Secondo il Vangelo
Forse avrete notato che, già parlando ai
Cardinali nella Cappella Sistina, ho accennato alla « grande
disciplina della Chiesa » da « conservare nella vita dei sacerdoti e dei fedeli
». Su questo argomento parlò spesso il mio venerato
Predecessore; su di esso mi permetto di intrattenermi con voi brevissimamente
in questo primo incontro con confidenza di fratello.
C'è la disciplina « piccola », che si
limita all'osservanza puramente esterna e formale di norme giuridiche. Io
vorrei, invece, parlare della disciplina « grande ». Questa esiste soltanto, se
l'osservanza esterna è frutto di convinzioni profonde e proiezione libera e
gioiosa di una vita vissuta intimamente con Dio. Si tratta - scrive l'abate Chautard - dell'attività di un'anima, che reagisce
continuamente per dominare le sue cattive inclinazioni e per acquistare un po'
alla volta l'abitudine di giudicare e comportarsi in tutte le circostanze della
vita secondo le massime del Vangelo e gli esempi di Gesù.
« Dominare le inclinazioni » è disciplina. La frase « un po' alla volta »
indica disciplina, che richiede sforzo continuato, lungo, non facile. Perfino
gli angeli visti in sogno da Giacobbe non volavano, ma
facevano uno scalino per volta; figuriamoci noi, che siamo poveri uomini privi
di ali.
La « grande » disciplina richiede un
clima adatto. E, prima di tutto, il raccoglimento. Mi
è toccato, una volta, di vedere alla stazione di Milano un facchino, che,
appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato a
un pilastro, dormiva beatamente... I treni partivano fischiando e arrivavano
cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti;
la gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui - continuando a dormire -
pareva dicesse: « Fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto ».
Qualcosa di simile dovremmo fare noi sacerdoti: attorno a noi c'è continuo
movimento e parlare di persone, di giornali, di radio e televisione. Con misura
e disciplina sacerdotale dobbiamo dire: « Oltre certi
limiti, per me, che sono sacerdote del Signore, voi non esistete; io devo
prendermi un po' di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al
mio Dio ».
E sentire il loro sacerdote abitualmente
unito a Dio è, oggi, il desiderio di molti buoni fedeli. Essi ragionano come
l'avvocato di Lione, reduce da una visita al Curato d'Ars. « Cosa
avete visto ad Ars? » gli fu chiesto. Risposta: « Ho visto Dio in un
uomo ». Analoghi i ragionamenti di S. Gregorio Magno. Egli auspica che il
pastore d'anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini e dialoghi con
gli uomini senza dimenticare Dio. E continua: eviti il pastore la tentazione di
desiderare di essere amato dai fedeli anziché da Dio o di essere
troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini; non si esponga al
rimprovero divino: « Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i gomiti
»1. « Il pastore - conclude - deve bensì
cercare di farsi amare, ma allo scopo di farsi ascoltare, non di cercare quest'affetto per utile proprio »2.
I sacerdoti, in un certo grado, sono
tutti guide e pastori, ma hanno poi tutti la giusta idea
di quello che comporta veramente essere pastore di una Chiesa particolare,
ossia Vescovo? Gesù, pastore supremo, di sé, da una parte, ha detto: « Mi è stato dato
ogni potere in cielo e in terra »3, dall'altra ha soggiunto: « Son venuto per servire »4 ed ha lavato i piedi ai
suoi Apostoli. In lui andavano dunque insieme potere e servizio.
Qualcosa di simile va detto degli Apostoli e dei Vescovi. « Praesumus
- diceva Agostino - si prosumus
»5; noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza
se si risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile
di servizio. Questo servizio episcopale, però, verrebbe a mancare, se il Vescovo
non volesse esercitare i poteri ricevuti. Diceva ancora Agostino: « il Vescovo,
che non serve il pubblico (predicando, guidando), è soltanto foeneus custos, uno
spaventapasseri messo nei vigneti, perché gli uccelli non becchino le uve
»6. Per questo è scritto nella « Lumen Gentium »: « I Vescovi governano... con il consiglio, la
persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà »7.
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