermoni compendiati, nel 1772 il Trionfo della Chiesa dedicato a Tanucci e la settima edizioneriveduta, corretta e aumentata” della sua grande Morale, nel 1773 le Riflessioni e poi le Meditazioni sulla Passione e infine un volume di Contrassegni sicuri da riconoscere in noi il santo amor di Dio dove si avvertiva la pace dell’uomo che ormai bussava alla porta dell’eternità.

Il 20 agosto 1772 scrisse a Remondini:

“Mi son consolato in sentire che le sia giunta l’opera mia del Trionfo, opera che mi costa anni di fatiche; e questa è l’ultima della mia vita, perché ora non mi fido più di faticare a lungo. Sono in età cadente: nel mese entrante già sono di 77 anni; sto rovinato di sanità,

 

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non mi reggo all’impiedi, o sto al letto o buttato sopra di una sedia, e la testa non mi regge come prima; onde ho risoluto di affatto non mettermi più a scrivere di materie scientifiche. Solo scriverò di cose di divozione, come ora sto facendo un libretto della Passione, avendo trovato cose bellissime da scrivere, con altri opuscoletti spirituali15.

Ebbene, l’indomabile vescovo si rimise a un lavoro di volgarizzazione scientifica. Molto in avanti sul suo tempo, cosciente che il latino era un ostacolo per la preghiera di molti sacerdoti e fedeli, non considerava un feticcio la Vulgata, la versione latina della Scrittura garantita dal concilio di Trento, sulla quale pure sempre si allineava; perciò il 27 maggio 1773 sondava e allettava il suo editore:

“Già ho cominciato un’altra bell’opera, molto utile e smaltibile, per tutti li preti, monaci e monache, ed è la Traduzione di tutti i salmi del Breviario, in volgare, con altre note a parte per li luoghi più difficili. Se Dio mi vita di finirla, spero che sia una cosa molto utile per tutti quelli che son tenuti a dir l’officio”.

Ma che opera! “Mi costa tanto immensa fatica che mi farà passare il desiderio di stampare più. Onde per venirne a capo, vi vuole molto altro tempo” (2 dicembre 1773) .

Dieci mesi più tardi, il 28 settembre 1774: “Mando a V. S. Ill.ma il libro della Traduzione de’ Salmi, che mi costa la fatica di più anni, e mi ha posto in pericolo forse di perdere la testa, per la fatica in leggere tanti espositori - (più di 40) - ch’erano di diversi pareri”.

 

Alfonso dedicò quest’opera al papa, incensandolo generosamente come voleva ogni dedica e lodandone particolarmente la “ gloriosa prudenza ” nel calmare le opposizioni che dilaniavano la Chiesa. Nel suo St Alphonse de Liguori J. Angot des Rotours se ne mostra “un po’ sorpreso, anche se si tratta di una dedica16. Infatti il 21 luglio 1773 L’infelice Clemente XIV, testa più debole che dura, assillato dalle corti europee e dai giansenisti, aveva firmato il breve Dominus ac Redemptor, pubblicato il seguente 16 agosto, sopprimendo con un tratto di penna la Compagnia di Gesù, una delle più solide colonne della Chiesa, e ricevendone in cambio la restituzione di Avignone e di Benevento. Questa immolazione e la susseguente caccia non porteranno pace a nessuno, soprattutto al povero Ganganelli e getteranno Alfonso nella più amara desolazione, tanto da sopprimere nella seconda edizione della Traduzione (1777) la dedica a Clemente XIV.

Il vescovo di S. Agata aveva temuto la dissoluzione della Compagnia come un disastro per tutta la Chiesa: “Tutto è trama, ei diceva, de’ Giansenisti e di tanti miscredenti. Se questi ottengano veder distrutta la Compagnia, non hanno più che pretendere. Rovesciato questo baloardo, in quale sconvolgimento colla Chiesa, non si vedrebbe anche

 

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lo Stato? Rovinati i Gesuiti, in maggiori travagli si vedrebbe il Papa, e la Chiesa. I Giansenisti non hanno in mira la sola Compagnià, ma colla Compagnia la Chiesa, e lo Stato17 .

Il breve Dominus ac Redemptor fu per Alfonso un colpo terribile, ma, quando lo ricevette, dopo un attimo di silenzio, si permise solo queste semplici parole: “Volontà del Papa, volontà di Dio”, tenendo per sé la pena profonda. Un giorno che Rubini e altre persone criticavano in sua presenza Clemente XIV, disse: “ Povero Papa, che far poteva nella dura circostanza, che ritrovasi, se tutte le corone concordemente hanno voluto questa soppressione. A noi altro non spetta, che adorare in silenzio i profondi giudizj di Dio, e quietarci. Dico bensì, che un solo Gesuita, che resta, questo solo è capace a poter rimettere la Compagnia”. E ripeteva e scriveva: “ Pregate per il Papa”.

“Questa soppressione mi farà morire” aveva detto Clemente XIV e infatti cadde in una prostrazione vicina alla disperazione.

Il 21 settembre, dopo aver celebrato la messa, Alfonso, invece del ringraziamento abituale, si fece condurre sulla sua poltrona, restando come annientato e senza movimento o parola l’intero giorno, poi la notte. L’inquietudine si diffuse in tutta la casa vescovile, dal momento che appariva “fuori di sé”, assente, come in estasi. L’indomani mattina, tra le sette e le otto, il campanello risuonò improvvisamente e tutto l’episcopio accorse:

- Che cosa è? Chiese monsignore.

- Che ci vuol essere, gli fu risposto, sono due giorni, che non parlate, non mangiate, e non ci date verun segno.

- Dite bene voi, aggiunse Alfonso, ma non sapete, che sono stato ad assistere al Papa, che già è morto.

Tutti ebbero voglia di ridire, ma qualche giorno dopo si seppe che Clemente XIV era morto il 22 settembre in quella stessa ora.

Questi i fatti ad Arienzo. A Roma nessuno vide Mons. de Liguori al capezzale del papa, assistito dal solo P. Marzoni, superiore generale del suo Ordine, fino all’ultimo respiro. Non si può parlare perciò di “bilocazione”, come ha fatto J. Crétineau-Joly nella sua opera su Clemente XIV e i Gesuiti: Roma si è pronunziata; questa bilocazione è un fatto storico18. Roma non si è pronunziata affatto, il processo di beatificazione riconosce solo un’“assistenza spirituale”; Pastor nella Storia dei Papi gli un giusto eco parlando di “presenza puramente spirituale”.

 

Alla morte di Clemente XIV, il cardinale Castelli chiese al suo santo amico una lettera che aiutasse il conclave nella scelta del successore e Alfonso, confuso da questa sollecitazione, non si tirò indietro. Fu letta nel conclave che avrebbe eletto Pio VI ? Non lo sappiamo, ma

 

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quelle pagine restano una testimonianza importante della visione della Chiesa universale, in questo doloroso periodo, di Alfonso de Liguori.

Amico mio e Signore, circa il sentimento che si desidera da me intorno agli affari presenti della Chiesa e circa l’elezione del Papa che sentimento voglio dar io miserabile ignorante, e di tanto poco spirito qual sono?

Dico solo che vi bisognano orazioni e grandi orazioni, mentre, per sollevare la Chiesa dallo stato di rilassamento e confusione in cui si trovano universalmente tutti i ceti, non può darvi rimedio tutta la scienza e prudenza umana, ma vi bisogna il braccio onnipotente di Dio.

Tra’ vescovi, pochi sono quelli che hanno vero zelo delle anime.

Le comunità religiose quasi tutte, e senza quasi, sono rilassate; poiché nelle religioni, nella presente confusione delle cose, L’osservanza è mancata e l’ubbidienza è perduta.

Nel clero secolare vi è di peggio: onde vi è necessità precisa di una riforma generale per tutti gli ecclesiastici, per indi dar riparo alla grande corruzione de’ costumi, che vi è ne’ secolari.

E perciò bisogna pregar Gesù Cristo che ci dia un Capo della Chiesa, il quale, più che di dottrina e di prudenza umana, sia dotato di spirito e di zelo per l’onore di Dio, e sia totalmente distaccato da ogni partito e rispetto umano; perché se mai, per nostra disgrazia, succede un Papa che non ha solamente la gloria di Dio avanti gli occhi, il Signore poco l’assisterà, e le cose, come stanno nelle presenti circostanze, andranno di male in peggio.

Sicché le orazioni possono dar rimedio a tanto male, con ottenere da Dio che egli vi metta la sua mano e dia riparo...

Aggiungo: Amico, anch’io desidererei, come V. S. Ill.ma, vedere riformati tanti sconcerti presenti; e sappia che su questa materia mi girano mille pensieri nella mente, che bramerei di farli noti a tutti; ma rimirando poi la mia meschinità, non ho animo di farli comparire in pubblico, per non parere ch’io volessi riformare il mondo. Le partecipo non però con confidenza, per mio sfogo, i miei desideri.

Bramerei primieramente che il Papa venturo (giacché ora mancano molti Cardinali che si han da provvedere) scegliesse, fra quelli che gli verranno proposti, i più dotti e zelanti del bene della Chiesa, ed intimasse preventivamente a’ Principi, nella prima lettera in cui darà loro parte della sua esaltazione, che, quando gli domanderanno il Cardinalato per qualche loro favorito, non gli proponessero se non soggetti di provata pietà e dottrina; perché altrimenti non potrà ammetterli in buona coscienza.

Bramerei inoltre che usasse fortezza in negare più benefizi a coloro che stanno già provveduti de’ beni della Chiesa, per quanto basta al

 

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loro mantenimento secondo quel che conviene al loro stato. Ed in ciò si usasse tutta la fortezza avverso gl’impegni che s’affacciano.

Bramerei, di più, che s’impedisse il lusso nei prelati, e perciò si determinasse per tutti (altrimenti a niente si rimedierà) si determinasse, dico, il numero della gente di servizio, giusta ciò che compete a ciascun ceto de’ prelati: tanti camerieri e non più; tanti servitori e non più; tanti cavalli e non più; per non dare più a parlare agli eretici.

Di più, che si usasse maggior diligenza nel conferire i benefizi solamente a coloro che han servito la Chiesa, non già alle persone particolari.

Di più, che si usasse tutta la diligenza nell’eleggere i vescovi (da’ quali principalmente dipende il culto divino e la salute dell’anime) con prendersi da più parti le informazioni della loro buona vita e dottrina necessaria a governare le diocesi; e che, anche per quelli che siedono nelle loro chiese, si esigesse da’ metropolitani e da altri, segretamente, la notizia di quei vescovi, che poco attendono al bene delle lor pecorelle.

Bramerei ancora che si facesse intendere da per tutto che i vescovi trascurati, e che difettano o nella residenza o nel lusso della gente che tengono al loro servizio, o nelle soverchie spese di arredi, conviti e simili, saranno puniti colla sospensione o con mandar vicari apostolici a riparare i loro difetti; con darne l’esempio da quando in quando, secondo bisogna.

Ogni esempio di questa sorta farebbe stare attenti a moderarsi tutti gli altri prelati trascurati.

Bramerei ancora che il Papa futuro fosse molto riserbato nel concedere certe grazie che guastano la buona disciplina; come sarebbe il concedere alle monache l’uscir dalla clausura per mera curiosità di vedere le cose del secolo, il concedere facilmente a’ religiosi la licenza di secolarizzarsi, per mille inconvenienti che ne vengono.

Sovra tutto desidererei che il Papa riducesse universalmente tutti i religiosi all’osservanza del loro primo Istituto, almeno nelle cose più principali.

Or via, non voglio più tediarla. Altro non possiamo fare che pregare il Signore, che ci dia un Pastore pieno del suo spirito, il quale sappia stabilir queste cose da me così accennate in breve, secondo meglio converrà alla gloria di Gesù Cristo19.

Alfonso perse il suo inchiostro, perché il papa che, il 15 febbraio, sarebbe uscito al 265° scrutinio da un conclave troppo condizionato dalla politica, sarà suppergiù l’antitesi di questo ritratto.

Dal novembre 1774 il vescovo pensò per la quinta volta a rescindere il suo vescovado. Dopo averne discusso con il suo direttore, a

 

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poche settimane dall’elezione, rivolse a Pio VI la sua domanda, suffragandola con questo convincente quadro, dal quale emergeva che la tachicardia s’era venuta ad aggiungere al corteo delle sue miserie:

Beatissimo Padre, rappresento a V. Santità, come io fui fatto vescovo di S. Agata de’ Goti, nel Regno di Napoli, in età avanzata di sessanta sei anni. Ho tirato, coll’aiuto del Signore, per tredici anni a portare il carico del vescovado; ma al presente mi vedo inabile a più portarlo.

Mi ritrovo in età cadente, giacché nel mese di settembre entro negli anni ottanta. Oltre l’età, ho molte infermità che mi minacciano da vicino la morte. Patisco di mal di petto che più volte mi ha ridotto all’estremo; patisco di palpiti di cuore, per cui anche più volte mi son veduto prossimo a finir la vita. Di presente, patisco di più tal debolezza di testa, che spesso mi fa stare come uno stolido.

Oltre di questi mali, mi assaltano diversi accidenti pericolosi, ai quali debbo rimediare con salassi, vescicanti ed altri rimedi onde tra questo tempo del mio vescovado, quattro volte ho preso il Viatico, e due volte l’Estrema Unzione.

A’ riferiti, aggiungo altri mali che mi impediscono di adempire gli obblighi di vescovo.

Mi è mancato notabilmente l’udito; sicché molto ne patiscono i miei sudditi che, volendo parlarmi in segreto, se non alzano la voce, non posso ascoltarli.

Mi si è avanzata la paralisi, in modo che non posso più scrivere un verso, e con istento fo la mia firma, ma così male che poco s’intende.

Sono diventato così cionco che più non posso dare un passo, e bisogna che due mi assistano per fare qualche moto.

Fo la vita mia o sopra del letto, o abbandonato sopra una sedia.

Non posso più tenere le ordinazioni, né più predicare; e quello che più importa, non posso più girare per la visita, e la diocesi ne patisce positivamente.

Posto ciò, ho stimato mio obbligo, vedendomi vicino alla morte, supplicare V. Santità ad accettare la rinunzia del mio vescovado, come fo positivamente con questa mia supplica; giacché, secondo lo stato in cui mi ritrovo, vedo che manco all’uffizio mio ed al governo delle mie pecorelle...”.

Alfonso però voleva amare il suo popolo fino all’ultimo e nel settembre 1774 mobilitava Domenicani, Redentoristi e altri religiosi per un’ultima missione generale di tutta la diocesi: non avrebbe lasciato un terreno incolto. Ma che fine avrebbe fatto la sua domanda al papa?

Era appoggiata dal cardinale Castelli, ma controbilanciata da Mons. Guido Calcagnini, ex-Nunzio a Napoli, che aveva visto da vicino l’irradiamento di quell’irriducibileimpotente ”. Pio VI era ancora

 

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esitante e, quando due padri redentoristi, Luigi Capuano a Cipriano Rastelli, di ritorno dalle missioni in Abruzzo passarono per chiedere la benedizione, si informò sulla salute del loro fondatore.

- S. Padre, risposero, sta in uno stato, che fa compassione, sordo, e cieco, e così oppresso da tanti mali, che non sembra più uomo.

- Vedete, disse allora Pio VI a Mons. Calcagnini, ciò che questi dicono. Essendo così, non bisogna contristarlo.

Le dimissioni furono accettate con lettera del 9 maggio 1775 e grande fu la gioia del vescovo, anche se ben presto attraversata da un’inquietudine, come già il 13 maggio scriveva a Villani:

Temo però che non vi venga qualche milordo, giacché tanti la pretendono; ed allora bisogna dire addio a tutte le fatiche fatte. Prego Gesù Cristo che n’abbia compassione... ”.

La notizia della prossima partenza di Alfonso si diffuse con un’ondata di tristezza. “ Questo è castigo di Dio, diceva l’arcidiacono Rainone, perché non si è saputo conoscere”; L’arciprete di Frasso, che certo non gli aveva reso la vita facile: “ Monsignor Liguori governava la diocesi col solo suo nome”; i curati: “Ove troveremo la borsa aperta per impedire il peccato, e per soccorrere i miserabili?”.

Per i poveri infatti fu la desolazione: le pentite, le giovani senza risorse e numerose famiglie indigenti alle quali assicurava regolarmente soccorso erano inconsolabili; i malati e i carcerati gemevano: “Non avremo più Monsignor Liguori, o che mandava, o che di persona era a consolarci. Chi s’interporrà per noi presso i creditori, e chi farà le nostre parti coi Governatori, se per delitti, o per debiti saremo arrestati? Tutto poteva Monsignore, perché era santo, e tale stimavasi da tutti ”. Il redentorista Angelo Gaudini incontrò “un povero villano” che gli disse inconsolabile: “Quando noi andavamo alla montagna, lasciavamo i nostri figli nel palazzo di Monsignore, ed eravamo sicuri di esser alimentati: ora che ha rinunciato, e se ne parte, a chi dobbiamo ricorrere?” Quest’ultimo tratto di un vescovo del secolo XVIII sorprende e commuove per la tenerezza pastorale e per l’umile servizio .

Il 17 luglio le dimissioni di Mons. de Liguori furono accettate ufficialmente in concistoro.

- Monsignore, sembrate raddrizzarvi! gli disse qualcuno scherzando.

- Sì, perché mi ho levata la Montagna di Taburno da sopra il collo.

Ma la sua gioia era temperata dall’inquietudine per le sorti della diocesi tanto che, avendo appreso dal canonico Pietro Ferrara che il suo probabile successore sarebbe stato Mons. Onofrio Rossi, vescovo di Ischia, aveva esclamato: “ Monsignor Rossi? O Dio, o Dio! mo’

 

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voglio scriver a Roma, che mi facciano stare in residenza fino alla venuta dal nuovo Vescovo... Povera Chiesa mia! quanto tempo dovrai star vedova, e senza pastore!”. La lettera partì subito, ma il diritto si Opponeva a un tale accomodamento, essendo Mons. Rossi già preconizzato vescovo di S. Agata. Per poter mettere piede in diocesi il nuovo vescovo dovrà aspettare 4 anni per le bolle e l’exequatur ostinatamente rifiutato dalla corte, ma, quando finalmente lo otterrà nel 1779, radicato a Napoli, lascerà la sua Chiesa all’abbandono 20 .

Alfonso disse addio a tutte le comunità religiose di Arienzo, ma non poté andare fino a S. Agata, perché era impossibile superare in vettura il passo delle Forche Caudine. Suor Maria Raffaella, superiora delle Redentoriste, gli scrisse una lettera affettuosa in cui chiedeva di lasciare in eredità il suo cuore alle figlie di S. Agata: “ Io, rispose Alfonso, ho tenuto sempre la Madre Raffaele per donna savia, ma mo’ ci ho perduto il concetto. Del mio cuore che ne vogliono fare soffritto! L’anima è quella che importa, che poi per il corpo, se mi vonno bene, lo diano a mangiare ai cani” e inviò alla comunità la croce di legno della sala da pranzo, che usava baciare entrando e uscendo.

La mattina del 27 luglio, mentre il suo palazzo e perfino la sua camera venivano saccheggiati, per devozione, di quanto gli era appartenuto, Alfonso salì in carrozza insieme a Villani, circondato da tutto il popolo in lagrime: clero, notabili e povera gente. Benedisse tutti commosso e partì, portando con sé quale unica ricchezza il saccone e la poltrona di malato. Canonici, sacerdoti e gentiluomini si sentirono in dovere di accompagnarlo, ma egli li supplicò di non farlo e a Cancello rimandò gli ostinali dicendo: “La vostra presenza non fa che accrescere la mia pena ”. A mezzogiorno si fermò per la messa e il pranzo nel seminario di Nola e un cieco, Michele Menichino Brancia, venuto a chiedergli la benedizione, ottenne con questa la vista.

L’accoglienza a Nocera fu trionfale: clero, notabili e tutto il popolo si erano mossi. “ Gloria Patri... questa croce qui è divenuta leggiera! ”, furono le sue prime parole, poi, prostatosi dinanzi al SS. Sacramento: “ Dio mio vi ringrazio, perché mi avete tolto da sopra un sì gran peso. Gesù Cristo mio, non ne poteva più!”. Queste parole ascoltate dai più vicini, si perdettero nel giubilo del Te Deum intonato dalla comunità.

 


 

 

 

 

 

 





p. 741
1 CF. SH 9 (1961), pp. 384-385; TANNOIA, III, pp. 231-232; TELLERIA, II, pp. 154-155. Verzella e Tannoia hanno creduto che il piccolo defunto fosse Alfonso Maria, il cui nome rendeva più plausibile l’errore; però i registri parrocchiali di Marianella fanno morire il fratello Carlo.



p. 743
2 per questa e le successive citazioni di Alfonso, cf. SH6 (1958), pp. 65 ss. e il loro contesto delle lettere; sulla malattia di Alfonso cf. tutto il fascicolo citato e SH 12 (1964), pp. 209-213; 9 (1961), pp. 424-427; TANNOIA, II, pp. 212-221, 228-234; TELLERIA, II, pp. 249-263.



p. 746
3 Lettere, III, pp. 350-351.



4 SH 9 (1961), p. 383 29; cf. p. 413 (172).



5 Le relazioni alla S.C. del Concilio, in Lettere, III, pp. 632 e 643; SH 17 (1969), pp. 206-214.



6 Citati daTANNOIA, II, p. 234.



p. 747
7 Lettere, II, pp. 128-129.



p. 748
8 TANNOIA, II, p. 263.



9 Summarium, pp. 593-594.



10 SH 9 (1961), pp. 410-411.



p. 749
11 TANNOIA, II, pp. 336 e, per il seguito, 337, 338, 170, 312, 309.



p. 750
12 Lettere, II, pp. 325-326.



13 SH 29 (1977), pp. 313-314.



p. 751
14 Ibid., pp. 314-316.



p. 752
15 Questa e le seguenti citazioni, in Lettere, III, pp. 427-428, 446, 460, 466.



16 P 118 nota.



p. 753
17 Per l’episodio e le citazioni, cf. TANNOIA, II, pp. 281 ss.



18 Liège 1847, p. 286; cf. Catholicisme, II, col. 64; SH 18 (1970), pp. 93-106. .



p. 755
19 Questa e le seguenti citazioni, in Lettere, II, pp. 306-310, 341-342, 345; cf. anche pp. 191, 198; per gli avvenimenti, cf. TANNOIA, II, pp. 392-424 e III, pp. 1-4.



p. 758
20 SH 19 (1970), p. 3; cf. MINCUZZI, op. cit., p. 978. Dopo la morte di Mons. Rossi, nel 1784, S. Agata resterà ancora senza vescovo fino al 1792.



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